30 Apr 2015 @ 11:24 PM 

Lezioni condivise 99 – W il soldato Masetti

Ritorno alla ricerca di parallelismi tra Ungaretti e Leopardi, che come già detto mi appare un poco artificiosa e di scarso interesse. Ungaretti lesse e studiò Leopardi ed è dunque naturale che vi sia stata una minima contaminazione, tuttavia meno determinante di quanto si vuol far credere.

La mia impressione è che nonostante Leopardi abbia ideologizzato il pessimismo, traduca questo suo stato d’animo in versi generalmente giocondi, vivaci e relativamente solari, mentre l’approccio Ungarettiano appare lugubre ed è semmai più vicino al Foscolo. Ammetto che questa percezione possa essere in buona parte personale, legata anche a reminescenze d’infanzia, quando certe parole e sensazioni sono come sassi, pesano.

Consideriamo ancora Il sentimento del tempo, “Memoria d’Ofelia d’Alba” in Leggende:

Da voi, pensosi innanzi tempo,/ troppo presto/ tutta la luce vana fu bevuta,/ begli occhi sazi nelle chiuse palpebre/ ormai prive di peso,/ e in voi immortali/ le cose che tra dubbi prematuri/ seguiste ardendo del loro mutare,/ cercano pace,/ e a fondo in breve del vostro silenzio/ si fermeranno,/ cose consumate:/ emblemi eterni, nomi,/ evocazioni pure…/.

Un epitaffio! forse lo è, ma la dicotomia è tra chi si raffigura i campi elisi come distese di grano o praterie e chi tali a sepolcri marmorei venati di grigio, affini piuttosto alla teoria kafkiana del pugno sul cranio al lettore.

Se Ungaretti ha colto dei concetti del recanatese (tutto è vano, inconsistente, si disperde), il modo in cui li espone fa la differenza.

“Notte di marzo”, sezione “La fine di Crono”:

Luna impudica, al tuo improvviso lume/ torna, quell’ombra dove Apollo dorme,/ a trasparenze incerte./ Il sogno riapre i suoi occhi incantevoli,/ splende a un’alta finestra./ Gli voli un desiderio,/ quando toccato avrà la terra,/ incarnerà la sofferenza./

Qui immagini positive vengono fatte crollare senza scampo, si usano il sogno e il desiderio come maschere della sofferenza.

Il pessimismo di Leopardi viene espresso in racconti di vita, figure realistiche, per cui potremmo anche confutare il suo parere, averne un’altra visione, meno drammatica, dal toscano abbiamo invece dei flash senza scampo, più vicini ai monumenti funebri degli antichi egizi, mio terrore di bimbo nel cinema paesano, che evocano più scongiuri che un ragionamento.

“Stelle” in Sogni e accordi:

Tornano in alto ad ardere le favole./ Cadranno colle foglie al primo vento./ Ma venga un altro soffio,/ ritornerà scintillamento nuovo.

Ci risiamo: le favole, che incarnano speranze e desideri, cadranno al primo vento: è rappresentata la capitolazione dei sogni, apparenze che non durano. Tuttavia, visto il contesto generale, questa sembra quasi ottimista.

Nella sezione “Sogni e accordi” de Il sentimento del tempo, si tratta dei sogni legati al cielo, la luna, gli astri, ma sotto una luce inquietante, come in “Ultimo quarto”:

Luna,/ piuma di cielo,/ così velina,/ arida,/ trasporti il murmure d’anime spoglie?/

E alla pallida che diranno mai/ pipistrelli dai ruderi del teatro,/ in sogno quelle capre,/ e fra arse foglie come in fermo fumo/ con tutto il suo sgolarsi di cristallo/ un usignolo?”

“Rosso e azzurro” in Sogni e accordi:

Ho atteso che vi alzaste,/ colori dell’amore,/ e ora svelate un’infanzia di cielo./ Porge la rosa più bella sognata. Il sogno continua ad essere visto con una accezione illusoria, negativa.

Non si salva neppure il “Primo amore”, contrapposto alla notte” in Leggende:

Era una notte urbana,/ rosea e sulfurea era la poca luce/ dove, come da un muoversi dell’ombra,/ pareva salisse la forma…/

Era una notte afosa/ quando improvvise vidi zanne viola/  in un’ascella che fingeva pace./

Da quella notte nuova ed infelice/ e dal fondo del mio sangue straniato/ schiavo loro mi fecero segreti./

Nella sezione La fine di Crono vi è un “Inno alla morte”…:

“Amore, salute lucente,/ mi pesano gli anni venturi./

Altro aspetto che certa critica avvicina alla poetica leopardiana è la presenza della natura in modo mitico e drammatico (“Paesaggio”, “Le stagioni”, “Di luglio”, “D’agosto”), i temi dell’innocenza e della memoria (“Ti svelerà”, “Dove la luce”), la contrapposizione finito-infinito.

L’avvicinamento a Leopardi non è visto soltanto in una mera appropriazione di temi, ma anche nella condivisione della sua filosofia. Ungaretti ne ripropone l’ideologia usando metafore e immagini. La natura mitica e drammatica del “Sentimento” si svilupperebbe come in Leopardi nella “Ginestra”. Il condizionale è d’obbligo, giacché il marchigiano, pur con un sole cupo, non trascende e soprattutto, almeno nel passato trova qualche elemento positivo, mentre per Ungaretti la memoria è una iattura (vedi lezione 90).

Questi terreni, cosparsi/ di ceneri non produttive, e ricoperti/ di lava fattasi pietra,/ che risuona sotto il passi del viandante;/ dove il serpente si annida e si contorce/ sotto il sole, e dove il coniglio torna/ all’abituale tana tra le caverne;/ furono pieni di città ricche e campi coltivati,/ biondeggiarono per i campi di grano e/ risuonarono per i muggiti delle mandrie… (da “La ginestra”).

Tra le attenzioni che Ungaretti ha per Leopardi vi è quella religiosa, egli la riscontra nei versi e la certifica nelle parole del poeta al padre, ove afferma di non essere mai stato ateo. Il presunto ateismo di Leopardi andrebbe cercato nella sua filosofia estrema, ove l’assenza di Dio serve da avvallo ai suoi argomenti, giacché la sua presenza sarebbe consolatoria.

Argomento controverso anche in Ungaretti che lo incrocia in un percorso quasi opposto e trasversale, che si incontra, ma infine diverge, perché dalla riflessione leopardiana sull’inutilità della fede consolatoria, nasce infine “La preghiera” (Inni):

“Signore, sogno fermo,/ fa che torni a correre un patto./ Oh! rasserena questi figli./ Fa’ che l’uomo torni a sentire/ (…) Vorrei di nuovo udirti dire/ che in te finalmente annullate/ le anime s’uniranno/ e lassù formeranno,/ eterna umanità,/ il tuo sonno felice.”/

La ripresa di parole della lingua quotidiana, riferibili anche a Leopardi: buio, quiete, notte, ombra, mare, isola, amore e morte, felicità, sogno, favola, luna, è talmente comune che dubito non ci sia poeta mediamente prolifico che non le abbia usate.

La presenza di Leopardi viene vista anche nel “Dolore” e ne “La terra promessa”, ma valgono le considerazioni già fatte, non vi è respiro, vita, solo negatività senza scampo e questa è una presa d’atto, non un giudizio; può anche essere una scelta questo buio senza soluzione, ben comprensibile per il dolore negli affetti, meno nei lamenti di altra natura. Contrariamente a certa critica non vedo bene il messaggio lanciato in “Non gridate più”, ove non attacca affatto la guerra, ma chi grida per condannarla.

La guerra, oggi è diventata spudoratamente un business, da una parte per i signori della guerra, dall’altra per chi di celebrazione in celebrazione perde la misura di ciò che è stata, è e sarà; non ha bisogno di essere fatta perché si capisca che cosa terribile sia; non ritengo possa considerarsi un’esperienza da fare, come se si facesse un campo di lavoro, per dire… Ungaretti partì volontario in guerra, qualunque possa essere la ragione, patriottismo o robe ancora peggiori, non è certo un fatto positivo. Una volta in trincea, ho già detto cosa accadde, piagnistei per essere esonerato e quant’altro. Altri in trincea ci rimasero e non dico fossero migliori. Peraltro sarebbe troppo bello se il mondo fosse popolato da disertori e i militari felloni e tutti gli amanti delle armi a qualunque titolo potessero essere presi facilmente a cazzotti.

Questa frenesia di fare le guerre, di causarle e di subirne le conseguenze, di non imparare mai nulla dalla storia e peggio educare i bambini alla fatalità di esse, decontestualizzadone il ricordo: poveretti i caduti! che disastro! come fosse una fatalità e non ci fosse chi la guerra la promuove e ci specula.

Leggete “L’obiezione di coscienza” di Alessandro Coletti. Io sono nonviolento e pacifista, sarà per questo che penso che i veri eroi siano il soldato Masetti e non un Garibaldi… e più di costui anche il marine “Palla di Lardo” di Full Metal Jacket, la cui unica pecca fu di sparare anche contro se stesso. Certo sono discorsi limite, ma rendono l’idea.

Allora da quale pulpito arriva il “Non gridate più”, invece che “Non sparate più”.

Di Ungaretti si conservano diversi epistolari, la cui lettura è molto utile per conoscere il suo modo di lavorare in poesia e il mondo che lo circonda, le amicizie, la fatica fatta, le prime prove, la sistemazione dei versi, i contatti con gli editori, i tempi di composizione. Alcune pagine sono liriche: “Quando io dico cose…”, altre mettono in mostra debolezze, magagne e meschinità.

Grazie agli epistolari i critici possono evitare errori. E’ esemplare il caso di D’Annunzio quando scrisse a Barbara Leoni e raccontò di essere sceso al lago, di aver raccolto fiori, di averla pensata… Ma il giorno dopo scrisse la stessa cosa (testuale) a Olga Ossani (da non confondere con la Brunner). Quell’immagine viene usata dal D’Annunzio nell’elegia “Il viadotto”, e se non ci fossero gli epistolari, la realtà potrebbe essere travisata . In questo caso l’autobiografia non è direttamente trasposta nella poesia, ma è presente, vi è lo spunto autobiografico, ma la trasposizione è unicamente letteraria.

La sua formazione ad Alessandria d’Egitto è stata francese. Le letture italiana sono venute più tardi, Papini, Pea… Sono seguiti i suoi soggiorni in Italia e Francia, l’adesione alle idee di alcuni scrittori. L’amicizia con la Boniver gli procurò quella dei francesi, tra cui Mallarmè e Apollinaire.

Dal contatto con Giuseppe De Robertis, filologo, maturò l’idea dell’edizione critica e commentata per le scuole della sua produzione, un modo anche per monetizzare il suo impegno in un periodo evidentemente magro dal punto di vista economico.

L’edizione critica, compendiata definitivamente in “Vita di un uomo” è stata anche l’occasione per apportare modifiche ad alcuni suoi brani, cosa molto frequente in Ungaretti. “Il capitano” nell’edizione critica è stata ampliata prima di una strofa, poi di nuovo ridotta (tre stesure)…

Grazie alle amicizie politiche, fasciste, venne nominato professore universitario a Roma, poi in Brasile. Alla caduta del fascismo, sospeso dagli incarichi, fu Attilio Piccioni che lo salvò, in quanto fu reintegrato nel suo incarico universitario a Roma.

Fatti che mi riportano amaramente al presente e spiegano perché la Resistenza non sia conclusa e non possa concludersi. Ora e sempre Resistenza non è dunque solo uno slogan, ma una realtà.

Alla caduta del fascismo i fascisti e soprattutto la loro forma mentis, si sono infiltrati nella società e nella politica, nella DC e non solo, non era certo auspicabile che continuassero a essere presenti anche nella scuola, ma così è stato. In 70 anni non si sono rimossi neppure simboli evidenti del fascismo, ma neppure scritte che inneggiano al duce. Hanno ragione di rammaricarsi i partigiani dell’ANPI. Siamo invece arrivati al punto che in barba all’apologia del fascismo e al reato di ricostituzione del partito fascista, la presidente della camera ha dovuto dare assicurazioni che nulla sarà rimosso. Ho sempre difeso la Boldrini, ma oltre alla scorta avrebbe necessità di essere affiancata da uno storico, magari antifascista, meglio se partigiano.

(Letteratura italiana moderna e contemporanea  – 18.4.1997) MP

 30 Set 2012 @ 7:52 PM 

Lezioni condivise 69 – Sminuiti dal “risorgimento”

 Per un sardo consapevole della propria identità nazionale, pertanto a conoscenza della storia della sua terra e del suo popolo, dunque capace sotto il profilo intellettuale di rimuovere i condizionamenti coloniali di diversa provenienza: scuola, istituzioni, mass media e – per difetto di quel bagaglio culturale -, dalla famiglia stessa, confrontarsi con la storia del risorgimento italiano è comprensibilmente sgradevole per più di una ragione, ad esempio, perchè si tratta del “risorgimento” dello stato che ti occupa, ti colonnizza, ti discrimina… Perchè studiare a scuola, all’università o nella vita, il risorgimento italiano e non poterlo fare con i tentativi, almeno, di un risorgimento sardo? E cos’è il prodotto di questo risorgimento: uno stato prima in mano a dei nobilacci senza scrupoli che ebbero il regno con una squallida politica di alleanze e voltafaccia, di fama feroce nei confronti del popolo sardo, che regalarono vent’anni di fascismo al loro stesso stato arlecchino, unito a forza con violenze e stragi e i cui eredi moderni, borghesi, hanno dilapidato l’unica degna eredità, che è stata la Resistenza e da anni sguazzano tra corruzione e ruberie.

 Mi pare ce ne sia abbastanza per non gradire questo insegnamento non solo da parte dei sardi, ma degli stessi italiani. Per quanto mi riguarda non lo inserii nel mio piano di studi, ma dovetti recedere da questa volontà per ragion di stato, ovvero di dipartimento, ma la mia originaria volontà non passò inosservata…

Dopo questa doverosa premessa, noto con piacere che l’argomento è soggetto a importante revisione storica, o meglio a demistificazione, seppur lenta; crollano “eroi” che si rivelano ben altro e “miti” che non erano tali, per la verità non si dovrebbe parlare neppure di risorgimento… cosa, chi risorse?

 Si tratta di una serie di eventi storici che riguardano più stati, alla fine uniti a forza; si tratta soprattutto di pochi borghesi, di pochi, se vogliamo, intellettuali, alla guida di manipoli di uomini e soprattutto dell’esercito dei Savoia, mercenario; non si tratta di popolo, le poche eccezioni che lo riguardano furono rivolte contro la fame e l’oppressione.

 Molto spesso il “risorgimento” mette insieme fatti che nulla hanno a che vedere tra loro nel tentativo di rendere credibile un corpus unico, un’azione complessivamente unitaria, allora è anche difficile districarsi tra quanto è stato costruito dalla propaganda e la verità.

 Penso ai personaggi messi in luce, posti uno accanto all’altro e spesso aventi poco a che fare tra loro (come per l’abusato binomio Mazzini – Garibaldi), alcuni dei quali ampiamente mistificati ad uso dello stato, talmente intrisi di retorica che fatichiamo a riconoscerli nella loro immagine reale emersa di recente, “grazie” a una ricerca più seria e almeno consapevole della metodologia scientifica.

 Nel contesto delle cosiddette guerre d’indipendenza, ove in effetti chi aveva in mano l’azione era l’esercito sabaudo comandato dal governo sardo (che di sardo aveva solo il nome), alcuni coltivarono delle illusioni e anche agendo in un contesto europeo più ricco di fermenti rivoluzionari, elaboravano teorie sul futuro di uno stato in mano ai Savoia.

 Giuseppe Mazzini, genovese (1805 -1872), avvocato, carbonaro, repubblicano, fondatore del movimento “Giovine Italia”, in realtà cospirava per rovesciare i Savoia, che lo incarcerarono e costrinsero alla latitanza e all’esilio per tutta la sua vita. Come possa essere annoverato tra gli “eroi” del “risorgimento” è un mistero.

 Per Mazzini la repubblica era l’unica legittima forma di stato che può garantire la libertà – intesa come partecipazione responsabile – ed esprimere un governo democratico. La contrapponeva al regime monarchico allora vigente, che considerava irresponsabile.

Egli era considerato un pericoloso estremista (fonte: manuale ed. Saint Paul – Svizzera), insieme ai suoi compagni, perchè vi era grande diffidenza nei confronti dei repubblicani.

 Carlo Cattaneo, milanese (1801 – 1869), di formazione umanistica, si laureò in giurisprudenza e si occupò di politica, guidando il movimento anti austriaco durante la rivolta delle 5 giornate. Rifiutò l’intervento dei Savoia, che considerava tiranni di uno stato reazionario. Da allora, dopo la breve esperienza della “Repubblica romana” visse esule in Svizzera e non rientrò neanche dopo l’Unità, salvo visite sporadiche, benchè eletto più volte deputato, per non giurare fedeltà alla monarchia sabauda.

 Per Cattaneo valgono le stesse considerazioni fatte per Mazzini. Ci si ostina a voler mettere sullo stesso piano chi lottò contro l’oppressore, chiunque esso fosse, e chi invece fu esclusivamente servo dei Savoia, come ad esempio Garibaldi.

 Anche Cattaneo era un repubblicano radicale, ma in più era federalista, gradiva il modello della confederazione svizzera, non amava il centralismo, è il popolo che deve fare le leggi, come fu per la chiesa della prima ora e in polemica con la chiesa-stato di allora.

 A differenza di Mazzini, di un romanticismo un po’ logoro, Cattaneo era piuttosto pragmatico, illuminato, positivista, credeva nell’arengo (le assemblee antifeudali di popolo), lasciava al potere centrale solo la difesa (con un esercito popolare) e il conio monetario.

 Per Cattaneo una repubblica centralista non era meglio di una monarchia. Nel 1850, prima del golpe di Luigi Napoleone scriveva “La Francia, si chiami repubblica o regno, nulla monta, è composta di ottantasei monarchie che hanno un unico re a Parigi. Si chiami Luigi Filippo o Cavaignac, regni quattro anni o venti, debba scadere per decreto di legge o per tedio di popolo; poco importa: è sempre l’uomo che ha il telegrafo e quattrocentomila schiavi armati”.

 Parole che potevano essere rivolte anche allo stato sabaudo.

 Cattaneo, rappresenta un esempio di coerenza e onestà politica mantenuto durante tutta la sua vita. Era amico di Crispi, siciliano, del quale non si può dire la stessa cosa, repubblicano, partecipò all’attentato contro Luigi Napoleone (Napoleone III) e mantenne idee antisabaude fin oltre i quarant’anni, poi l’incontro con Garibaldi, lo rese improvvisamente reazionario (nel 1894 sciolse il Partito socialista) e divenne il più grande tiranno d’Italia (represse ovunque le manifestazioni operaie), tanto che i fascisti lo considerarono un precursore.

 Cattaneo invece lanciava scomuniche ai Savoia e a chi sacrificava la libertà per aiutare l’esercito regio. Sperava invece che “il principio della nazionalità che l’esercito mira a distruggere, dissolverà i fortuiti imperi dell’Europa orientale e li tramuterà in federazioni di popoli liberi. Avremo pace vera, quando avremo li Stati Uniti d’Europa”.

 (Storia del risorgimento – 5.2.1997) MP

Scritto da: indian
Ultima modifica: 09 Nov 2012 @ 10:08 PM

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 31 Lug 2011 @ 10:08 PM 

Lezioni condivise 55 – La Resistenza al fascismo

     A parlare oggi di Resistenza si prova tutta una serie di sensazioni contrastanti, tra le quali poi prevale la rabbia. Ci sono stati anni in cui il solo pensiero della Resistenza ha rappresentato una sicurezza per i democratici e un monito per i neofascisti e il loro universo, lo stesso (universo) che permise al fascismo di nascere e di prendere il potere. Ha ragione Gianni Simoni, e lo sanno tutti, ma è necessario che qualcuno ogni tanto ce lo ricordi: oggi il capo del governo italiano è un esponente della P2 di Licio Gelli, oggi le logge massoniche deviate si moltiplicano, i loro esponenti fanno parte del principale partito di governo; sono coinvolti ministri, lo stesso premier, e la si butta sul ridere; non succede nulla e tutta questa organizzazione che agisce ancora quasi alla luce del sole – P4, struttura delta, mafia, agganci impensabili (complice la RAI occupata e mediaset), con i loro giornaletti (la sera ed è grottesco, cartaccia come “Chi?” e similare, passa nella rassegna stampa del TG5 e compari) – vorrebbe farci credere che la magistratura stia facendo chissà che cosa, mentre se la facesse davvero sarebbero tutti già in galera.

     E mentre nel dopoguerra, fino ai controversi anni ottanta, la mobilitazione popolare, sebbene a caro prezzo, difendeva i diritti e le libertà faticosamente conquistati, la presa del potere da parte degli scampati a mani pulite, passo dopo passo, sta demolendo la Repubblica nata dalla Resistenza e la sua Costituzione, tant’è che a poco più di un mese dalla loro sconfitta elettorale e sui referendum, si permettono di approvare una legge che gli garantisce l’impunità, senza che l’indignazione popolare li travolga una volta per tutte.

     L’indignazione che si è levata non è davvero proporzionale alla gravità di quanto sta accadendo, sia a livello economico, sia a livello di democrazia. Si fa un gran parlare di Magistratura attiva, di Napolitano attento, di condanne in parlamento, e intanto l’ometto se ne frega, trama nell’ombra e continua a fare i suoi interessi, mentre la gente comune è alla fame e continua a pagare al posto della casta.

     Tanta rabbia per questa stasi, questa impotenza, nonostante il vaso trabocchi da tempo. Cosa deve accadere perché la gente dica basta davvero e li cacci via a pedate? Probabilmente si aspetta che la situazione diventi di non ritorno. Che si debba tornare davvero a Piazzale Loreto, ma quando?

     Questa sorta di regime anomalo in cui viviamo, per cui dentro un sistema costituzionale democratico si è instaurata una sorta di dittatura mediatica, per quanto a tratti surreale e ridicola, sta purtroppo producendo danni enormi anche sotto il profilo culturale: istruzione,  università, cultura, informazione sono da tempo sotto attacco e da tempo se ne avvertono le conseguenze; non è un caso che costantemente venga presa di mira con particolare veemenza la Storia contemporanea, si vorrebbe togliere dai libri di scuola la parola Resistenza e anche Liberazione. I nostalgici borghesi vorrebbero farci credere che la guerra di Liberazione, dunque anche Partigiana, sia stata una “guerra civile”, cercando di imporre un colossale falso storico: in realtà i fascisti erano ormai un numero esiguo, Mussolini era tenuto su dai tedeschi e la guerra fu sostanzialmente contro l’occupante, appunto di liberazione.

         La Resistenza al fascismo si sviluppò nell’Italia del nord, al di là degli Appennini. La creazione della repubblica di Salò, dopo la fuga di Mussolini dagli arresti di Campo imperatore (L’Aquila), comportò l’inasprimento della guerra contro l’occupazione nazista e i residui del fascismo.

La Resistenza coinvolse oltre 200.000 combattenti partigiani, di tutte le classi sociali, ma appartenenti soprattutto agli strati proletari; lo scopo era di raggiungere un ampio rinnovamento sociale e politico. A nord i partigiani godevano di un vasto appoggio popolare. La lotta non si sviluppò esclusivamente con attacchi armati, ma vi era anche la componente resistenziale passiva (la rete degli informatori, dell’accoglienza: chi ospitava e nascondeva i partigiani, chi gli forniva il cibo).

     E’ vero che una buona parte della popolazione fu attendista, non si schierò per paura degli uni e degli altri. Molti avevano sostenuto il fascismo e non volevano esporsi prima che si capisse chi sarebbe stato il vincitore. Questi non parteggiavano per la resistenza, ma non si esprimevano nemmeno in favore del regime. In questo clima poterono avvenire l’eccidio di Boves (Cuneo) del 19 settembre 1943, la strage di Marzabotto e Monte Sole (Bologna) dell’autunno del 1944, e tante altre rappresaglie nazi-fasciste.

         Lo sciopero generale di otto giorni del Marzo del 1944, che dal nord ovest si estese in tutto il territorio ancora occupato dai nazisti, fu il segno dell’appoggio crescente alla lotta partigiana da parte della classe operaia e rappresentò un colpo decisivo per il regime.

         Subito dopo la caduta di Mussolini, l’8 settembre 1943, i rappresentanti di tutti i partiti fino ad allora clandestini, si costituirono in Comitato di liberazione nazionale, pochi mesi dopo si sentì l’esigenza di un coordinamento dell’attività partigiana anche al nord e nacque il CLNAI (CLN Alta Italia) che funzionò come governo provvisorio in accordo con il CNL, con il riconoscimento degli alleati e del governo centrale (Bonomi).

I partigiani, in sostanza, vennero coordinati come il resto dell’esercito e chiamati Volontari di libertà, sotto il controllo e il comando del generale Cadorna, ma in sostanza le formazioni partigiane più organizzate continuarono ad agire in modo autonomo o sotto il comando di Luigi Longo e Ferruccio Parri, sulla carta vice comandanti.

L’operazione garantì ai partigiani il riconoscimento ufficiale, dovendo solo in teoria limitare le azioni e subordinarsi alle decisioni degli alleati.

         La guerra di liberazione si protrasse fino all’Aprile del 1945, l’epilogo fu rappresentato dallo sfondamento della Linea gotica (retta ideale e irregolare che va da La Spezia a Rimini – o da Massa a Pesaro – che costituiva la linea difensiva dei tedeschi) da parte degli alleati sul lato orientale, sull’Adriatico. Fu di fatto un segnale per i partigiani, che precedendoli occuparono le principali città del nord, scendendo dalle montagne. Il 25 aprile vennero liberate Milano, Torino e Genova e questo giorno è stato scelto per rappresentare la Liberazione dal nazifascismo.

         Mussolini alcuni giorni prima aveva abbandonato Salò e si trovava a Milano; lo stesso giorno con una colonna di mezzi e la presenza di tedeschi, ripiegò per Como, dove cercò di concentrare le forze fasciste residue, ma ormai sentendosi braccato fuggì a nord costeggiando il lago fino a Menaggio. L’idea di espatriare in Svizzera fu scartata perché era certo non sarebbe stato accolto, tanto è vero che alla frontiera fu respinta anche la moglie; vi è notizia tuttavia di un suo tentativo di espatrio clandestino con Claretta Petacci non andato a buon fine. La mattina del 27 si accodò a una colonna tedesca diretta a Merano, travestito da soldato; il convoglio venne intercettato dai partigiani e scortato fino a Dongo, dove durante la perquisizione, il dittatore venne riconosciuto dai partigiani e arrestato con gli altri gerarchi.

La notte del 28 aprile Mussolini venne trasferito con la Petacci a Mezzegra (allora Tremezzina), poco più a sud, e là fucilato; in circostanze non ancora chiarite del tutto restò uccisa anche la Petacci, sulla quale non pendeva condanna.

Quasi contemporaneamente a Dongo vennero fucilati anche gli altri gerarchi fascisti arrestati, trasportati poi a Milano con il duce e la Petacci ed esposti a piazzale Loreto per vendicare la strage fascista del 10 agosto 1944, quando nella stessa piazza vennero trucidati quindici partigiani.

         Il persistente dubbio sull’esatto svolgersi dei fatti è dovuto alla testimonianza più tardiva della presenza sul posto di almeno un agente servizi segreti inglesi, che avevano interesse a far sparire un carteggio evidentemente compromettente detenuto da Mussolini, tra lui e Churchill. Da qualche anno viene infatti accreditata una versione dei fatti che vorrebbe Mussolini eliminato dai servizi segreti inglesi, e alla conoscenza di ciò sarebbe da ricondurre l’uccisione di decine di partigiani nelle settimane successive.

         In tempi recenti, l’avvento al potere della destra e i tentativi di revisione e oscuramento della Resistenza, hanno prodotto diversi interventi sull’argomento da parte di diversi storici.  Ne cito alcuni significativi.

Pietro Scoppola, cattolico, nel suo libro 25 aprile. Liberazione (Einaudi, Torino 1995), sostiene che ha senso celebrare il 25 aprile, sia perché è la giornata simbolo della resistenza, sia perché segna la fine del fascismo, ma soprattutto perché è da lì che è nata la Repubblica. Alcuni storici contemporanei, revisionisti, a volte ex fascisti, criticano il concetto di guerra partigiana e vorrebbero contrapporgli quello di guerra civile, ma sabbiamo bene che il popolo era tutto da una parte.

ll 25 aprile è dunque una data fondamentale per lo stato, che da lì è nato con la sua Costituzione, frutto dell’accordo tra le forze politiche antifasciste, che facevano parte del CNL. Come festa nazionale è dunque spoglia da faccende di parte; in questo senso, sempre secondo Scoppola, non è giustificabile l’utilizzazione politica della resistenza, anche se è comprensibile che chi l’ha vissuta abbia mitizzato quel giorno, perché non bisogna dimenticare che la gente ha subito il fascismo e se ne è liberata grazie alla guerra partigiana.

L’intento di Scoppola è dunque recuperare gli elementi unitari, contro una consuetudine storiografica che spesso mette in luce maggiormente gli aspetti di divisione.

         Gian Enrico Rusconi, storico e intellettuale laico, in Resistenza e postfascismo (Einaudi, Torino 1998), sostiene che una democrazia vitale mantiene viva la memoria della propria origine. Non importa quanto dolorosa e controversa sia, purché alla fine tramite essa si generi tra i cittadini un sentimento di reciproca appartenenza.

Gran parte degli italiani vedono la Resistenza come un episodio genericamente positivo, ma remoto, qualcosa di rituale, che non è diventato solida memoria collettiva dei suoi cittadini. Il persistere di reticenze e cautele, impediscono che la Resistenza sia riconosciuta come l’evento fondante della democrazia italiana, come un momento importante di una storia comune.

         Renzo De Felice, ex comunista, le cui tesi sul fascismo sono state contestatissime e accusate di revisionismo, benché con pareri contrastanti anche a sinistra, ritiene che il consenso al fascismo non mancò neanche all’inizio del conflitto mondiale. La popolazione voleva soprattutto uscire dalla guerra, prima sperando in una vittoria del fascismo, poi comunque anche in una vittoria degli alleati: purché si uscisse dalla guerra.

Egli ritiene che l’antifascismo non incise in maniera sostanziale sulla visione della vita inculcata dal fascismo. Infatti ci fu subito una sorta di riciclaggio e peggio, la nascita di partiti sostanzialmente neofascisti. Si parlò quasi subito di restaurazione.

         Molte cose che scrive De Felice sono vere e verificabili, tranne alcune ambiguità che hanno dato spazio alla strumentalizzazione della stessa destra. In realtà il primo trentennio post fascista ha visto uno stato in libertà vigilata ed esposto a pericoli golpisti, nonostante il sessantotto e gli anni settanta, grazie ai quali la democrazia si è salvata, benché non siano mai stati sconfitti del tutto i settori deviati dello stato, che anzi continuano a tramare.

I partiti dell’arco costituzionale furono soggetti a infiltrazioni di stampo reazionario e lo stesso PCI mutuava la realpolitik di un PCUS che non era certo più quello della rivoluzione di ottobre.

I duri e puri della resistenza sparirono, sotto la voce “indipendenti di sinistra” e si dovette aspettare il 68 per avere sulla scena una sinistra, ma extraparlamentare, degna di essere chiamata tale. Il partito d’azione denunciò il venir meno dello spirito della resistenza da parte del PCI, che per salvaguardare il governo e l’unità antifascista, tradì appunto lo spirito partigiano, le riforme economiche promesse.

         La partecipazione al governo del PCI durò poco, solo fino al 1957. A ciò il PCI addebitò il dissolversi dell’antifascismo. In buona sostanza vi furono errori strategici da parte della sinistra, che si divise, ma anche di condizionamenti reazionari dettati dagli pseudo marxisti stalinisti o neostalinisti del PCUS.

Le sinistre si dissero allora le uniche rappresentanti della resistenza. Ciò provocò un atteggiamento di ridimensionamento della Resistenza da parte dei cattolici moderati, i quali misero più l’accento sulla lotta contro l’invasore tedesco e che sulla lotta antifascista, mettendo sullo stesso piano nazisti e stalinisti (che al di là della figura di Stalin, furono decisivi per sconfiggere il nazismo). In questo giudizio senza distinguo includevano anche il PCI, ed era già guerra fredda.

         Alcuni storici attribuiscono a questi contrasti la mancata nascita di una chiara identità nazionale. Resta per fortuna il baluardo della Costituzione, attaccata dai postfascisti e difesa dagli eredi della resistenza.

         E’ doveroso chiosare questa lezione osservando che sono passati quindici anni, volati, e il baluardo anzidetto resiste ad assedi sempre più pesanti portati da gente che parla con ignoranza – per citare una spassosa battuta di qualche tempo fa –  e anche gli storici sono parecchio disorientati da variabili impazzite… proprio ieri uno cantava “Berlusconi no, non lo avevo considerato…”.

(Storia contemporanea – 8.5.1996) MP

Scritto da: indian
Ultima modifica: 03 Nov 2011 @ 08:02 PM

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 24 Lug 2009 @ 1:18 AM 

Ho apprezzato l’iniziativa del 14 luglio scorso, non si farà mai troppo per contrastare il decreto Alf-ano, per contrastare un governo che spudoratamente dice di agire in nome della "libertà", e sappiamo la libertà di chi…
Tuttavia penso che la risposta a chi, da una parte approva una legge contro le intercettazioni al premier  arcorense (…al ministero del condom e affiliati) e dall’altra vorrebbe approvarne un’altra per limitare il libero uso del telefono a tutti gli altri cittadini, meriti una risposta almeno uguale ed opposta…
Ad un tentativo di golpe, alla dittatura latente, si risponde con la resistenza… Se ronde ci devono essere che siano ronde che vigilino sul governo, prima che sia troppo tardi e la dittatura diventi palese e irreversibile.
Già qualche anno fa ebbi occasionre di far notare come il Membro supremo attentasse alla democrazia, oggi, complice un popolino di triste memoria, la sua azione si fa sempre più spudorata… Ormai il "conflitto di interessi" è diventato un fatto accettato da questa repubblica delle bananas, si fanno cose ben più gravi e incontrastate, opposizione zero… mi fa pena il povero indigente Fassino (ormai liberale malagodiano) che per esprimere una contrarietà fa un giro di parole assurdo come se dovesse contrastare il consiglio di amministrazione dell’accademia della forca o di qualche circolo filosofico snob e non un governo di subdoli fascisti, non affatto in sonno, ma attivi.
Insomma penso che l’iniziativa del 14 Luglio sia almeno servita a sensibilizzare i blogger rispetto al disegno liberticida di un governo che può stringere la mano in tal senso solo a quello iraniano.
Questo governo non solo ha fatto carta straccia della costituzione, imavagliando gli altri poteri centrali dello stato, ma sta negando anche i fondamentali diritti civili, di associazione e della persona.
Non è necessaria dunque una battaglietta e timidi slogan: le cose bisogna chiamarle con il proprio nome.
I blogger dunque non siano la trasfigurazione di Fassino e di altri come lui, non si potrà incidere contro il decreto anti-internet – che è solo uno degli atti generali contro la libertà di stampa, ormai ampiamente negata (basti vedere l’ossequiosità di stampa e Tv, il lecchinaggio infinito nei confronti dell’impotente puttaniere di regime) – se si conduce una battaglia ritenendo di essere in una normale situazione democratica.
Siccome non è così, bisogna passare dalla difesa all’attacco. E’ necessario in qualche modo sostituirsi a quella parte di parlamento che è stato eletto per contrastare l’opera del pseudo-duce e adottare tutti gli strumenti necessari a ripristinare le libertà e la democrazia.
L’unica arma di cui dispongo sono le mie idee, ma i dittatori sanno che le idee sono più pericolose delle armi.
E’ necessaria una mobilitazione dei blogger dal basso, dalla base, con il passa parola, con il coinvolgere di blog in blog i propri contatti, e noi sappiamo cosa si può fare con questo sistema, con la rete, proprio quella che vorrebbero chiudere, attaccando per prime le voci vive, i web-log.
Organizziamo qualcosa di più forte per Ottobre, che comporti scendere in piazza ovunque, ma con rumore-rumore questa volta, non dobbiamo protestare contro la regina Elisabetta o i suoi lord…
Propongo a tutti i miei contatti, che elaborino idee e proposte, se vogliono con questo testo, parti o anche testi originali e le trasmettano a loro volta ai loro contatti e così via, in modo da creare una informazione e una volontà di lotta capillare che non potrà essere più fermata.
Il decreto Alfano si contrasta non più con il silenzio (che ha avuto il pregio di infromarci, allertarci), ma andando a toccare qualcosa che per il Grande capo possa essere scomodo… i suoi "non mi fanno paura", che significa che gli hanno già cambiato diverse volte il pannolone…
TROVIAMO SOPRATTUTTO UNA DATA IN CUI SI ALZI DAVVERO UN URLO DA OGNI BLOG, NON DI SILENZIO MA DI SCRITTURA SCOMODA, TESTO LIBERO O CONCORDATO, IN PARTE O MENO… PROVATE A IMMAGINARE UN GIORNO IN CUI OGNI BLOG HA UN NUOVO POST, THE BLOGGER DAY, COINVOLGIAMO TUTTE LE PIATTAFORME, I BLOG ESTERI, FACEBOOK, OGNI SITUAZIONE RAGGIUNGIBILE CON LA NOSTRA ADSL…
CONTO SU DI VOI PER L’AVVIO DI QUESTA RETE. SE SI VUOLE VINCERE, BISOGNA CREDERCI!
COMITATO "IL DECRETO METTITELO NELL’ALFANO".

(continua…) »

Scritto da: indian
Ultima modifica: 03 Giu 2013 @ 09:45 AM

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 09 Giu 2005 @ 12:18 AM 

Sbarca nel panorama musicale italiano Appunti Partigiani, progetto targato Modena City Ramblers che raccoglie alcuni dei canti di lotta partigiani della Seconda Guerra Mondiale, riarrangiati e reinterpetati in chiave moderna senza togliere alle musiche la forza di allora. Un album simbolo per il gruppo modenese, che torna allo scoperto con questo progetto che intende celebrare i 60 anni della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo.

L’art. 1 della Costituzione italiana non è l’epitaffio sulla lapide di un periodo morto e sepolto, ma il concetto portante su cui le generazioni, e non solo quella che ha vissuto la guerra, devono formare i loro principi e valori morali. Ricordare e raccontare le piccole e grandi storie dei partigiani, di chi ha lottato a rischio della propria vita e delle vittime innocenti, deve contribuire alla costruzione di una società con una forte coscienza civile, di libertà e solidarietà. Così il gruppo racconta la passione che c’è dietro Appunti Partigiani, album di 15 canzoni, la maggior parte delle quali appartengono al repertorio popolare dell’epoca della seconda guerra mondiale.

Repertorio a cui si affiancano brani composti in tempi recenti o comunque successivi alla Liberazione. Quindici tracce di musica coraggiosa, interpretate e sentite da artisti noti nel panorama musicale italiano e non. C’è la classica Bella Ciao, orchestrata e diretta da Goran Bregovic in un concerto a Modena nel Capodanno 2000. C’è Oltre il Ponte, scritta da Italo Calvino in ricordo della sua militanza nella Resistenza, Partigiano John degli Africa Unite, Spara Juri dei CCCP, la Guerra di Piero di Fabrizio De Andrè, Viva l’Italia di Francesco De Gregori, Auschwitz di Francesco Guccini.

Canzoni che hanno segnato un’epoca e che ancora oggi sono più che mai attuali, grazie agli arrangiamenti e alle interpretazioni di grandi artisti che hanno aderito ad Appunti Partigiani. Tra questi, solo per citarne alcuni, ricordiamo Bandabardò, Piero Pelù, Paolo Rossi, Ginevra di Marco, Morgan. Non mancano contributi di musicisti palestinesi e anche un brano inedito, l’unico del cd, contributo personale degli stessi Modena City Ramblers. Il brano si chiama Il Sentiero ed è ispirato al primo romanzo di Italo Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno, libro ambientato all’epoca della lotta di liberazione partigiana e fortemente autobiografico.

Appunti Partigiani non è quindi il nuovo disco dei Modena City Ramblers, che uscirà nel 2006, ma una raccolta di brani e musiche senza tempo, rivedute e corrette da Cisco e compagni, che ripercorrendo 60 anni di musica resistente, hanno scelto le canzoni che sentivano più vicine.

Riferimenti: OLTRE IL PONTE


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