31 Lug 2011 @ 10:08 PM 

Lezioni condivise 55 – La Resistenza al fascismo

     A parlare oggi di Resistenza si prova tutta una serie di sensazioni contrastanti, tra le quali poi prevale la rabbia. Ci sono stati anni in cui il solo pensiero della Resistenza ha rappresentato una sicurezza per i democratici e un monito per i neofascisti e il loro universo, lo stesso (universo) che permise al fascismo di nascere e di prendere il potere. Ha ragione Gianni Simoni, e lo sanno tutti, ma è necessario che qualcuno ogni tanto ce lo ricordi: oggi il capo del governo italiano è un esponente della P2 di Licio Gelli, oggi le logge massoniche deviate si moltiplicano, i loro esponenti fanno parte del principale partito di governo; sono coinvolti ministri, lo stesso premier, e la si butta sul ridere; non succede nulla e tutta questa organizzazione che agisce ancora quasi alla luce del sole – P4, struttura delta, mafia, agganci impensabili (complice la RAI occupata e mediaset), con i loro giornaletti (la sera ed è grottesco, cartaccia come “Chi?” e similare, passa nella rassegna stampa del TG5 e compari) – vorrebbe farci credere che la magistratura stia facendo chissà che cosa, mentre se la facesse davvero sarebbero tutti già in galera.

     E mentre nel dopoguerra, fino ai controversi anni ottanta, la mobilitazione popolare, sebbene a caro prezzo, difendeva i diritti e le libertà faticosamente conquistati, la presa del potere da parte degli scampati a mani pulite, passo dopo passo, sta demolendo la Repubblica nata dalla Resistenza e la sua Costituzione, tant’è che a poco più di un mese dalla loro sconfitta elettorale e sui referendum, si permettono di approvare una legge che gli garantisce l’impunità, senza che l’indignazione popolare li travolga una volta per tutte.

     L’indignazione che si è levata non è davvero proporzionale alla gravità di quanto sta accadendo, sia a livello economico, sia a livello di democrazia. Si fa un gran parlare di Magistratura attiva, di Napolitano attento, di condanne in parlamento, e intanto l’ometto se ne frega, trama nell’ombra e continua a fare i suoi interessi, mentre la gente comune è alla fame e continua a pagare al posto della casta.

     Tanta rabbia per questa stasi, questa impotenza, nonostante il vaso trabocchi da tempo. Cosa deve accadere perché la gente dica basta davvero e li cacci via a pedate? Probabilmente si aspetta che la situazione diventi di non ritorno. Che si debba tornare davvero a Piazzale Loreto, ma quando?

     Questa sorta di regime anomalo in cui viviamo, per cui dentro un sistema costituzionale democratico si è instaurata una sorta di dittatura mediatica, per quanto a tratti surreale e ridicola, sta purtroppo producendo danni enormi anche sotto il profilo culturale: istruzione,  università, cultura, informazione sono da tempo sotto attacco e da tempo se ne avvertono le conseguenze; non è un caso che costantemente venga presa di mira con particolare veemenza la Storia contemporanea, si vorrebbe togliere dai libri di scuola la parola Resistenza e anche Liberazione. I nostalgici borghesi vorrebbero farci credere che la guerra di Liberazione, dunque anche Partigiana, sia stata una “guerra civile”, cercando di imporre un colossale falso storico: in realtà i fascisti erano ormai un numero esiguo, Mussolini era tenuto su dai tedeschi e la guerra fu sostanzialmente contro l’occupante, appunto di liberazione.

         La Resistenza al fascismo si sviluppò nell’Italia del nord, al di là degli Appennini. La creazione della repubblica di Salò, dopo la fuga di Mussolini dagli arresti di Campo imperatore (L’Aquila), comportò l’inasprimento della guerra contro l’occupazione nazista e i residui del fascismo.

La Resistenza coinvolse oltre 200.000 combattenti partigiani, di tutte le classi sociali, ma appartenenti soprattutto agli strati proletari; lo scopo era di raggiungere un ampio rinnovamento sociale e politico. A nord i partigiani godevano di un vasto appoggio popolare. La lotta non si sviluppò esclusivamente con attacchi armati, ma vi era anche la componente resistenziale passiva (la rete degli informatori, dell’accoglienza: chi ospitava e nascondeva i partigiani, chi gli forniva il cibo).

     E’ vero che una buona parte della popolazione fu attendista, non si schierò per paura degli uni e degli altri. Molti avevano sostenuto il fascismo e non volevano esporsi prima che si capisse chi sarebbe stato il vincitore. Questi non parteggiavano per la resistenza, ma non si esprimevano nemmeno in favore del regime. In questo clima poterono avvenire l’eccidio di Boves (Cuneo) del 19 settembre 1943, la strage di Marzabotto e Monte Sole (Bologna) dell’autunno del 1944, e tante altre rappresaglie nazi-fasciste.

         Lo sciopero generale di otto giorni del Marzo del 1944, che dal nord ovest si estese in tutto il territorio ancora occupato dai nazisti, fu il segno dell’appoggio crescente alla lotta partigiana da parte della classe operaia e rappresentò un colpo decisivo per il regime.

         Subito dopo la caduta di Mussolini, l’8 settembre 1943, i rappresentanti di tutti i partiti fino ad allora clandestini, si costituirono in Comitato di liberazione nazionale, pochi mesi dopo si sentì l’esigenza di un coordinamento dell’attività partigiana anche al nord e nacque il CLNAI (CLN Alta Italia) che funzionò come governo provvisorio in accordo con il CNL, con il riconoscimento degli alleati e del governo centrale (Bonomi).

I partigiani, in sostanza, vennero coordinati come il resto dell’esercito e chiamati Volontari di libertà, sotto il controllo e il comando del generale Cadorna, ma in sostanza le formazioni partigiane più organizzate continuarono ad agire in modo autonomo o sotto il comando di Luigi Longo e Ferruccio Parri, sulla carta vice comandanti.

L’operazione garantì ai partigiani il riconoscimento ufficiale, dovendo solo in teoria limitare le azioni e subordinarsi alle decisioni degli alleati.

         La guerra di liberazione si protrasse fino all’Aprile del 1945, l’epilogo fu rappresentato dallo sfondamento della Linea gotica (retta ideale e irregolare che va da La Spezia a Rimini – o da Massa a Pesaro – che costituiva la linea difensiva dei tedeschi) da parte degli alleati sul lato orientale, sull’Adriatico. Fu di fatto un segnale per i partigiani, che precedendoli occuparono le principali città del nord, scendendo dalle montagne. Il 25 aprile vennero liberate Milano, Torino e Genova e questo giorno è stato scelto per rappresentare la Liberazione dal nazifascismo.

         Mussolini alcuni giorni prima aveva abbandonato Salò e si trovava a Milano; lo stesso giorno con una colonna di mezzi e la presenza di tedeschi, ripiegò per Como, dove cercò di concentrare le forze fasciste residue, ma ormai sentendosi braccato fuggì a nord costeggiando il lago fino a Menaggio. L’idea di espatriare in Svizzera fu scartata perché era certo non sarebbe stato accolto, tanto è vero che alla frontiera fu respinta anche la moglie; vi è notizia tuttavia di un suo tentativo di espatrio clandestino con Claretta Petacci non andato a buon fine. La mattina del 27 si accodò a una colonna tedesca diretta a Merano, travestito da soldato; il convoglio venne intercettato dai partigiani e scortato fino a Dongo, dove durante la perquisizione, il dittatore venne riconosciuto dai partigiani e arrestato con gli altri gerarchi.

La notte del 28 aprile Mussolini venne trasferito con la Petacci a Mezzegra (allora Tremezzina), poco più a sud, e là fucilato; in circostanze non ancora chiarite del tutto restò uccisa anche la Petacci, sulla quale non pendeva condanna.

Quasi contemporaneamente a Dongo vennero fucilati anche gli altri gerarchi fascisti arrestati, trasportati poi a Milano con il duce e la Petacci ed esposti a piazzale Loreto per vendicare la strage fascista del 10 agosto 1944, quando nella stessa piazza vennero trucidati quindici partigiani.

         Il persistente dubbio sull’esatto svolgersi dei fatti è dovuto alla testimonianza più tardiva della presenza sul posto di almeno un agente servizi segreti inglesi, che avevano interesse a far sparire un carteggio evidentemente compromettente detenuto da Mussolini, tra lui e Churchill. Da qualche anno viene infatti accreditata una versione dei fatti che vorrebbe Mussolini eliminato dai servizi segreti inglesi, e alla conoscenza di ciò sarebbe da ricondurre l’uccisione di decine di partigiani nelle settimane successive.

         In tempi recenti, l’avvento al potere della destra e i tentativi di revisione e oscuramento della Resistenza, hanno prodotto diversi interventi sull’argomento da parte di diversi storici.  Ne cito alcuni significativi.

Pietro Scoppola, cattolico, nel suo libro 25 aprile. Liberazione (Einaudi, Torino 1995), sostiene che ha senso celebrare il 25 aprile, sia perché è la giornata simbolo della resistenza, sia perché segna la fine del fascismo, ma soprattutto perché è da lì che è nata la Repubblica. Alcuni storici contemporanei, revisionisti, a volte ex fascisti, criticano il concetto di guerra partigiana e vorrebbero contrapporgli quello di guerra civile, ma sabbiamo bene che il popolo era tutto da una parte.

ll 25 aprile è dunque una data fondamentale per lo stato, che da lì è nato con la sua Costituzione, frutto dell’accordo tra le forze politiche antifasciste, che facevano parte del CNL. Come festa nazionale è dunque spoglia da faccende di parte; in questo senso, sempre secondo Scoppola, non è giustificabile l’utilizzazione politica della resistenza, anche se è comprensibile che chi l’ha vissuta abbia mitizzato quel giorno, perché non bisogna dimenticare che la gente ha subito il fascismo e se ne è liberata grazie alla guerra partigiana.

L’intento di Scoppola è dunque recuperare gli elementi unitari, contro una consuetudine storiografica che spesso mette in luce maggiormente gli aspetti di divisione.

         Gian Enrico Rusconi, storico e intellettuale laico, in Resistenza e postfascismo (Einaudi, Torino 1998), sostiene che una democrazia vitale mantiene viva la memoria della propria origine. Non importa quanto dolorosa e controversa sia, purché alla fine tramite essa si generi tra i cittadini un sentimento di reciproca appartenenza.

Gran parte degli italiani vedono la Resistenza come un episodio genericamente positivo, ma remoto, qualcosa di rituale, che non è diventato solida memoria collettiva dei suoi cittadini. Il persistere di reticenze e cautele, impediscono che la Resistenza sia riconosciuta come l’evento fondante della democrazia italiana, come un momento importante di una storia comune.

         Renzo De Felice, ex comunista, le cui tesi sul fascismo sono state contestatissime e accusate di revisionismo, benché con pareri contrastanti anche a sinistra, ritiene che il consenso al fascismo non mancò neanche all’inizio del conflitto mondiale. La popolazione voleva soprattutto uscire dalla guerra, prima sperando in una vittoria del fascismo, poi comunque anche in una vittoria degli alleati: purché si uscisse dalla guerra.

Egli ritiene che l’antifascismo non incise in maniera sostanziale sulla visione della vita inculcata dal fascismo. Infatti ci fu subito una sorta di riciclaggio e peggio, la nascita di partiti sostanzialmente neofascisti. Si parlò quasi subito di restaurazione.

         Molte cose che scrive De Felice sono vere e verificabili, tranne alcune ambiguità che hanno dato spazio alla strumentalizzazione della stessa destra. In realtà il primo trentennio post fascista ha visto uno stato in libertà vigilata ed esposto a pericoli golpisti, nonostante il sessantotto e gli anni settanta, grazie ai quali la democrazia si è salvata, benché non siano mai stati sconfitti del tutto i settori deviati dello stato, che anzi continuano a tramare.

I partiti dell’arco costituzionale furono soggetti a infiltrazioni di stampo reazionario e lo stesso PCI mutuava la realpolitik di un PCUS che non era certo più quello della rivoluzione di ottobre.

I duri e puri della resistenza sparirono, sotto la voce “indipendenti di sinistra” e si dovette aspettare il 68 per avere sulla scena una sinistra, ma extraparlamentare, degna di essere chiamata tale. Il partito d’azione denunciò il venir meno dello spirito della resistenza da parte del PCI, che per salvaguardare il governo e l’unità antifascista, tradì appunto lo spirito partigiano, le riforme economiche promesse.

         La partecipazione al governo del PCI durò poco, solo fino al 1957. A ciò il PCI addebitò il dissolversi dell’antifascismo. In buona sostanza vi furono errori strategici da parte della sinistra, che si divise, ma anche di condizionamenti reazionari dettati dagli pseudo marxisti stalinisti o neostalinisti del PCUS.

Le sinistre si dissero allora le uniche rappresentanti della resistenza. Ciò provocò un atteggiamento di ridimensionamento della Resistenza da parte dei cattolici moderati, i quali misero più l’accento sulla lotta contro l’invasore tedesco e che sulla lotta antifascista, mettendo sullo stesso piano nazisti e stalinisti (che al di là della figura di Stalin, furono decisivi per sconfiggere il nazismo). In questo giudizio senza distinguo includevano anche il PCI, ed era già guerra fredda.

         Alcuni storici attribuiscono a questi contrasti la mancata nascita di una chiara identità nazionale. Resta per fortuna il baluardo della Costituzione, attaccata dai postfascisti e difesa dagli eredi della resistenza.

         E’ doveroso chiosare questa lezione osservando che sono passati quindici anni, volati, e il baluardo anzidetto resiste ad assedi sempre più pesanti portati da gente che parla con ignoranza – per citare una spassosa battuta di qualche tempo fa –  e anche gli storici sono parecchio disorientati da variabili impazzite… proprio ieri uno cantava “Berlusconi no, non lo avevo considerato…”.

(Storia contemporanea – 8.5.1996) MP

Scritto da: indian
Ultima modifica: 03 Nov 2011 @ 08:02 PM

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 09 Giu 2005 @ 12:18 AM 

Sbarca nel panorama musicale italiano Appunti Partigiani, progetto targato Modena City Ramblers che raccoglie alcuni dei canti di lotta partigiani della Seconda Guerra Mondiale, riarrangiati e reinterpetati in chiave moderna senza togliere alle musiche la forza di allora. Un album simbolo per il gruppo modenese, che torna allo scoperto con questo progetto che intende celebrare i 60 anni della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo.

L’art. 1 della Costituzione italiana non è l’epitaffio sulla lapide di un periodo morto e sepolto, ma il concetto portante su cui le generazioni, e non solo quella che ha vissuto la guerra, devono formare i loro principi e valori morali. Ricordare e raccontare le piccole e grandi storie dei partigiani, di chi ha lottato a rischio della propria vita e delle vittime innocenti, deve contribuire alla costruzione di una società con una forte coscienza civile, di libertà e solidarietà. Così il gruppo racconta la passione che c’è dietro Appunti Partigiani, album di 15 canzoni, la maggior parte delle quali appartengono al repertorio popolare dell’epoca della seconda guerra mondiale.

Repertorio a cui si affiancano brani composti in tempi recenti o comunque successivi alla Liberazione. Quindici tracce di musica coraggiosa, interpretate e sentite da artisti noti nel panorama musicale italiano e non. C’è la classica Bella Ciao, orchestrata e diretta da Goran Bregovic in un concerto a Modena nel Capodanno 2000. C’è Oltre il Ponte, scritta da Italo Calvino in ricordo della sua militanza nella Resistenza, Partigiano John degli Africa Unite, Spara Juri dei CCCP, la Guerra di Piero di Fabrizio De Andrè, Viva l’Italia di Francesco De Gregori, Auschwitz di Francesco Guccini.

Canzoni che hanno segnato un’epoca e che ancora oggi sono più che mai attuali, grazie agli arrangiamenti e alle interpretazioni di grandi artisti che hanno aderito ad Appunti Partigiani. Tra questi, solo per citarne alcuni, ricordiamo Bandabardò, Piero Pelù, Paolo Rossi, Ginevra di Marco, Morgan. Non mancano contributi di musicisti palestinesi e anche un brano inedito, l’unico del cd, contributo personale degli stessi Modena City Ramblers. Il brano si chiama Il Sentiero ed è ispirato al primo romanzo di Italo Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno, libro ambientato all’epoca della lotta di liberazione partigiana e fortemente autobiografico.

Appunti Partigiani non è quindi il nuovo disco dei Modena City Ramblers, che uscirà nel 2006, ma una raccolta di brani e musiche senza tempo, rivedute e corrette da Cisco e compagni, che ripercorrendo 60 anni di musica resistente, hanno scelto le canzoni che sentivano più vicine.

Riferimenti: OLTRE IL PONTE

 18 Apr 2005 @ 9:52 PM 

Ognuno ha la frase celebre che si merita! Ad esempio, un uomo mite e modesto come Karol Wojtyla ne ha pronunciato tante, che so “Se sbaglio, mi corriggerete!”. Ma c’è gente lontana anni luce dal Papa Giovanni Paolo II, che è molto meno modesta, anzi spaccona, megalomane, mitomane, ad libitum, come il sig. Berlusconi, che di frase celebre ne ha pronunciato una qualche giorno fa: NON VI LIBERERETE COSI’ FACILMENTE DI ME!
Detto, fatto!
Oltre che cocciuto, prepotente (per usare un eufemismo), come ha fatto tante altre volte per salvare la poltrona, questa volta non si sa cosa abbia svenduto a Follini per non farlo cadere.
Intanto la gente insiste a mandare segnali: Basilicata, Pavia, Mantova… continuano a passare alla sinistra… A Venezia sono addirittura al ballottaggio due candidati progressisti…
E’ proprio in questa situazione che occore tenere gli occhi aperti e VIGILARE, perchè questa minavagante da Arcore farà carte false per non mollare il potere e continuare a fare i suoi sporchi interessi alle spalle del popolo.

Riferimenti: ABBATTIAMO IL MURO DI BERLUSCONI!!!

Scritto da: indian
Ultima modifica: 03 Giu 2013 @ 06:16 PM

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