31 Gen 2012 @ 11:51 PM 

Lezioni condivise 61 – Quantum fortuna in rebus humanis possit
Trattando di storia, ho sempre separato i due opposti concetti di nazionalismo di cui abbiamo avuto esempio a cavallo tra ottocento e novecento.
Il più antico, positivo, di carattere popolare e libertario, nasceva dalla necessità di liberare le nazioni oppresse dagli stati invasori, coloniali e dal primo imperialismo. In questo caso il riconoscimento dei diritti delle nazioni all’autodeterminazione rappresentava un principio democratico i cui effetti dovevano essere solo positivi ed evidenti; il più recente e più noto, il nazismo, non nasce invece come bisogno di libertà, ma come tentativo di imporre la razza “ariana”, prevalentemente tedesca, sulle altre inferiori; non è neppure un’ideologia politica, ma un progetto criminale tout court, nato e sviluppato in menti malate.
L’esperienza nazista ha evidentemente dato una connotazione negativa al concetto di nazione, che solo contingenze relative al terzo e quarto mondo, ma anche ai diritti dei popoli oppressi e minoritari nel nuovo e antico mondo, hanno portato necessariamente a recuperare il significato originario, scevro da significati inquietanti.
Se il mondo andasse avanti su basi puramente etiche, non ci sarebbero problemi, sappiamo invece che anche oggi esistono vari stati gendarme che l’etica la applicano solo secondo la propria convenienza e con il supporto di tanta propaganda, rendendo il falso vero e viceversa, liberando alcuni e opprimendo altrove o in casa propria.
Come possa districarsi in questo bailamme di poteri occulti il cittadino etico, ce lo hanno insegnato in vari modi gli Huxley, i Silone, gli Orwell: mantenendo la capacità critica, non facendo contaminare il proprio pensiero da derive ideologiche discriminanti dell’uomo sull’uomo, riuscendo a concepire il pensiero logico come tale, non assimilando contorsioni mentali tendenti a far accettare l’inaccettabile. Basti pensare che la propaganda, in passato, ha fatto passare l’idea che non si può essere tutti uguali e noto che solo oggi, dopo circa trent’anni di oscurantismo culturale, si torna a parlare di uguaglianza, sebbene il potere sia in mano alla finanza, ma è già qualcosa che il Movimento (dagli Indignati a Occupy, a Internet) l’abbia individuata come il nemico da abbattere.
Detto questo, è evidente che l’essere etico, deve stare all’erta; è evidente che i fraudolenti, i ruffiani, i manipolatori, i demagoghi, sono sempre all’opera e bisogna guardarsene, combatterli e smascherarli senza pietà. Il governo Monti e chi lo appoggia, ad esempio, è gente di questa risma e spero che ci si accorga a cosa è dovuta la differenza tra quel che si dice e quel che si fa realmente, dei loro beceri metodi oscurantisti, ma non ne conoscono altri. La capacità critica è necessaria in un mondo di questo tipo, così complesso, ed è essenziale in ogni campo, in storia, in letteratura, in giustizia, in politica.
Tornando dunque al concetto iniziale, occorre distinguere, e sebbene la distinzione tra bene e male non sia più netta, all’essere critico gli si drizzeranno i capelli al momento giusto.
E’ naturale che ciò accada leggendo il Principe di Machiavelli, compresa la sua conclusione, l’exhortatio ad capessendam italiam in libertatemque a barbaris vindicandam.
A quale Italia e quali barbari si riferisse non è chiaro, e soprattutto, quale diritto avrebbero potuto avere i Medici o altri a “pigliare” cosa…! Lo avrebbero fatto i Savoia più di tre secoli dopo, con i risultati che vediamo oggi che comincia ad emergere con qualche ritardo (i tentativi passati sono sempre stati messi a tacere) la verità sull’unificazione forzata, violenta e di fatto mai avvenuta.
Gli italiani, sostiene, erano forti individualmente, ma non erano organizzati, e cita la Disfida di Barletta, tanto celebrata dal patriottismo nostalgico; in realtà Fieramosca e gli altri, rappresentavano la Spagna, erano dunque mercenari e la contesa era con la Francia per la suddivisione del regno di Napoli.
Sotto il profilo puramente storico-letterario, trae delle conclusioni da pessimo profeta, perché giudica quei tempi per l’Italia, analoghi quelli che fecero la fortuna di Mosè, di Ciro, di Teseo, ma l’Italia schiava, serva, dispersa, disordinata, spogliata, non si è mai ripresa e certamente non al tempo del nostro, che riteneva fosse tutta pronta e disposta a seguire una bandiera, pur che ci sia uno che la pigli. Esorta i Medici a farsi promotori di questo riscatto che non ci sarà, usando proprie armi e li istruisce sui difetti di spagnoli, svizzeri e tedeschi…
Non si debba adunque lasciare passare questa occasione, acciò che la Italia dopo tanto tempo vegga uno suo redentore… e sotto li sua auspizi si verifichi quel detto del Petrarca:
Virtù contro a furore/ prenderà l’arme…
Retorica deteriore e avulsa dalla realtà delle cose, teorie che prescindono dall’esistenza della gente, dei popoli, delle culture…
A parte l’esortazione finale, stimolo per invettive, l’ultimo consiglio di Machiavelli al principe è di guardarsi dalla fortuna, che per lui è il fato, il destino.
La ruina d’Italia, sostiene, è dovuta all’ignavia dei principi italiani che in cinquanta anni di benessere non hanno potuto prendere le misure per evitare la malasorte, fermi nella loro mollezza.
La fortuna è un problema chiave, un ostacolo che tuttavia può essere controllato e trova giustificazione nella religione, come provvidenza. In Dante, ad esempio, è ministra e duce di Dio, dunque da accettare come Suo disegno.
Al contrario, secondo la concezione immanentista, propria della scienza economica, l’uomo è artefice del proprio destino – concetto che può fungere da alibi per avallare le ingiustizie sociali – eppure l’uomo non può dominare tutto.
Durante l’umanesimo (Leon Battista Alberti) si pensava di poter dominare la fortuna. Quando è tutto ordinato, quando la situazione politica è forte, basterebbe un po’ di prudenza, pensare anche al futuro nel caso le cose non dovessero andare così bene, dunque prepararsi ad affrontare tempi peggiori.
Dal 1494 (discesa di Carlo VIII) il problema della fortuna diventò tema letterario sia dei grandi (come Ariosto) che dei minori.
In Machiavelli il concetto non è univoco, né lineare e coerente. Parte dalla rassegnazione nella lettera al Vettori, al discorso più ragionato ne “Il Principe”. Cita, per confutarlo, l’assunto secondo cui la fortuna governa il mondo e non vi è prudenza umana che tenga, tanto vale farsi governare dalla sorte. Egli sostiene che almeno la metà delle azioni dell’uomo dipendano dal nostro libero arbitrio e dalla virtù.
Paragona la fortuna al nubifragio che fa straripare i fiumi, producendo danni inevitabili, che l’uomo tuttavia può limitare incanalando l’acqua, costruendo argini e pulendone i letti. La fortuna imperversa dove non c’è virtù a resistergli, e quanto accade al territorio alluvionato, accade al principe inerte; la fortuna è come un manto insufficiente: scopre i piedi o il busto.
Una persona felicita o ruina a seconda di come si muove la fortuna, ma felice è quell’uomo che si confronta, che si uniforma alla qualità dei tempi.
Tuttavia per contrastare il destino non ci sono particolari ricette; l’impetuoso e il paziente a volte giungono allo stesso risultato con comportamenti diversi nel bene o nel male, e anche due che si comportano in ugual modo possono sortire effetti diversi.
Chi governa bene e con pazienza, se muta la fortuna può rovinare, perché essendoci necessità di mutare comportamento non lo sa fare, essendo la sua natura quella. Occorre essere duttili, ma la realtà è più complessa delle definizioni, è quasi impossibile mutare la propria natura e la storia ne è esempio.
Quinto Fabio Massimo ebbe fortuna perché temporeggiava, allora serviva quella qualità, ma in un altro tempo non sarebbe stato favorevole comportarsi in quel modo e avrebbe fallito.
A Giulio II, invece, riuscì ogni mossa agendo con impeto, se avesse avuto necessità di procedere con respetti si sarebbe rovinato perché non era la sua natura e infatti quando adottò la prudenza, fallì.
E a proposito di barbarie, sostiene infine, che sia meglio essere impetuoso che respettivo, perché la fortuna è donna: ed è necessario, volendola tenere sotto, batterla e urtarla…
Gramsci, da una lettura critica, positiva e generosa de “Il principe”, trasse la convinzione che si debba agire con il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà. Pertanto, giacché dovere dell’uomo è non abbandonarsi mai, nell’azione del nostro essere etico è doveroso che prevalga sempre la volontà.
(Letteratura italiana – 17.5.1996) MP

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Ultima modifica: 13 Apr 2012 @ 09:44 PM

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 30 Nov 2011 @ 12:30 PM 

Lezioni condivise 59 – Fortuna e disfatta del Principe

La figura di Cesare Borgia è davvero singolare e fa il paio con quella del padre Rodrigo, papa; ma è sbalorditivo il riguardo di Machiavelli nei suoi confronti in rapporto ai crimini commessi, stando almeno alla cruda lettura del Principe; quanto alla posizione della chiesa sui suddetti, non se ne parli! fosse solo Alessandro VI lo scheletro nell’armadio che si porta dietro… (omissis et re omissis).

Figlio del papa (espressione sufficiente a smascherare secoli di ipocrisia), seminarista in gioventù, pur non avendo mai ricevuto la consecratio, fu nominato Vescovo di Valencia e poco più tardi pure cardinale. Alcuni anni dopo uccise suo fratello Juan e depose la porpora cardinalizia, ma solo per darsi alla politica, non per indegnità.

Luigi XII di Francia, in cambio dello scioglimento del proprio matrimonio, gli concesse la mano di Carlotta d’Aragona, scorciatoia verso il Regno di Napoli, ma lei rifiutò e per accontentare il re si addivenne a un compromesso. Cesare dovette ripiegare su Charlotte d’Albret, sorella del re di Navarra, ottenendo anche il titolo di Duca del Valentinois.

Nel 1499, il Valentino, seguì il re francese nella spedizione in Italia (per molti versi analoga a quella di soli cinque anni prima del suo predecessore Carlo VIII); approfittando di ciò, Alessandro VI, papa e papà Borgia, affaccendato per sistemare il figlio, destabilizzò i suoi stati feudali dell’Italia centrale, dichiarandone i principi decaduti per mancato pagamento del censo, in modo che Cesare, visto che era di passaggio, potesse occuparli con l’esercito di Svizzeri messogli a disposizione dal re di Francia. Conquistò così la Romagna e parte delle Marche.

Ad operazioni in corso, però, il re richiamò l’armata del Valentino che, facendo buon viso a cattivo gioco, fece ingresso trionfale a Roma. Qui aggregò un esercito ancora più numeroso, aiutato dagli Orsini e altri signori (truppe ausiliarie e mercenarie). Conquistò Pesaro, Rimini e con enorme difficoltà Faenza. Gesta, ovviamente, piene di inganni e crudeltà. Volse poi le sue mire a Bologna e alla Toscana. In Emilia lo fece desistere Luigi XII stesso, in Toscana pose condizioni a Firenze, Pisa e attaccò Piombino e le isole. Solo in seguito si unì ai Francesi per la conquista del Regno di Napoli.

Nel 1500 Luigi XII e Ferdinando I di Spagna conclusero un accordo segreto per spartirsi quel regno e con relativa facilità posero fine alla dinastia aragonese. Il papa intanto si vendicò dei Colonna e dei Savelli che avevano appoggiato Federico I di Napoli.

Valentino proseguiva nelle sue conquiste: nel 1502 prese il ducato d’Urbino in modo fraudolento (chiese truppe in prestito a Guidobaldo da Montefeltro per dar battaglia a Camerino e una volta disarmatolo attaccò Urbino, di cui quello era signore). Si creò dunque una situazione di egemonia del Borgia su tutto il territorio della Chiesa, non solo in Romagna e nelle Marche, ma anche in Umbria.

L’espediente di Urbino mise in allarme gli alleati, proprio quando il Borgia intendeva attaccare nuovamente a Bologna. Essi, ed in primo luogo i nemici giurati, gli Orsini, da Siena a Perugia, da Bologna a Fermo, promossero un’impresa aventiniana, passata alla storia come congiura della Magione (dalla località omonima presso Perugia). Si accordarono per allestire un esercito che avrebbe dovuto muover guerra contro il Borgia; fomentarono rivolte a Urbino e in Romagna ottenendo che venissero restaurati i vecchi duchi. A Imola il Valentino ebbe il soccorso di Luigi XII mentre era allo sbando; tuttavia si riorganizzò e i suoi nemici, avendone paura, tentennarono. Firenze gli mandò il Machiavelli a dire che erano suoi amici. Anche gli Orsini si riconciliarono promettendogli la ripresa di Urbino e Camerino… Guidobaldo e gli altri minacciati scapparono e il Borgia ebbe gioco facile, come a Senigallia, dove la città gli fu ceduta e fu festeggiato dai vecchi alleati/nemici.

Proprio durante questi festeggiamenti, il Borgia, attuò la tecnica che Dante rimproverò a Guido da Montefeltro (promessa lunga con l’attender corto)… A tre mesi dalla Magione, due congiurati vennero strangolati immediatamente; gli Orsini, arrestati, fecero la stessa fine a Città della Pieve, solo per dare il tempo al padre di arrestare a Roma tutti gli altri componenti della famiglia, per una sorta di pulizia etnica.

Gli si arresero anche Città di Castello e Perugia, non attaccò Siena solo perché protetta dai francesi, anche se cercò di ottenere il permesso in cambio dell’aiuto contro la Spagna, che nel frattempo aveva occupato l’intero regno di Napoli. La Francia voleva parte del napoletano, ma la Spagna non gliela cedette. Luigi XII scese nuovamente in Italia, chiese aiuto al Valentino, intiepiditosi col re,  infatti di nascosto trattava con entrambi i contendenti.

Passarono solo alcuni mesi e Alessandro VI morì, la fortuna del Valentino si rovesciò. Si ammalò, forse colpito come il padre dal veleno che loro stessi avevano destinato ad altri.

Lo sfacelo del suo stato fu velocissimo, tutti i suoi nemici ripresero il loro posto e Venezia prese la Romagna. Divenne papa un suo nemico, Giuliano della Rovere (Giulio II) di cui, ormai malato, si fidò, ma venne arrestato e solo nel 1504 riuscì a scappare per Napoli, dove fu incarcerato dagli spagnoli, vincitori sui francesi, e spedito in Spagna nelle galere di Ferdinando. Riuscì a evadere, si rifugiò in Navarra dal re, suo cognato, per difendere il quale dai ribelli, morì banalmente nel 1507.

         La vicenda di Cesare Borgia, anche in un’ottica cinica come quella del Principe, avrebbe consigliato di non essere presa come esempio da proporre ai Medici, appena rientrati a Firenze. Esercizio inutile, giacché il Principe preso in considerazione commise diversi errori che il Machiavelli stesso stigmatizza, ciò che salva sono paradossalmente la crudeltà e gli inganni… per uno che stava in esilio forzato non c’è male! E’ pertanto legittimo dubitare del reale scopo dell’opera, sebbene anche optando per una lettura alternativa restino tante domande irrisolte.

         Con sullo sfondo sempre il Valentino, dopo aver discusso delle varie tipologie di stato, nel cap. XII del Principe, Machiavelli discetta di armi, ovvero della forza militare di uno stato, di come reclutarle. A questo tema dedicherà anche i capp. XIII (ove propone diversi esempi della pericolosità delle armi ausiliarie e mercenarie) e XIV (dove in sostanza suggerisce di guardare ai grandi della storia, che anche in pace pensavano alla guerra. Auguri!).

A suo avviso, i buoni fondamenti dello Stato sono due: avere buone leggi e buone armi. Non ci possono essere buone leggi dove non ci sono buone armi e dove sono buone arme conviene sieno buone legge, in quanto strumenti per applicarle.

Le milizie possono essere: mercenarie, ausiliarie, miste, proprie.

Esclude l’uso delle armi mercenarie e di quelle ausiliarie, in quanto lungi dal dar sicurezza, sono pure infedeli e pericolose per lo stato, gagliarde fra gli amici, tra e nimici vile (…) e nella pace se’ spogliato da loro, nella guerra da’ nimici, in quanto aspirano alla grandezza propria.

Il principe invece dovrebbe essere il conduttore di un proprio esercito, giacché è più facile guidare armi proprie che armi esterne. Ne sono state esempio Roma e Sparta in positivo e al contrario Cartagine, Filippo Macedone coi Tebani, Francesco Sforza coi milanesi, Sforza padre con Giovanna di Napoli.

Firenze, sostiene Niccolò, non finì in mano ai mercenari perché Giovanni Aucut (John Hawkwood, Jean de l’Aiguille, Giovanni Acuto) fu sconfitto; lo Sforza a Milano, invece, vinse e poté realizzare le sue ambizioni, mentre i veneziani a Vailà (Agnadello), il 14 maggio del 1509, guidati dalle truppe mercenarie di Bartolomeo d’Alviano, in una giornata perderono quello che in ottocento anni con tanta fatica aveva acquistato.

Secondo Machiavelli, l’origine delle armi mercenarie è italiana e fu iniziata dalla chiesa: El primo che dette reputazione a questa milizia fu Alberigo da Conio, romagnolo (…) Il risultato è stato, che quella (l’Italia) è stata corsa da Carlo, predata da Luigi, forzata da Ferrando e vituperata da’ Svizzeri (…)

Avevano, oltre a questo, usato ogni industria per levar via a sè, e a’ soldati la fatica e la paura, non s’ammazzando nelle zuffe, ma pigliandosi prigioni e senza taglia. Non traevano di notte alle terre, quelli delle terre non traevano di notte alle tende, non facevano intorno al campo né steccato né fossa, non campeggiavano il verno. E tutte queste cose erano permesse ne’ loro ordini militari, e trovate da loro per fuggire, come è detto, e la fatica ed i pericoli; tantoché essi hanno condotta Italia schiava e vituperata.

         Nella sua intenzione di teorizzare uno stato comunque forte, sicuro e funzionale, Machiavelli si barcamena in tutt’altre questioni. La sua ricetta è un minestrone dove anche i buoni ingredienti diventano indigesti: la necessità per uno stato di credere in qualcosa, di avere una propria identità, cosa che a Firenze (ma non solo) difettava, svilisce in soluzioni per niente originali – in una società in cui l’umanesimo era considerato una brigata di pericolosi estremisti -, come l’uso della religione per tenere a bada il popolo.

(Letteratura italiana – 15.5.1996) MP

Scritto da: indian
Ultima modifica: 08 Dic 2011 @ 03:18 PM

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 30 Set 2011 @ 10:58 PM 

Lezioni condivise 57 – De principatibus novis qui armis propriis et virtute acquiruntur

Non ripeterò le riserve già espresse sui saggi politici di Machiavelli, ma per confermarne la pericolosità giova ricordare che uno degli estimatori de “Il principe” è, pensate un po’, l’italico premier, che nel 1992 si è cimentato addirittura in una prefazione al libro, con per illustri predecessori nientemeno che Craxi e Mussolini. E’ anche emerso che egli caldeggiasse l’avvento di un uomo forte al governo dell’Italia… dunque giudicate voi se l’esperimento belusconian-machiavellico è riuscito. Da parte mia vorrei umilmente invitare i politici, veri o presunti, a non giocare mai al “principe”… i precedenti non sono incoraggianti.

Nel post su Ritratto delle cose di Francia, abbiamo visto come Machiavelli ammirasse tanto quello stato, anche sotto aspetti perlomeno discutibili. Egli osservava che vi era una grande produzione agricola e che il popolo non aveva un gran bisogno di denaro, quasi tutto in mano al re e ai nobili, che erano molto ricchi; il re (non fa mai il nome di Luigi XII) aveva un potere sconfinato e questo secondo il segretario fiorentino dava stabilità e potenza allo stato.

Questa situazione, a suo avviso, impediva lo sviluppo del “consumismo” e infatti i francesi vivevano sobriamente, non avendo vizi e tentazioni edonistiche; in questo modo anche la religione si sviluppava misticamente, senza la corruzione dei costumi italiani.

Machiavelli desiderava una tale situazione per lo stato fiorentino, facendo suo il desiderio quasi utopico dell’esule Dante, che rimpiangeva la città al tempo del trisavolo, quando essa viveva in pace e moralità, mentre quella del suo tempo era dilaniata e corrotta. Cacciaguida nel Paradiso ricorda i sani costumi dei Fiorentini antichi, la loro serena vita familiare, il culto delle memorie del passato. Una città non traviata dal denaro e dalla politica.

Fiorenza dentro da la cerchia antica,
ond’ ella toglie ancora e terza e nona,
si stava in pace, sobria e pudica.
Non avea catenella, non corona,
non gonne contigiate, non cintura
che fosse a veder più che la persona.
Non faceva, nascendo, ancor paura
la figlia al padre, ché ‘l tempo e la dote
non fuggien quinci e quindi la misura.
Non avea case di famiglia vòte;
non v’era giunto ancor Sardanapalo
a mostrar ciò che ‘n camera si puote.
Non era vinto ancora Montemalo
dal vostro Uccellatoio, che, com’ è vinto
nel montar sù, così sarà nel calo.
Bellincion Berti vid’ io andar cinto
di cuoio e d’osso, e venir da lo specchio
la donna sua sanza ‘l viso dipinto;
e vidi quel d’i Nerli e quel del Vecchio
esser contenti a la pelle scoperta,
e le sue donne al fuso e al pennecchio.
Oh fortunate! ciascuna era certa
de la sua sepultura, e ancor nulla
era per Francia nel letto diserta.
L’una vegghiava a studio de la culla,
e, consolando, usava l’idïoma
che prima i padri e le madri trastulla;
l’altra, traendo a la rocca la chioma,
favoleggiava con la sua famiglia
d’i Troiani, di Fiesole e di Roma.
Saria tenuta allor tal maraviglia
una Cianghella, un Lapo Salterello,
qual or saria Cincinnato e Corniglia.
A così riposato, a così bello
viver di cittadini, a così fida
cittadinanza, a così dolce ostello,
Maria mi diè, chiamata in alte grida;
e ne l’antico vostro Batisteo
insieme fui cristiano e Cacciaguida.
(Paradiso XV, 97 – 135)

Machiavelli accosta questo discorso a quello di Savonarola, cui riconosce l’opporsi alla corruzione di Firenze. Conosciuti i nuovi tempi evidentemente fece ammenda, infatti nella lettera a Ricciardo Becchi (scrittore apostolico presso la santa sede, che ebbe per qualche tempo degli incarichi dai Dieci di Balìa – sorta di ministero degli esteri fiorentino – per curare i rapporti con il papa) del 9 marzo 1498, si scagliò apertamente contro l’attività del frate.

Anche il discorso sulla Francia funge da premessa al vero scopo de “Il principe”, cioè consigliare (con tutta una serie di condizionamenti dovuti alla sua situazione di esilio) ai Medici rientrati a Firenze, i modi per fare proprio il principato e soprattutto come mantenerlo.

Ma proprio la sua condizione, a mio avviso, distolse Machiavelli dal suo vero scopo e lascia anche aperto uno spiraglio per poter sperare che in fondo non la pensasse proprio così come scriveva.

Le argomentazioni che propone nel cap. VI del Principe (De’ Principati nuovi che s’acquistano con l’arme proprie e virtuosamente), hanno più il sapore della letteratura che della politica.

Egli sostiene che i nuovi principati debbano prendere a modello i grandi esempi della storia, perché camminano li uomini quasi sempre per le vie battute da altri, specie dei grandi, appunto.

Il successo di un nuovo principato dipende tutto dalle capacità del principe che lo prende in mano e le difficoltà a reggerlo saranno minori quanta più virtù e fortuna esso avrà. E sarà meglio se vi risiede e non ha altri stati a cui pensare.

Ma c’è un altro elemento fondamentale che occorre avere e ci sono esempi eccellenti nella storia di principi che non hanno avuto né virtù, né fortuna, ma ebbero solo l’occasione, come fu per Mosè, Ciro, Romolo e Teseo. E le occasioni furono trovare il popolo di Israele schiavo in Egitto affinché si predisponesse a seguire Mosè; che Romolo fosse stato abbandonato alla nascita e così fondasse Roma; che Ciro trovasse i Persiani malcontenti dell’impero dei Medi, e i Medi fiacchi per la lunga pace; che Teseo trovasse gli ateniesi dispersi per poterli unificare.

Chi ottiene un principato per virtù proprie inizialmente avrà difficoltà a introdurre nuovi ordinamenti, a causa dei conservatori e dei pregiudizi, ma poi saprà mantenerli bene se potrà imporli con la forza. Perché se si impongono con le preghiere cascano. Tutti i profeti armati vincono, e i disarmati rovinano, come Savonarola. La natura de’ populi è varia; et è facile a persuadere loro una cosa, ma è difficile fermarli in quella persuasione.

Un altro esempio di occasione è quello di Ierone (Gerone II, 308 a.C. – 215 a.C), tiranno siracusano: la città essendo oppressa lo nominò capitano, lui cambiò la milizia e le amicizie, ebbe difficoltà a prendere il potere ma poi governò senza difficoltà per molto tempo. Ebbe occasione, virtù e fortuna, di lui Giustino (scrittore latino del II sec. d.C.): quod nihil illi deerat ad regnandum praeter regnum / nulla gli mancava per essere re fuorché il regno.

Sappiamo che il Machiavelli come esempio da imitare aveva in mente il Valentino, Cesare Borgia, suo contemporaneo, ucciso nel 1507 in un’imboscata, già cardinale e assassino del fratello, rivale nella scalata al potere. Esempio alquanto inquietante sia come figura, sia per l’azione e anche per i risultati. I Medici si saranno di certo toccati… ma in esso l’ex segretario vedeva il principe nuovo per un principato nuovo, che condensava in se, virtù (capacità d’azione e di comprensione), fortuna (tenerla da conto) e occasione (situazione storica che permette l’esercizio delle altre virtù).

Lo scopo di essere reintegrato nella corte medicea fallì, e per quanto anche i Medici non mi siano tanto simpatici, diciamo che se l’era proprio cercata.

(Letteratura italiana – 9.5.1996) MP

principe VI

Qualche importante link: Indipendenza per le nazioni degli Indiani d’America American indian nations AID Cosa è successo a Wounded Knee Global pacific revolution Rivoluzionari in sottana Il sito italiano dei nativi americani Sentiero rosso – cultura nazioni native americane

Scritto da: indian
Ultima modifica: 22 Ott 2011 @ 09:16 PM

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 30 Set 2010 @ 10:41 PM 

Lezioni condivise 45 – Principi e cortigiani
Durante gli anni della segreteria fiorentina, Machiavelli costruì la sua esperienza anche in campo militare, in particolare si rese conto dell’inutilità delle truppe mercenarie, in quanto non motivate da ideali, ne ebbe la prova con la ribellione di Pisa a Firenze, in occasione della discesa di Carlo VIII. Tuttavia i Medici, ritenutolo invischiato nel loro allontanamento dal potere fiorentino, una volta tornati lo emarginarono e lo esiliarono, a soli 44 anni.
Il suo stato d’animo relativo a questa evenienza è ben espresso nella famosa lettera al Vettori, di cui ho già parlato. In questa occasione metto a confronto “il principe” con il “cortigiano” di Baldassarre Castiglione.
Francesco Vettori, era magnifico oratori florentino apud summum pontificem, ovvero ambasciatore fiorentino presso lo stato pontificio. A lui Machiavelli descrive la sua vita in povertà nell’esilio di Sant’Andrea in Percussina, esprime apprezzamento per la vita del suo interlocutore e biasima la sua, introducendo il concetto di fortuna (in Machiavelli essa rappresenta il fato, dunque non ha sempre accezione positiva), la quale non va contrastata mentre agisce, ma quando lascia spazio all’intelligenza umana.
La lettera mostra il volto umano del nostro, affatto lontano dal cinismo del Principe. La giornata nella sua tenuta iniziava nel bosco, tra taglio di legna, caccia e letture, continuava nell’hostaria, dove aveva a che fare con i viandanti e con l’umile gente del posto, con cui litigava per vili questioni, consumava i pasti e giocava a carte, imbrogliando come un qualsiasi popolano. Il resoconto si sviluppa in modo piuttosto ironico e con una sorta di pessimismo antropologico, l’uomo è visto come ontologicamente malvagio.
Parlando della sera e del suo ritorno a casa, la lettera si fa lirica e colta: l’ingresso nel suo scrittoio, la dismissione delle vesti di ogni giorno, piene di fango e di erba, per vestire quelle idonee a stare in contatto con le antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui.
E subito parla al Vettori di questo suo opuscolo, De principatibus, dove discetta di cosa sono, di quante specie, come si acquistano e si mantengono, perché si perdono. E passa il tempo ad aggiungere e correggere.
Esprime il suo desiderio di tornare al suo ufficio, ma dubita di quale potrebbe essere l’accoglienza dello stato, che benchè habbia grandissimi fondamenti e gran securità, tamen egli è nuovo, e per questo sospettoso, chiede dunque rassicurazioni al Vettori che lo incita a tornare alla sua occupazione di ambasciatore, da lui vuole conoscere se è opportuno che mandi il libro a Giuliano De Medici, ancora vivo al momento della stesura della lettera, Die 10 Decembris 1513 e si dice disposto a servire i Medici con la sua esperienza, fosse anche inizialmente per voltolare un sasso.
Il Cortegiano, trattato di Baldassare Castiglione è scritto negli stessi anni in cui scrive Machiavelli, e appare di tutt’altro genere. Egli trasse ispirazione dalla sua esperienza presso la duchessa Elisabetta Gonzaga alla corte di Urbino. Si tratta di un dialogo in quattro libri, di cui il terzo tratta le regole per diventare una signora perfetta, mentre i rimanenti si occupano di come si diventa un vero cortigiano, usi e costumi ideali.
Il libro fu un successo, fu uno dei libri più venduti nel sedicesimo secolo, piacque anche a Francesco I di Francia che lo fece tradurre in francese.
Il libro resta un importante documento storico sulla vita della corte rinascimentale, sulla concretezza che ha sostituito la metafisica, sul pensiero filosofico; al trattato si sostituisce il manuale pratico.
Machiavelli e Castiglione in sostanza agiscono nello stesso contesto storico, con lo stesso empirismo, ma hanno mete differenti, da una parte lo stato, la messa in discussione del principe; dall’altra, l’effimera vita di corte, il piacere del principe.
Entrambi fanno valere il proprio discorso in senso universale: quello di Machiavelli non valeva solo per il principe, ma per ogni cittadino, quello di Castiglione non è rivolto solo al cortigiano, ma è un invito a diventare tutti cortigiani, ad esser piacevoli con gli altri.
Castiglione impersona nel Bembo, il filosofo metafisico del suo tempo, in Cesare Gonzaga, l’agire concreto e in Emilia il pensiero dell’autore.
Il dialogo si sviluppa con la formulazione di ipotesi, la loro discussione e la mediazione che le concilii, l’importanza del tatto, una sorta di ricerca della strada giusta, a tentoni, come si fa al buio.
E’ la stessa etimologia di saggio, saggiare qualcosa che non si conosce per prudenza, secondo l’interpretazione di Essays di Montaigne. L’assoluto cede il posto, a ipotesi e punti di vista.
Nel Cortigiano è importante la sprezzatura (opposto di affettazione), il dire che nasconda l’arte, cioè la naturalezza, il dissimulare la simulazione, acquisire l’arte di celare l’arte, lo sforzo deve apparire naturale. E’ l’arte dell’attore, che vide da una parte Diderot, sostenere l’assoluta freddezza dell’attore, dall’altra Stanislawskij, che sostenne il calarsi nel personaggio, scomparendo in esso.
“Stare a corte” significa “corteggiare”, “fare la corte”, ovvero seguire il principe intrattenendolo ovunque egli si rechi, facendo cerchia intorno al potere, insomma quello che oggi fanno gli accoliti del premier, seppur senza arte e con molta affettazione.
Il cortigiano dunque avalla un accentramento del potere, prelude all’assolutismo diffondendo l’arte della cortesia nella società, la prepara ad essere conciliante, producendo quel fenomeno che è l’urbanità, cui è opposta la villania, giacché il villano sta lontano dalla città e dalle buone maniere (La Bruyère).
Due approcci diversi, se vogliamo, al proprio tempo e all’uso delle capacità intellettuali, ma entrambi con una visione principocentrica, a mio avviso deteriore anche nel cinquecento.
Una riflessione si impone su chi e perché nel corso dei secoli ha scelto quali fossero i grandi della letteratura, con l’assoluta certezza che anche nel cinquecento ci fosse chi scriveva qualcosa di più interessante, soprattutto meno affettato e ipocrita. Tuttavia anche ai nostri giorni c’è chi vuole arrampicarsi sugli specchi per difendere capra e cavoli, per cui l’uomo forte e il suo servile epigono, trovano ancora sostenitori negli ambienti più insospettabili. Per questo, per il suo esercizio controculturale, la sua arte, la sua capacità di recuperare la letteratura sommersa, inseguo l’utopia che Dario Fo diventi Ministro della pubblica istruzione. Mi piacerebbe vedere altri manuali di letteratura e libri di Storia che raccontino i popoli, non solo i capricci dei “principi”.
(Letteratura italiana – 26.4.1996) MP

fo

Scritto da: indian
Ultima modifica: 18 Feb 2011 @ 01:36 PM

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 31 Mag 2010 @ 10:23 PM 

Lezioni condivise 42 – “…quel cibo che solum è mio”
L’avvento di Soderini alla gonfaloneria fiorentina nel 1502, coincise con un periodo di consapevolezza della città della propria centralità, essa manteneva tuttavia una debolezza di fondo; si trattava di uno stato non vasto, senza milizia proprie, con divisioni interne… memore della politica di Lorenzo il Magnifico, tendeva ad ottenere un equilibrio tra le forze in gioco, praticando la dilazione, il rinvio, delle scelte definitive; temporeggiare consentiva un maggiore uso della ragione.
A questo scopo era stato adottato anche un sistema di ambascerie stabili con altri paesi europei. Il ruolo dell’ambasciatore era diverso da quello attuale in quanto riguardava anche le semplici comunicazioni, mancando i mezzi di comunicazione alternativi. Gli ambasciatori erano sempre aristocratici. Machiavelli, uomo di Soderini, viaggiava al loro seguito.
Le ambascerie venivano studiate attentamente, anche attraverso la psicologia degli uomini e dei popoli.
La partecipazione alle missioni di più o meno gente significava dare più o meno importanza alle ambascerie, per le quali veniva mandato in avanscoperta un corriere. Una volta Machiavelli stette sei mesi in Francia, a guadagnar tempo.
I fiorentini si basavano sull’esperienza, anche in base alla codificazione dei proverbi (si rifacevano alla saggezza popolare) e all’autorità dell’ipse dixit, ciò che avevano detto le persone illustri.
Da queste esperienze il Nostro traeva dei saggi. Nel “Ritratto delle cose di Francia” i francesi sono descritti inizialmente più che uomini, dopo meno che femmine. Essi sono irruenti subito, ma non sopportano i disagi a lungo. Gli spagnoli invece sono testardi… Un audace non sarebbe diventato mai prudente e viceversa.
E’ la nascita di una scienza politica, in quanto si cerca nell’attuazione di essa di un criterio razionale (contrariamente all’irrazionalità del tempo precedente).
In politica è necessaria la forza, il ragionamento, l’assunzione di decisioni differenti a seconda dell’interlocutore… una serie di concetti che possono andar bene nei giochi di strategia, ma che insieme, applicati alla realtà, costituiscono gli elementi per un’ideologia aberrante, cui verrebbe voglia di applicare la stessa fellonia per distruggerla, se fosse efficace la replica rabbiosa che suscita.
Eppure, come ho scritto in un precedente post, il cinismo del Machia, fa un po’ a pugni con la sua vicenda personale.
Secondo Guicciardini, con cui Machiavelli ebbe un lungo carteggio, la civiltà italiana di allora era la migliore che ci fosse stata dal tempo dei romani, ma poco tempo dopo questa situazione si trasformò in ruina, in politica da biasimare.
Nel 1494 ci fu la calata di Carlo VIII di Francia. Veniva a regolare la rottura degli equilibri avutasi dopo l’uscita di scena del Magnifico, il presunto tentativo di egemonia da parte del Regno di Napoli e le incerte alleanze che coinvolgevano papa Alessandro VI Borgia (padre del Valentino, di Lucrezia e diversi altri), Ludovico il Moro (duca di Milano) e gli stessi Medici.
Secondo il Segretario fiorentino (cap. XXV de “Il principe”), si ebbe una “variazione grande delle cose che si sono viste e veggonsi ogni dí, fuora d’ogni umana coniettura”. Egli introduce il concetto di fortuna, intesa sia come accidente improvviso, ma anche come accadimento in qualche caso prevedibile. Ecco allora il paragone del fiume che quando è in piena travolge tutto senza possibilità di rimedio, ma in tempo di bonaccia è possibile fare gli argini, quindi influire sulla fortuna.
Prima del 1494 si ebbero cinquanta anni di pace, situazione consolidata, equilibrio. Lorenzo il Magnifico, molto diplomatico, dosava ogni comportamento, si stava bene economicamente, ma la sua azione era rivolta solo al presente; in quel periodo di pace si sarebbe potuto fare quanto necessario a prevenire sventure future. Perché, sempre secondo Machiavelli, i fatti imprevedibili non possono essere più contenuti quando sono in corso:
“I principi non accudino la fortuna, accudino la ignavia loro”.
La calata di Carlo VIII stravolge tutta la politica fiorentina; il temporeggiare, il ragionare, acquisiscono improvvisamente una valenza negativa.
Machiavelli confuta che anche in anni violenti, di guerra o di agitazione sociale, si prenda tempo e non si pervenga a decisione. L’Italia (inteso come stati italiani) era nelle condizioni di farsi aggredire da chiunque.
Nel 1512 egli cessa il suo incarico di Segretario dello stato fiorentino (che tenne dal 1494 al 1512), sospettato di aver congiurato contro i Medici, viene rimosso ed esiliato, costretto a ritirarsi in campagna a Sant’Andrea in Percussina, ove aveva un podere.
Da qui il 15 dicembre 1513, scrisse una lettera al Vettori (ambasciatore fiorentino presso il Papa), lettera considerata molto importante sia sotto il profilo letterario, che quello storico, per le informazioni che riporta.
Un cenno alla fortuna “poiché… vuol fare ogni cosa, ella si vuole lasciarla fare, stare quieto e non le dare briga, e aspettar tempo che la lasci fare qualche cosa agl’huomini; e all’hora starà bene a voi durare più fatica, vegliar più le cose, e a me partirmi di villa e dire: eccomi”.
Nella lettera accenna alla composizione de “Il principe”, vi descrive la sua vita in campagna, la caccia, il far legna, il gioco a carte nell’osteria… “Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; e in sull’uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro humanità mi rispondono; e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro.
E perché Dante dice che non fa scienza sanza lo ritenere lo havere inteso – io ho notato quello di che per la loro conversazione ho fatto capitale, e composto uno opuscolo De principatibus”…
La lettera fa cenno anche alla volontà di dedicare a Giuliano de’ Medici (il Fatuo), la sua opera “De principatibus”, ma egli morì nel 1516 e la dedica passò Lorenzo II de’ Medici, suo nipote (zio) e del Magnifico (nonno).
Ne l’ “Esperienza delle cose moderne”, con cui dedica il trattato, nel tentativo di essere perdonato e di poter rientrare dall’esilio, fa riferimento alla sua esperienza, ai viaggi in Francia (alleata di Firenze e più forte stato d’Europa), non come turista, ma con incarichi politici; ai viaggi verso Cesare Borgia (il Valentino), modello di Principe, anche riguardo alle strutture dello stato; a Roma, per il conclave e ove poteva interessare a Firenze.
Da queste missioni egli inviava dispacci tecnici basati sull’osservazione della realtà. Scriveva inoltre per gli amici della cancelleria, cui trasmetteva la sua esperienza ed esprimeva i suoi giudizi, usando in questi casi il linguaggio politico.
Di questa conoscenza “imparata con una lunga esperienzia delle cose moderne et una continua lezione delle antique…” fa dono al duca.

(Letteratura italiana I – 24.4.1996) MP

Scritto da: indian
Ultima modifica: 18 Feb 2011 @ 01:39 PM

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