31 Ott 2013 @ 11:59 PM 

Lezioni condivise 82 – Ungaretti e Soffici

Si scandalizza qualcuno se affermo che la produzione di poesia italiana nel Novecento, e in particolar modo nella prima metà del secolo, è stata minore? E’ tale proprio nei poeti più celebrati, e se c’è stata Grande poesia, è sommersa, tiratela fuori! Salverei solo qualche poeta, ma dalla caduta del fascismo in poi, tuttavia mai all’altezza dei narratori del secolo scorso, che giganteggiano.

E’ triste che la poesia, tendente all’arte pura, sia stata imbrigliata nelle maglie del fascismo, mentre per attitudine naturale avrebbe dovuto essere resistente, partigiana; ruolo che è toccato prevalentemente al romanzo neorealista.

Per questo è desolante parlare di Ungaretti e di alcuni suoi amici, che formatisi nell’avanguardia francese più anticonformista, finirono per aderire al fascismo, accettandone i favori ed essendo assorbiti dalla sua peggiore propaganda reazionaria.

Ho già trattato questo argomento, ma devo rincarare la dose parlando di Ardengo Soffici, toscano, più grande di Ungaretti di nove anni, si dedicava a pittura, scrittura e critica letteraria, collaborando con varie riviste tra cui “Il Leonardo”, “La voce” e “Lacerba”, di cui fu cofondatore con Papini.

Soffici e Ungaretti si conobbero nel 1914, alla vigilia della guerra ed ebbero una fitta corrispondenza dal 1917 al 1930, avviata sul comune terreno del simbolismo francese; discussione che in seguito, pur restando amici, li divise sul piano artistico.

Le loro lettere trattano di letteratura, novità e giudizi sugli autori, ma soprattutto di Ungaretti uomo e soldato, di politica e guerra. In esse, il poeta lucchese, esprime simbologie che ricompariranno nei suoi versi.

Alla vigilia dello scoppio della grande guerra Ungaretti era interventista. Nel 1917 si arruolò nel 19° fanteria e fu spedito all’ufficio censura, che lasciò volontariamente per il fronte. Presto però si stancò della guerra, scrisse le note poesie dal fronte, criticò la gestione del conflitto e chiese ripetutamente il congedo e l’intervento di Soffici per ottenerlo.

La prof, molto indulgente sulle scelte politiche di Ungaretti, è riuscita ad attribuire valore letterario, perfino tecnico, a certe lettere di questo tenore; a mio avviso, in esse viene espressa in modo penoso e per certi versi meschino, la sua paura e angoscia, che cerca di mascherare in modo ridicolo. A motivo della richiesta di esonero sostiene che lui è poeta, dunque più adatto a scrivere brani di critica letteraria; che conosce il francese come fosse la sua lingua materna (sic!), pertanto potrebbe lavorare in Francia per diffondere la cultura italiana all’estero; che tra i soldati c’era consapevolezza della sua superiorità intellettuale e lo chiamavano “signore”.

Imbarazzante commentare, se si tiene presente che si arruolò volontario. Sarebbe stato molto più dignitoso riconoscere l’errore e la brutalità oggettiva della guerra, di ogni guerra; si limitò invece ad esprimerla in versi anche ermetici, aderendo contemporaneamente al fascismo, responsabile tra le altre cose della II guerra mondiale e dei crimini razziali. Pertanto anche la poesia scritta nel dopoguerra, “Non gridate più”, assume un valore sinistro e grottesco, in quanto non distingue tra vittime e carnefici, ma soprattutto in riferimento alla sua mancata condanna della dittatura: sembra quasi che l’invocazione sia rivolta agli ebrei e alle vittime del nazifascismo in genere.

Soffici visse a Parigi dal 1899 al 1907, frequentandone gli ambienti letterari e artistici, tornato in Italia, a Firenze, aderì al futurismo, ma ne uscì nel 1914. La sua produzione letteraria, soprattutto autobiografica, non eccelle, il suo miglior lavoro è considerato Kobilek: giornale di battaglia del 1918, insieme alla sua opera critica, tra cui un saggio su Medardo Rosso, pittore torinese e un altro su Rimbaud.

Soffici fu il recensore de “Il porto sepolto” e “Allegria di naufragi”, ma non condivise i lavori successivi di Ungaretti.

Figura controversa e altalenante, passò da uno spirito giovanile rivoluzionario, all’adesione al fascismo, dove pensava potesse svilupparsi l’ordine morale che perseguiva; dal regime ottenne la nomina di Accademico d’Italia.

In una lettera del 1918 Ungaretti manifestava a Soffici l’ammirazione per la sua intelligenza ed eleganza superiore. Lo riteneva maestro d’arte e di vita. Eppure Soffici andava manifestando punti di vista differenti da quelli di Ungaretti anche sul senso dell’immergersi nel Porto Sepolto, dunque sul modo di scrivere versi.

Nel 1920 Ungaretti si schierò contro le scelte artistiche di Soffici. Il dissidio vertè sul ritorno alla classicità da parte di Soffici, mentre per Ungaretti il recupero della tradizione doveva riguardare esclusivamente la musicalità del verso, secondo i dettami del simbolismo francese.

I vociani intendevano recuperare il classicismo alla Carducci, quello dei poeti morti da tempo come ad esempio Petrarca, cosa che Ungaretti giudicò la scelta peggiore, riproporre il passato senza nulla di nuovo. Gli stava bene prendere dai classici come dai moderni, ma non riprodurre pedissequamente il loro stile. Citava dunque insieme a Petrarca, Ronsard, Leopardi, Parini, Rosine, Baudelaire, Mallarmè.

Soffici sosteneva invece il ritorno all’ordine italiano e rinnegava poetiche come quelle di Mallarmè e Valery, simbolisti considerati decadenti, che pure erano stati i suoi maestri. Secondo Soffici i due  avevano tagliato con il passato senza costruire nulla di nuovo. I punti di vista sono dunque opposti. Il caso scoppiò nel 1929, quando Ungaretti scrisse un articolo ove elogiava Mallarmè e contestava le scelte di Soffici, il quale a sua volta non apprezzava le scelte fatte da Ungaretti con il Sentimento del tempo e i successivi lavori.

La posizione di Soffici rispetto al fascismo è anche peggiore di quella di Ungaretti. Entrambi nel 1925 firmarono il Manifesto degli intellettuali fascisti e più o meno silenziosamente rimasero fedeli al regime fino alla sua caduta. Ma nel 1938 il nome di Soffici compare addirittura nel manifesto, pubblicato sui giornali, firmato da molti intellettuali in appoggio alle leggi razziali appena emanate. Nel 1943, dopo l’8 settembre, nella Firenze occupata dai nazisti, insieme a Barna Occhini, fondò la rivista “Italia e civiltà”, che uscì per ventitré numeri; aderì anche alla repubblica di Salò, blaterando di amor patrio, di carattere sociale del fascismo e fedeltà ai tedeschi. Dopo la Liberazione fu arrestato per collaborazionismo e assolto per insufficienza di prove. Graziato dunque dalla cecità della classe dirigente postfascista, in parte impregnata di fascismo, in parte poco lungimirante nel sottovalutare gli effetti del travaso di fascisti e fascismo nella società del dopoguerra.

(Letteratura italiana moderna e contemporanea – 28.2.1997) MP

Scritto da: indian
Ultima modifica: 11 Nov 2013 @ 05:30 PM

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 31 Lug 2011 @ 10:08 PM 

Lezioni condivise 55 – La Resistenza al fascismo

     A parlare oggi di Resistenza si prova tutta una serie di sensazioni contrastanti, tra le quali poi prevale la rabbia. Ci sono stati anni in cui il solo pensiero della Resistenza ha rappresentato una sicurezza per i democratici e un monito per i neofascisti e il loro universo, lo stesso (universo) che permise al fascismo di nascere e di prendere il potere. Ha ragione Gianni Simoni, e lo sanno tutti, ma è necessario che qualcuno ogni tanto ce lo ricordi: oggi il capo del governo italiano è un esponente della P2 di Licio Gelli, oggi le logge massoniche deviate si moltiplicano, i loro esponenti fanno parte del principale partito di governo; sono coinvolti ministri, lo stesso premier, e la si butta sul ridere; non succede nulla e tutta questa organizzazione che agisce ancora quasi alla luce del sole – P4, struttura delta, mafia, agganci impensabili (complice la RAI occupata e mediaset), con i loro giornaletti (la sera ed è grottesco, cartaccia come “Chi?” e similare, passa nella rassegna stampa del TG5 e compari) – vorrebbe farci credere che la magistratura stia facendo chissà che cosa, mentre se la facesse davvero sarebbero tutti già in galera.

     E mentre nel dopoguerra, fino ai controversi anni ottanta, la mobilitazione popolare, sebbene a caro prezzo, difendeva i diritti e le libertà faticosamente conquistati, la presa del potere da parte degli scampati a mani pulite, passo dopo passo, sta demolendo la Repubblica nata dalla Resistenza e la sua Costituzione, tant’è che a poco più di un mese dalla loro sconfitta elettorale e sui referendum, si permettono di approvare una legge che gli garantisce l’impunità, senza che l’indignazione popolare li travolga una volta per tutte.

     L’indignazione che si è levata non è davvero proporzionale alla gravità di quanto sta accadendo, sia a livello economico, sia a livello di democrazia. Si fa un gran parlare di Magistratura attiva, di Napolitano attento, di condanne in parlamento, e intanto l’ometto se ne frega, trama nell’ombra e continua a fare i suoi interessi, mentre la gente comune è alla fame e continua a pagare al posto della casta.

     Tanta rabbia per questa stasi, questa impotenza, nonostante il vaso trabocchi da tempo. Cosa deve accadere perché la gente dica basta davvero e li cacci via a pedate? Probabilmente si aspetta che la situazione diventi di non ritorno. Che si debba tornare davvero a Piazzale Loreto, ma quando?

     Questa sorta di regime anomalo in cui viviamo, per cui dentro un sistema costituzionale democratico si è instaurata una sorta di dittatura mediatica, per quanto a tratti surreale e ridicola, sta purtroppo producendo danni enormi anche sotto il profilo culturale: istruzione,  università, cultura, informazione sono da tempo sotto attacco e da tempo se ne avvertono le conseguenze; non è un caso che costantemente venga presa di mira con particolare veemenza la Storia contemporanea, si vorrebbe togliere dai libri di scuola la parola Resistenza e anche Liberazione. I nostalgici borghesi vorrebbero farci credere che la guerra di Liberazione, dunque anche Partigiana, sia stata una “guerra civile”, cercando di imporre un colossale falso storico: in realtà i fascisti erano ormai un numero esiguo, Mussolini era tenuto su dai tedeschi e la guerra fu sostanzialmente contro l’occupante, appunto di liberazione.

         La Resistenza al fascismo si sviluppò nell’Italia del nord, al di là degli Appennini. La creazione della repubblica di Salò, dopo la fuga di Mussolini dagli arresti di Campo imperatore (L’Aquila), comportò l’inasprimento della guerra contro l’occupazione nazista e i residui del fascismo.

La Resistenza coinvolse oltre 200.000 combattenti partigiani, di tutte le classi sociali, ma appartenenti soprattutto agli strati proletari; lo scopo era di raggiungere un ampio rinnovamento sociale e politico. A nord i partigiani godevano di un vasto appoggio popolare. La lotta non si sviluppò esclusivamente con attacchi armati, ma vi era anche la componente resistenziale passiva (la rete degli informatori, dell’accoglienza: chi ospitava e nascondeva i partigiani, chi gli forniva il cibo).

     E’ vero che una buona parte della popolazione fu attendista, non si schierò per paura degli uni e degli altri. Molti avevano sostenuto il fascismo e non volevano esporsi prima che si capisse chi sarebbe stato il vincitore. Questi non parteggiavano per la resistenza, ma non si esprimevano nemmeno in favore del regime. In questo clima poterono avvenire l’eccidio di Boves (Cuneo) del 19 settembre 1943, la strage di Marzabotto e Monte Sole (Bologna) dell’autunno del 1944, e tante altre rappresaglie nazi-fasciste.

         Lo sciopero generale di otto giorni del Marzo del 1944, che dal nord ovest si estese in tutto il territorio ancora occupato dai nazisti, fu il segno dell’appoggio crescente alla lotta partigiana da parte della classe operaia e rappresentò un colpo decisivo per il regime.

         Subito dopo la caduta di Mussolini, l’8 settembre 1943, i rappresentanti di tutti i partiti fino ad allora clandestini, si costituirono in Comitato di liberazione nazionale, pochi mesi dopo si sentì l’esigenza di un coordinamento dell’attività partigiana anche al nord e nacque il CLNAI (CLN Alta Italia) che funzionò come governo provvisorio in accordo con il CNL, con il riconoscimento degli alleati e del governo centrale (Bonomi).

I partigiani, in sostanza, vennero coordinati come il resto dell’esercito e chiamati Volontari di libertà, sotto il controllo e il comando del generale Cadorna, ma in sostanza le formazioni partigiane più organizzate continuarono ad agire in modo autonomo o sotto il comando di Luigi Longo e Ferruccio Parri, sulla carta vice comandanti.

L’operazione garantì ai partigiani il riconoscimento ufficiale, dovendo solo in teoria limitare le azioni e subordinarsi alle decisioni degli alleati.

         La guerra di liberazione si protrasse fino all’Aprile del 1945, l’epilogo fu rappresentato dallo sfondamento della Linea gotica (retta ideale e irregolare che va da La Spezia a Rimini – o da Massa a Pesaro – che costituiva la linea difensiva dei tedeschi) da parte degli alleati sul lato orientale, sull’Adriatico. Fu di fatto un segnale per i partigiani, che precedendoli occuparono le principali città del nord, scendendo dalle montagne. Il 25 aprile vennero liberate Milano, Torino e Genova e questo giorno è stato scelto per rappresentare la Liberazione dal nazifascismo.

         Mussolini alcuni giorni prima aveva abbandonato Salò e si trovava a Milano; lo stesso giorno con una colonna di mezzi e la presenza di tedeschi, ripiegò per Como, dove cercò di concentrare le forze fasciste residue, ma ormai sentendosi braccato fuggì a nord costeggiando il lago fino a Menaggio. L’idea di espatriare in Svizzera fu scartata perché era certo non sarebbe stato accolto, tanto è vero che alla frontiera fu respinta anche la moglie; vi è notizia tuttavia di un suo tentativo di espatrio clandestino con Claretta Petacci non andato a buon fine. La mattina del 27 si accodò a una colonna tedesca diretta a Merano, travestito da soldato; il convoglio venne intercettato dai partigiani e scortato fino a Dongo, dove durante la perquisizione, il dittatore venne riconosciuto dai partigiani e arrestato con gli altri gerarchi.

La notte del 28 aprile Mussolini venne trasferito con la Petacci a Mezzegra (allora Tremezzina), poco più a sud, e là fucilato; in circostanze non ancora chiarite del tutto restò uccisa anche la Petacci, sulla quale non pendeva condanna.

Quasi contemporaneamente a Dongo vennero fucilati anche gli altri gerarchi fascisti arrestati, trasportati poi a Milano con il duce e la Petacci ed esposti a piazzale Loreto per vendicare la strage fascista del 10 agosto 1944, quando nella stessa piazza vennero trucidati quindici partigiani.

         Il persistente dubbio sull’esatto svolgersi dei fatti è dovuto alla testimonianza più tardiva della presenza sul posto di almeno un agente servizi segreti inglesi, che avevano interesse a far sparire un carteggio evidentemente compromettente detenuto da Mussolini, tra lui e Churchill. Da qualche anno viene infatti accreditata una versione dei fatti che vorrebbe Mussolini eliminato dai servizi segreti inglesi, e alla conoscenza di ciò sarebbe da ricondurre l’uccisione di decine di partigiani nelle settimane successive.

         In tempi recenti, l’avvento al potere della destra e i tentativi di revisione e oscuramento della Resistenza, hanno prodotto diversi interventi sull’argomento da parte di diversi storici.  Ne cito alcuni significativi.

Pietro Scoppola, cattolico, nel suo libro 25 aprile. Liberazione (Einaudi, Torino 1995), sostiene che ha senso celebrare il 25 aprile, sia perché è la giornata simbolo della resistenza, sia perché segna la fine del fascismo, ma soprattutto perché è da lì che è nata la Repubblica. Alcuni storici contemporanei, revisionisti, a volte ex fascisti, criticano il concetto di guerra partigiana e vorrebbero contrapporgli quello di guerra civile, ma sabbiamo bene che il popolo era tutto da una parte.

ll 25 aprile è dunque una data fondamentale per lo stato, che da lì è nato con la sua Costituzione, frutto dell’accordo tra le forze politiche antifasciste, che facevano parte del CNL. Come festa nazionale è dunque spoglia da faccende di parte; in questo senso, sempre secondo Scoppola, non è giustificabile l’utilizzazione politica della resistenza, anche se è comprensibile che chi l’ha vissuta abbia mitizzato quel giorno, perché non bisogna dimenticare che la gente ha subito il fascismo e se ne è liberata grazie alla guerra partigiana.

L’intento di Scoppola è dunque recuperare gli elementi unitari, contro una consuetudine storiografica che spesso mette in luce maggiormente gli aspetti di divisione.

         Gian Enrico Rusconi, storico e intellettuale laico, in Resistenza e postfascismo (Einaudi, Torino 1998), sostiene che una democrazia vitale mantiene viva la memoria della propria origine. Non importa quanto dolorosa e controversa sia, purché alla fine tramite essa si generi tra i cittadini un sentimento di reciproca appartenenza.

Gran parte degli italiani vedono la Resistenza come un episodio genericamente positivo, ma remoto, qualcosa di rituale, che non è diventato solida memoria collettiva dei suoi cittadini. Il persistere di reticenze e cautele, impediscono che la Resistenza sia riconosciuta come l’evento fondante della democrazia italiana, come un momento importante di una storia comune.

         Renzo De Felice, ex comunista, le cui tesi sul fascismo sono state contestatissime e accusate di revisionismo, benché con pareri contrastanti anche a sinistra, ritiene che il consenso al fascismo non mancò neanche all’inizio del conflitto mondiale. La popolazione voleva soprattutto uscire dalla guerra, prima sperando in una vittoria del fascismo, poi comunque anche in una vittoria degli alleati: purché si uscisse dalla guerra.

Egli ritiene che l’antifascismo non incise in maniera sostanziale sulla visione della vita inculcata dal fascismo. Infatti ci fu subito una sorta di riciclaggio e peggio, la nascita di partiti sostanzialmente neofascisti. Si parlò quasi subito di restaurazione.

         Molte cose che scrive De Felice sono vere e verificabili, tranne alcune ambiguità che hanno dato spazio alla strumentalizzazione della stessa destra. In realtà il primo trentennio post fascista ha visto uno stato in libertà vigilata ed esposto a pericoli golpisti, nonostante il sessantotto e gli anni settanta, grazie ai quali la democrazia si è salvata, benché non siano mai stati sconfitti del tutto i settori deviati dello stato, che anzi continuano a tramare.

I partiti dell’arco costituzionale furono soggetti a infiltrazioni di stampo reazionario e lo stesso PCI mutuava la realpolitik di un PCUS che non era certo più quello della rivoluzione di ottobre.

I duri e puri della resistenza sparirono, sotto la voce “indipendenti di sinistra” e si dovette aspettare il 68 per avere sulla scena una sinistra, ma extraparlamentare, degna di essere chiamata tale. Il partito d’azione denunciò il venir meno dello spirito della resistenza da parte del PCI, che per salvaguardare il governo e l’unità antifascista, tradì appunto lo spirito partigiano, le riforme economiche promesse.

         La partecipazione al governo del PCI durò poco, solo fino al 1957. A ciò il PCI addebitò il dissolversi dell’antifascismo. In buona sostanza vi furono errori strategici da parte della sinistra, che si divise, ma anche di condizionamenti reazionari dettati dagli pseudo marxisti stalinisti o neostalinisti del PCUS.

Le sinistre si dissero allora le uniche rappresentanti della resistenza. Ciò provocò un atteggiamento di ridimensionamento della Resistenza da parte dei cattolici moderati, i quali misero più l’accento sulla lotta contro l’invasore tedesco e che sulla lotta antifascista, mettendo sullo stesso piano nazisti e stalinisti (che al di là della figura di Stalin, furono decisivi per sconfiggere il nazismo). In questo giudizio senza distinguo includevano anche il PCI, ed era già guerra fredda.

         Alcuni storici attribuiscono a questi contrasti la mancata nascita di una chiara identità nazionale. Resta per fortuna il baluardo della Costituzione, attaccata dai postfascisti e difesa dagli eredi della resistenza.

         E’ doveroso chiosare questa lezione osservando che sono passati quindici anni, volati, e il baluardo anzidetto resiste ad assedi sempre più pesanti portati da gente che parla con ignoranza – per citare una spassosa battuta di qualche tempo fa –  e anche gli storici sono parecchio disorientati da variabili impazzite… proprio ieri uno cantava “Berlusconi no, non lo avevo considerato…”.

(Storia contemporanea – 8.5.1996) MP

Scritto da: indian
Ultima modifica: 03 Nov 2011 @ 08:02 PM

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 31 Mar 2009 @ 11:24 PM 

Lezioni condivise 29 – Il delitto Matteotti

(continua…) »

Scritto da: indian
Ultima modifica: 03 Giu 2013 @ 09:40 AM

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 31 Ago 2008 @ 11:58 PM 

Lezioni condivise 22 – Marce su Roma
Che vorrà dire? Mi accingo a parlarvi del 1922 e guarda caso capita la lezione numero 22. Beh, speriamo porti bene… almeno per compensare la iettatura di qualche giorno fa. Avete presente il classico menagramo completo di tutti gli accessori, portamento e timbro di voce compresi; mi ha detto nientemeno: io non porto solo figa, porto anche sfiga. C’è da sperare che la seconda parte della frase sia presuntuosa e immaginaria quanto la prima…

 Nadir ti prego fammi l’acqua medaglia, mi appello alla benevolenza di tutte le streghe…

Ho già abbastanza urlato nel deserto, pur non chiamandomi John, sui pericoli di un’involuzione autoritaria dello stato italiano, ve ne sono anche i presupposti demagogici e populisti del capo di governo (stanotte l’ho addirittura visto in sogno: era il mio temutissimo capo ufficio, nientemeno!). Anche se ieri ho sentito parlare di qualcosa di più grave ancora, qualcuno ha pronunciato l’espressione “terza guerra mondiale”. Mi auguro che quel coglione di Bush non voglia farci un ultimo regalo prima di sparire per sempre all’inferno! E’ strano tuttavia che anche ai commentatori meno filo-occidentali sia sfuggito un semplice parallelismo che mostra tutta l’evidenza dell’arroganza americana. Gli yankees stanno facendo il bello e il cattivo tempo nell’Europa dell’est, hanno riconosciuto la secessione del Kosovo dalla Serbia e non è successo niente, ora la Russia riconosce la secessione dell’Ossezia e dell’Abkhazia e dovrebbe scoppiare una guerra mondiale. Insomma il messaggio è chiaro: solo gli USA possono permettersi di ingerire a danno dell’integrità territoriale degli stati. Le pretese dei kosovari valgono più di quelle di ossezi e abkhazi. I have a dream: vorrei solo che le nazioni native confinate nelle riserve americane chiedessero con forza al mondo i loro legittimi diritti, esattamente come fa ad esempio il Tibet, vorrei vedere se gli americani parlerebbero anche in questo caso di rispetto dei diritti umani, brutti figli di puttana!

Delle malefatte americane di tutti i tempi si parla sempre in modo soft, underground, solo pochi intimi devono sapere, non è roba per telegiornali di massimo ascolto. Nessuno ha mai analizzato a fondo i crimini contro la popolazione civile perpetrata da questi cow-boy durante la seconda guerra mondiale, in Sardegna e nel sud liberato, con bombardamenti gratuiti sulla popolazione inerme.

Bisognerebbe recuperare la capacità di controinformarsi e di indignarsi soprattutto, nazionalisti di merda, quelli si! (iuessei, iuessei, iuessei! fuck you!!!)

Non dimentichiamo dunque la storia, almeno quella che ci è ancora permesso di conoscere senza eccessive edulcorazioni. Quanto alle guerre sarebbe ora che la gente del mondo smettesse di subire i capricci di pochi esaltati burocrati. Un’idea sarebbe quella di fargliela fare tra loro, magari durante il g8, ci guadagneremmo tutti.

Proprio di questi tempi, nell’estate del 1922, il fascismo diventò padrone delle piazze italiane. Il movimento operaio, risultò perdente nel confronto fisico con i fascisti, ma anche nello scontro politico. Le squadracce fasciste, di cui ho già parlato, non si facevano certo scrupoli umanitari; mentre sotto il profilo politico, la svolta a destra dei liberali e moderati era generale.

Negli stessi giorni Turati violava il divieto di collaborare con i partiti borghesi e venne espulso dal PSI con gli altri riformisti, tra cui Treves e Matteotti, durante il congresso tenutosi a Roma. Solo un anno prima si era consumata la scissione comunista, guidata da Gramsci.

Le forze operaie si dividono, lo stato liberale affonda. Giolitti cerca addirittura di formare un governo con i fascisti (è questo che Turati voleva evitare), l’operazione era eccessiva e non riuscì. Ma i fascisti erano ormai determinati a prendere il potere, non si accontentavano certo di essere ridimensionati in un governo liberale. Ciò non attenua le responsabilità dei conservatori che avevano appoggiato e coltivato i fascisti ed ora ritenuti sconfitti i socialisti pensavano di poterne fare a meno. E qui interviene il cinismo doppiogiochista di Mussolini, che trattò con i liberali facendo intendere di voler rientrare nella legalità. In questo modo l’apparato paramilitare, le squadracce, furono lasciate libere di agire e preparare il colpo di stato. Si preparò così quella marcia su Roma, spesso evocata dal Cavaliere, decisa a Napoli dal futuro duce il 24 ottobre 1922 e tenuta il successivo 28 ottobre e che portò all’infausto incarico di governo a Mussolini da parte del re, che sancì l’avvio della dittatura fascista.

Il Partito nazionalfascista, compagine dello zerovirgola%, fu pompato da un re savoiardo; è auspicabile che i nuovi fascisti non siano pompati ancora da un elettorato penosamente strafatto.

(Storia contemporanea – 19.3.1996) MP

Scritto da: indian
Ultima modifica: 03 Giu 2013 @ 09:24 AM

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 23 Dic 2007 @ 11:25 PM 

Lezioni condivise 13 -  Lo squadrismo fascista

(continua…) »

Scritto da: indian
Ultima modifica: 03 Giu 2013 @ 08:55 AM

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