30 Set 2011 @ 10:58 PM 

Lezioni condivise 57 – De principatibus novis qui armis propriis et virtute acquiruntur

Non ripeterò le riserve già espresse sui saggi politici di Machiavelli, ma per confermarne la pericolosità giova ricordare che uno degli estimatori de “Il principe” è, pensate un po’, l’italico premier, che nel 1992 si è cimentato addirittura in una prefazione al libro, con per illustri predecessori nientemeno che Craxi e Mussolini. E’ anche emerso che egli caldeggiasse l’avvento di un uomo forte al governo dell’Italia… dunque giudicate voi se l’esperimento belusconian-machiavellico è riuscito. Da parte mia vorrei umilmente invitare i politici, veri o presunti, a non giocare mai al “principe”… i precedenti non sono incoraggianti.

Nel post su Ritratto delle cose di Francia, abbiamo visto come Machiavelli ammirasse tanto quello stato, anche sotto aspetti perlomeno discutibili. Egli osservava che vi era una grande produzione agricola e che il popolo non aveva un gran bisogno di denaro, quasi tutto in mano al re e ai nobili, che erano molto ricchi; il re (non fa mai il nome di Luigi XII) aveva un potere sconfinato e questo secondo il segretario fiorentino dava stabilità e potenza allo stato.

Questa situazione, a suo avviso, impediva lo sviluppo del “consumismo” e infatti i francesi vivevano sobriamente, non avendo vizi e tentazioni edonistiche; in questo modo anche la religione si sviluppava misticamente, senza la corruzione dei costumi italiani.

Machiavelli desiderava una tale situazione per lo stato fiorentino, facendo suo il desiderio quasi utopico dell’esule Dante, che rimpiangeva la città al tempo del trisavolo, quando essa viveva in pace e moralità, mentre quella del suo tempo era dilaniata e corrotta. Cacciaguida nel Paradiso ricorda i sani costumi dei Fiorentini antichi, la loro serena vita familiare, il culto delle memorie del passato. Una città non traviata dal denaro e dalla politica.

Fiorenza dentro da la cerchia antica,
ond’ ella toglie ancora e terza e nona,
si stava in pace, sobria e pudica.
Non avea catenella, non corona,
non gonne contigiate, non cintura
che fosse a veder più che la persona.
Non faceva, nascendo, ancor paura
la figlia al padre, ché ‘l tempo e la dote
non fuggien quinci e quindi la misura.
Non avea case di famiglia vòte;
non v’era giunto ancor Sardanapalo
a mostrar ciò che ‘n camera si puote.
Non era vinto ancora Montemalo
dal vostro Uccellatoio, che, com’ è vinto
nel montar sù, così sarà nel calo.
Bellincion Berti vid’ io andar cinto
di cuoio e d’osso, e venir da lo specchio
la donna sua sanza ‘l viso dipinto;
e vidi quel d’i Nerli e quel del Vecchio
esser contenti a la pelle scoperta,
e le sue donne al fuso e al pennecchio.
Oh fortunate! ciascuna era certa
de la sua sepultura, e ancor nulla
era per Francia nel letto diserta.
L’una vegghiava a studio de la culla,
e, consolando, usava l’idïoma
che prima i padri e le madri trastulla;
l’altra, traendo a la rocca la chioma,
favoleggiava con la sua famiglia
d’i Troiani, di Fiesole e di Roma.
Saria tenuta allor tal maraviglia
una Cianghella, un Lapo Salterello,
qual or saria Cincinnato e Corniglia.
A così riposato, a così bello
viver di cittadini, a così fida
cittadinanza, a così dolce ostello,
Maria mi diè, chiamata in alte grida;
e ne l’antico vostro Batisteo
insieme fui cristiano e Cacciaguida.
(Paradiso XV, 97 – 135)

Machiavelli accosta questo discorso a quello di Savonarola, cui riconosce l’opporsi alla corruzione di Firenze. Conosciuti i nuovi tempi evidentemente fece ammenda, infatti nella lettera a Ricciardo Becchi (scrittore apostolico presso la santa sede, che ebbe per qualche tempo degli incarichi dai Dieci di Balìa – sorta di ministero degli esteri fiorentino – per curare i rapporti con il papa) del 9 marzo 1498, si scagliò apertamente contro l’attività del frate.

Anche il discorso sulla Francia funge da premessa al vero scopo de “Il principe”, cioè consigliare (con tutta una serie di condizionamenti dovuti alla sua situazione di esilio) ai Medici rientrati a Firenze, i modi per fare proprio il principato e soprattutto come mantenerlo.

Ma proprio la sua condizione, a mio avviso, distolse Machiavelli dal suo vero scopo e lascia anche aperto uno spiraglio per poter sperare che in fondo non la pensasse proprio così come scriveva.

Le argomentazioni che propone nel cap. VI del Principe (De’ Principati nuovi che s’acquistano con l’arme proprie e virtuosamente), hanno più il sapore della letteratura che della politica.

Egli sostiene che i nuovi principati debbano prendere a modello i grandi esempi della storia, perché camminano li uomini quasi sempre per le vie battute da altri, specie dei grandi, appunto.

Il successo di un nuovo principato dipende tutto dalle capacità del principe che lo prende in mano e le difficoltà a reggerlo saranno minori quanta più virtù e fortuna esso avrà. E sarà meglio se vi risiede e non ha altri stati a cui pensare.

Ma c’è un altro elemento fondamentale che occorre avere e ci sono esempi eccellenti nella storia di principi che non hanno avuto né virtù, né fortuna, ma ebbero solo l’occasione, come fu per Mosè, Ciro, Romolo e Teseo. E le occasioni furono trovare il popolo di Israele schiavo in Egitto affinché si predisponesse a seguire Mosè; che Romolo fosse stato abbandonato alla nascita e così fondasse Roma; che Ciro trovasse i Persiani malcontenti dell’impero dei Medi, e i Medi fiacchi per la lunga pace; che Teseo trovasse gli ateniesi dispersi per poterli unificare.

Chi ottiene un principato per virtù proprie inizialmente avrà difficoltà a introdurre nuovi ordinamenti, a causa dei conservatori e dei pregiudizi, ma poi saprà mantenerli bene se potrà imporli con la forza. Perché se si impongono con le preghiere cascano. Tutti i profeti armati vincono, e i disarmati rovinano, come Savonarola. La natura de’ populi è varia; et è facile a persuadere loro una cosa, ma è difficile fermarli in quella persuasione.

Un altro esempio di occasione è quello di Ierone (Gerone II, 308 a.C. – 215 a.C), tiranno siracusano: la città essendo oppressa lo nominò capitano, lui cambiò la milizia e le amicizie, ebbe difficoltà a prendere il potere ma poi governò senza difficoltà per molto tempo. Ebbe occasione, virtù e fortuna, di lui Giustino (scrittore latino del II sec. d.C.): quod nihil illi deerat ad regnandum praeter regnum / nulla gli mancava per essere re fuorché il regno.

Sappiamo che il Machiavelli come esempio da imitare aveva in mente il Valentino, Cesare Borgia, suo contemporaneo, ucciso nel 1507 in un’imboscata, già cardinale e assassino del fratello, rivale nella scalata al potere. Esempio alquanto inquietante sia come figura, sia per l’azione e anche per i risultati. I Medici si saranno di certo toccati… ma in esso l’ex segretario vedeva il principe nuovo per un principato nuovo, che condensava in se, virtù (capacità d’azione e di comprensione), fortuna (tenerla da conto) e occasione (situazione storica che permette l’esercizio delle altre virtù).

Lo scopo di essere reintegrato nella corte medicea fallì, e per quanto anche i Medici non mi siano tanto simpatici, diciamo che se l’era proprio cercata.

(Letteratura italiana – 9.5.1996) MP

principe VI

Qualche importante link: Indipendenza per le nazioni degli Indiani d’America American indian nations AID Cosa è successo a Wounded Knee Global pacific revolution Rivoluzionari in sottana Il sito italiano dei nativi americani Sentiero rosso – cultura nazioni native americane

Scritto da: indian
Ultima modifica: 22 Ott 2011 @ 09:16 PM

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 30 Apr 2011 @ 10:39 PM 

Lezioni condivise 52 – La bella di Sanluri
   Sgoccioli di anno accademico, aula magna del Corpo aggiunto, mezzogiorno, siamo una ventina sparsi nell’anfiteatro di oltre duecento posti; il prof parla al microfono, è a disposizione per rispondere alle nostre domande.
La situazione è vagamente surreale, si divaga su vari temi, tra cui la perdita della statualità da parte della Sardegna e le conseguenze negative attuali (colgo l’occasione per ricordare che l’insegnamento di Storia della Sardegna – e il prof afferma che la dizione esatta dovrebbe essere Storia di Sardegna, dunque non storia di un territorio, di un’isola, ma dello stato che fu – ha dovuto cambiare denominazione in Storia di una regione italiana per disposizione ministeriale, fatto davvero grottesco).
Si finisce a parlare anche di lingua sarda, tema che anche in ambito universitario talvolta non sfugge ai luoghi comuni. Il sardo è una lingua neolatina, studiata in molti paesi europei ed extraeuropei, tra le eccezioni c’è proprio l’Italia. Il fenomeno che ha interessato la lingua sarda è normalissimo in linguistica, si sono formate tante varianti e sottovarianti o dialetti, per cause diatopiche e diacroniche, non essendovi una lingua ufficiale ed evolvendosi la stessa nelle singole comunità.
Per il prof ciò avvenne già nel trecento, fase decisiva della volgarizzazione linguistica in Sardegna, quando si erano già formate le quattro varianti principali: arborense (limba de mesania), nuorese (barbaricino), logudorese e campidanese, ognuna con i propri dialetti.
Anche le ragioni per cui il sardo ha conservato più di altre lingue neolatine la grammatica della lingua madre, nelle varie fasi in cui di volta in volta i territori ne sono venuti a contatto, sono evidenti nell’insularità e nel processo storico che ha interessato la Sardegna. Nel Trecento il lessico, non ancora contaminato come oggi da castigliano, catalano e fiorentino, era pressoché intatto (se ne lamentava – dal suo punto di vista – anche Dante nel De vulgari): si diceva ad esempio su mandau per un ordine e osculas (baci)…….
   Dopodiché la lezione ha trovato la sua ragione nientepopodimeno nel gossip storico, quanto drammatico: la morte di Martino il giovane, re di Sicilia, avvenuta a Cagliari il 25 luglio 1409.
Oramai ognun sa che Bonifax istituì e infeudò, motu proprio, il Regno di Sardegna (e Corsica, bontà sua!) agli Aragonesi nel 1297.
Tale assurdità restò sulla carta fino al 1323, quando Ugone II d’Arborea fece l’errore di chiamare in Sardegna, in proprio aiuto, i catalano-aragonesi, i quali colsero l’occasione per fondare de facto quel Regno su cui il papa aveva dato diritto di conquista (che cristiano che era il papie!).
Gli iberici estesero man mano il territorio occupato, partendo dall’iglesiente e dal cagliaritano, muovendo in seguito guerra al Giudicato d’Arborea. Questo tuttavia nel 1354 ebbe in mano la Sardegna unita, tranne Cagliari, ancora in mano agli Aragonesi. Questa situazione persistette sostanzialmente fino al 1408, quando sbarcò a Cagliari Martino il Giovane, Re di Sicilia e infante d’Aragona. La guerra riprese e gli aragonesi riguadagnarono il terreno perduto negli anni addietro. Vinsero una battaglia decisiva a Sanluri, era Domenica 30 Giugno 1409, e per il regno (o Giudicato) d’Arborea fu l’inizio della fine; la guerra tuttavia si trascinò per altri dieci anni.
Fu una disfatta, fu presa anche la villa fortificata, vecchi e bambini trucidati, gli abili al lavoro ridotti in schiavitù e deportati in Catalogna.
Martino era al comando delle truppe, si soffermò in villa qualche giorno, poi rientrò a Cagliari in preda alla “febre pestilencial”, tant’è che vi morì il 25 luglio 1409.
Malaria, giusta punizione per la violenza spietata messa in campo contro la popolazione inerme. Non stupisce pertanto che gli aragonesi si fossero scatenati in violenze contro le donne e che al re fosse stata riservata la più ambita, con la quale si accompagno più volte, “in diversi amplessi”. Fu lei che in sostanza vendicò l’eccidio indebolendo il re in modo decisivo.
   La tradizione popolare è ricca di particolari.
Sanluri, 1409, primo di luglio, la battaglia degli Arborea è persa, i catalani hanno fatto strage anche in paese, senza pietà; le donne violentate e ridotte in schiavitù. E’ forte il sentimento di vendetta.
Martino, infante d’Aragona occupa il castello, a lui viene portata la più avvenente tra le ragazze del borgo, che ancora oggi viene ricordata come la Bella di Sanluri. Lui è già febbricitante, ma giace con lei in numerosi e sfibranti amplessi e quanto fa rientro a Cagliari, ormai in preda alla malaria, non la deporta in Catalogna con le altre, ma la porta via con se.
La ragazza è animata da spirito di vendetta e non ha altre armi, se non quella cui il re la costringe. Nei rapporti lo sfinisce e lui già indebolito dalla malattia il 25 luglio muore.
Nel castello di Sanluri è stata individuata una stanza ove si consumarono i fatti, a Cagliari ne fu teatro il palazzo reale.
Si dice che lei rimase incinta e insieme alla madre fu condotta ad Alghero, dove erano radunati altri schiavi sardi. Là fu trattenuta ed accudita per volere di Martino il Vecchio da Gerardo De Doni, mercante barcellonese. Ciò non deve stupire per l’importanza straordinaria che avevano nel medioevo i cosidetti bastardi del re. Tuttavia il 21 novembre il mercante lamentava in una lettera al re, che esse vivevano in indigenza, in quanto la somma dal lui stabilita non fu mai recapitata. E’ l’ultima notizia della ragazza. A lei forse si deve l’origine dell’augurio “Chi ti potzast cojai in Saddori” (che ti possa sposare a Sanluri), che allude al fatto che là ci sono belle donne.
   Della vicenda hanno parlato anche alcuni storici dell’epoca; altri, come si usa quando sono coinvolti potenti (chissà come verrà scritta la storia della nipote di Mubarak?!), misero a tacere o negarono questo fatto sgradevole.
Martì d’Alpartil (1380-1441) nella sua Chronica Actitatorum sostiene che il re (di cui era ambasciatore), infettato dalla malaria, fosse stato finito dalla lussuria consumata con una prigioniera bellissima (donnicellam Sarda de Santa Luria), che gli fu condotta conoscendo la sua attitudine alla lussuria e con la quale si sollazzò fino alla morte.
“…Et cum crediderium quod convaluiesset cum vicio luxurie captus esset ut complacerent duxerunt sibi quandam (donnicellam sardam de Sant Luri) hermosissima speciosissimam valdecum qua tamtum solacium recepit quod ad interitum finale ipsum duxit.”
Jeronimo Zurita (1512-1580), cronista catalano, racconta il fatto negli Anales de Aragòn.
Egli commenta e fa propria la tradizione popolare della bella di Sanluri, semplice ma avvenente fanciulla sarda, più efficace di Agatuccia Pesci e Tarsia Rizzari, le due concubine siciliane del giovane sovrano, la quale con ripetuti e sfibranti amplessi sfinì fatalmente l’impetuoso Martino.
Giuseppe Manno (1786-1868), in Storia di Sardegna, vol. III, scrive:
“Il giovanetto principe con le virtù degli eroi avea eziandio alcune delle ordinarie loro fiacchezze. Le di lui passioni erano talmente smodate che famose erano diventate in Sicilia le sue dissolutezze. E più famose restar doveano in Sardegna; poiché non era pienamente riscosso da una infermità sopportata nel suo ritorno a Cagliari, una donzella del luogo debellato di Sanluri, di forme leggiadrissime, tanto perdutamente in lei si invaghì, che egli trovò nell’abuso il termine dei piaceri. Morì pertanto re Martino…”
Nel corso dell’Ottocento, storici isolani, quali Pasquale Tola, ma anche molti altri studiosi catalani, la descrissero come “la nuova Giuditta del popolo sardo”.
Intorno alla metà del secolo scorso lo storico Antonino Caldarella trovò notizia nell’archivio di Stato di Palermo di una giovane esclava sarda dal nome sconosciuto, detta appunto la Bella di Sanluri, la quale si appartò con il re di Sicilia, che già estenuato dalla guerra e in preda alle febbri malariche sarebbe morto per troppo sesso. Alcuni cavalieri del seguito di Martino, creyendo que habia convalecido, portarono al giovane re, por complacerle, una donçela Sarda de Sant Luri, dotada de gran belesa que era hermosissima y siendo el rey rendido a aquel vicio le acabo sa vida“.
Alberto Boscolo (1920-1987), ispanista sardo, nelle sue ricerche del 1954 scoprì che circa 600 uomini e circa 300 donne si rinchiusero nel castello di Sanluri, cercando scampo ai famigerati soldati aragonesi. Gli uomini, uno dopo l’altro, furono passati a fil di spada, mentre le donne vennero schiavizzate.
Documenti reperiti presso l’Archivio della Corona d’Aragona di Barcellona non citano il fatto, ma in qualche modo lo sottintendono. In alcune lettere di Martino il Vecchio, re d’Aragona, indirizzate al figlio, si deduce che Martino il giovane era di salute cagionevole. In una missiva del 22 luglio 1409, il vecchio sovrano, riteneva opportuno che si vigilasse sul comportamento del figlio…
Francesco Cesare Casula in Breve storia di Sardegna riporta la notizia affermando:
“Nell’euforia della vittoria, nel palazzo regio della capitale, Martino il Giovane s’intrattenne con una bella prigioniera sanlurese di cui non si conosce il nome, indebolendosi a tal punto da non opporre, poi, alcuna resistenza alle perniciose febbri malariche della terzana maligna che avevano preso a scuoterlo di li a poco. Morì nel giro di dieci giorni, il 25 luglio, e fu seppellito nel transetto sinistro del duomo di Cagliari, rifatto nel Seicento come si può vedere ancora oggi.”
Egli fu l’ultimo infante del casato dei conti di Barcellona, con lui si estinse la catalanità dei re d’Aragona e meno di un secolo dopo la corona aragonese diventava un’entità subordinata della corona di Spagna.
Molto tempo prima, il 17 agosto 1420, Gugliemo III di Narbona, giudice d’Arborea, sconfitto sul campo, alienò ogni diritto sul giudicato agli aragonesi per 100.000 fiorini d’oro. Nacque il Marchesato di Oristano che coltivò il fervore indipendentista fino al 1478, anno in cui fu sconfitto Leonardo de Alagòn.
(Storia medievale – 3.5.1996) MP
bella di sanluri

Scritto da: indian
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 31 Ott 2008 @ 11:53 AM 

Lezioni condivise 24 -  Mrs. Da Polenta, Odisseo ed io 

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Scritto da: indian
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 16 Mar 2008 @ 12:13 AM 

Lezioni condivise 16 -  Francesca Da Polenta

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 30 Set 2007 @ 9:09 PM 

Lezioni condivise 11 – Dal fol hardement al fandi fictor

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 27 Ago 2007 @ 2:25 AM 

Lezioni condivise 10 – La disfida di Bordeaux

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