31 Mag 2011 @ 10:26 PM 

Lezioni condivise 53 – Ritratto di cose di Francia

        Dai suoi primi tre viaggi in Francia, Machiavelli trasse un’ampia relazione, a tratti schematica, che contiene informazioni utili dal punto di vista storico, anche riguardo alla vita quotidiana di un Re assoluto, il cui regno era sostanzialmente privato.

         La datazione del documento non è certa, ma si presume sia del 1510, forse integrata in diversi momenti. A tratti il testo appare come una raccolta di appunti, forse per questo sembra incompleto e disomogeneo. Certamente non era destinato alla divulgazione, ma riservato ai colleghi della cancelleria fiorentina.

         Lo stesso titolo, Ritratto di cose di Francia, dà l’idea dell’abbozzo veloce, del flash, di uno sprazzo essenziale sulla situazione francese.

         La relazione tratta cinque temi:

1) le origini della potenza della monarchia francese (da “La corona” a “venire a tal grado”)

Analisi sistematica della grandezza politica delle cose di Francia. Sviluppa l’argomento nel rapporto causa–effetto, strutturandolo secondo il climax (elevazione del discorso). Ne fa un’analisi sincronica (la situazione mentre scriveva) e diacronica (come si era pervenuti a quella condizione).

Emergono due ragioni che resero importante la corona di Francia:

a) la gran quantità di beni derivanti da eredità (che iniziarono a incrinare il concetto feudale di possesso privato del regno);

b) la fedeltà al sovrano della nobiltà francese (al contrario che in Italia, ove i feudatari si consideravano sovrani nei loro possedimenti e spesso si mettevano contro il “principe”).

Esordisce così il segretario fiorentino:

La corona et gli re di Francia sono oggi più gagliardi, richi et più potenti che mai fussino per le infrascripte ragioni. La corona, andando per successione del sangue, è diventata rica, giacchè per una serie di ragioni fortuite, in mancanza di eredi, gli erano rimasti beni importanti (ducati Angiò, Orléans, Milano). Inoltre i baroni che prima muovevano guerra al re (duchi di Ghienna e Borbone), erano diventati tutti obsequentissimi, mentre un tempo i nemici della Francia trovavano sempre un duca che li appoggiava contro il re (i già detti, ma anche quelli di Bretagna, Borgogna, Fiandra), successivamente essi si erano invece alleati al re, indebolendo i nemici della Francia, che così non osavano più aggredirla.

Il Segretario fiorentino notò che i più potenti baroni francesi del suo tempo, erano tutti parenti del re e aspiravano in qualche modo (per se stessi o per i discendenti) di pervenire al trono, pertanto se ne stavano buoni… Lo stesso Luigi XII era incorso in errore quando intervenne in favore del duca di Bretagna contro il re, fatto che gli creò problemi al momento della sua successione al cugino Carlo VIII. Gli andò bene perché non c’erano altri pretendenti.

In Francia l’erede al trono era il primogenito, pertanto lo stato non veniva frazionato come ad esempio in Germania e gli altri figli accettavano di buon grado, dandosi alla vita militare. E questo era uno dei motivi della presenza di un forte esercito in Francia.

2) Il valore militare dei francesi (da “Le fanterie” a “meno che femine”)

Le fanterie che si fanno in Francia non possono essere molto buone, perché gli è gran tempo che non hanno avuto guerra, et per questo non hanno experientia alcuna. Et dipoi sono per le terre tutti ignobili et gente di mestiero; e stanno tanto sottoposti a’ nobili et tanto sono in ogni actione depressi che sono vili.

Ecco l’animo cinico del Machiavelli. Il concetto è aberrante: per avere un buon esercito sarebbe necessario fare spesso la guerra, avere meno gente che lavora e più nobiltà; per di più, il popolo, essendo asservito ai nobili, era vile.

L’analisi è spietata, quanto a mio parere superficiale: benché vi sieno li guasconi, di chi il re si serve, che sono un poco meglio che gl’altri; et nasce perché sono vicini a’ confini di Spagna, che vengono a tenere un poco dello spagnuolo, ma sarebbero ladri e cattivi lavoratori, al contrario degli svizzeri e tedeschi, spesso arruolati dal re, perché non si fidava dei guasconi.

E’ franzesi sono per natura più fieri che gagliardi o dextri, se si resiste al loro primo impeto si perdono d’animo, non sopportano i disagi et incommodi e divengono vili, come disse Cesare, e’ franzesi essere in principio più che uomini et in fine meno che femine.

3) Le risorse naturali e tributarie (da “La Francia” a “electo da loro”)

La Francia era ricca, anche grazie ai suoi grandi fiumi, al punto che tutto valeva poco, perché tutti avevano beni materiali e poco danaro, ma questo non serviva perché tutti avevano roba da vendere e nessuno necessità di comprare et però come quegli populi hanno uno fiorino li pare essere richi.

Secondo Machiavelli la chiesa francese possedeva i 2/5 delle ricchezze della Francia, introitava e non spendeva nulla.

Nel consultare et governare le cose della corona et stato di Francia, sempre intervengono in magiore parte prelati, e nessuno se ne curava.

La chiesa inoltre per antica prammatica eleggeva da sola i vescovi e gli abati, e il re avrebbe potuto interferire solo con la forza.

4) Organizzazione amministrativa e militare del regno (da “Li vescovadi” a “secondo e’ sospecti”).

La Francia aveva allora 106 vescovadi, di cui 18 arcivescovadi, le parrochie uno milione et septecento, computate 740 badie, senza contare le priorie.

Il re disponeva a suo piacimento delle entrate e delle uscite in denaro e quando aveva necessità, provvedeva con lettere regie «Il re nostro sire si raccomanda ad voi, et perché ha faulta d’argento, vi prega li prestiate la somma che contiene la lettera». Et questa si paga in mano del ricevitore del luogo.

I baroni non avevano tanto potere l’entrata loro è pane, vino, carne, ut supra, et tanto per fuoco lo anno; ma non passa 6 o 8 soldi per fuoco, di tre mesi in tre mesi, non potevano imporre altro absque consensu regis. E a loro il re tassava solo la produzione di sale.

Le spese straordinarie della corona riguardavano i soldati. I pensionarii et gentili uomini vanno a’ generali et si fanno dare la discarica, cioè la poliza del pagamento loro, di mese in mese; i pagamenti venivano fatti dal ricevitore della provincia dove abitano et sono subito pagati.

Li gentili uomini del re sono 200; il soldo loro è 20 scudi il mese…ogni cento ha uno capo, che soleva essere Ravel et Vidames.

De’ pensionarii non vi è numero, et hanno chi poco et chi assai come piace al re.

L’ofitio de’ generali di Francia e pigliare tanto per fuoco e tanto per taglia, de consensu regis, e fare in modo che i pagamenti fossero puntuali.

L’ofitio del Gran Cancelliere è merum imperium, et può gratiare et condannare a suo libito, etiam in capitalibus sine consensu regis. El salario suo è 10 mila franchi l’anno et 2 mila franchi per tenere tavola, cioè per il vitto del suo entourage.

Non vi è in Francia che un Gran Siniscal e comandava le genti d’arme che erano obbligate a obbedirlo.

E’ governatori delle provincie sono quanti el re vuole et pagati come al re pare e duravano quanto il re voleva. Tutti gli uffici del regno dipendevano dal re

Il modo del fare li stati si è ciascuno anno di agosto, quando d’octobre quando di gennaio, come vuole il re.

Vi era una Camera de’ conti, una sorta di corte dei conti, ma per certi atti decideva il re.

Vi erano cinque parlamenti Parigi, Roano, Tolosa, Burdeos et Delphinato, et di nessuno si apella. Li studi primi sono quattro: Parigi, Orliens, Borges et Poctieres; et dipoi Torsi et Angieri; ma vagliano poco.

Il re decideva sulle guarnigioni, le artiglierie, tenute a spese delle terre ove avevano sede. Ordinariamente erano quattro in Ghienna, Piccardia, Borgogna et Provenza e aumentavano secondo e’ sospecti.

5) La corte (da “Ho facto diligentia” a “Parigi”).

Le assegnazioni in denaro per il re non erano stabilite, aveva quanto chiedeva per le spese personali e per la casa. Quattrocento arcieri gli facevano da guardia di cui 100 scozzesi a 300 franchi l’anno, 29 stavano a fianco del re e ne prendevano 400, vi erano poi tutta una serie di guardie a corte.

Il preposto dello Ostello è uno uomo che seguita sempre la persona del re e aveva poteri speciali, nonché seimila franchi di salario ordinario. 

Maestri di Casa del re sono octo, con un gran mastro che li sovrintendeva tutti a duemila franchi.

L’Admiraglio di Francia è sopra tutte le armate di mare, et ha cura di quelle et di tutti e’ porti del regno… et ha di salario 10 mila franchi.

Cavalieri de l’Ordine non hanno numero, giuravano di difendere e non contrastare mai la corona. La pensione loro poteva arrivare anche a 4 mila franchi.

L’oficio de’ ciamberlani è contractenere el re, erano i suoi consiglieri, hanno grande pensione: 6, 8, 10 mila franchi, ma qualcuno era solo onorario, la loro tavola era seconda solo a quella del re.

Il Grande Scudiere sta sempre apresso del re, sovrintendeva i 12 scudieri che curavano i cavalli del re. E’ signori del Consiglio hanno tutti pensione di 6 in 8 mila franchi.

A testimonianza del fatto che si tratta di appunti, il testo reca delle parti staccate rispetto all’ordine rilevato, la prima si riallaccia al discorso militare, l’altra ad quello economico-finanziario, vi è inoltre qualche notizia “vagante” inserita disordinatamente, forse il testo era da rivedere.

Le integrazioni a proposito della sicurezza della Francia analizzano la situazione riguardo agli stati confinanti e il segretario fiorentino conclude che la Francia non ha più pericoli.

Gli inglesi, un tempo acerrimi nemici erano da tempo tranquilli e in più non potevano più contare sull’appoggio di Bretagna e Borgogna, ormai fedeli alla corona francese.

Gli spagnoli, benché sagaci e vigili, avrebbero avuto molti disagi ad attaccare la Francia attraverso i Pirenei, peraltro ben difesi sia a Perpignano che a Ghienna.

         I fiamminghi non costituivano un problema, anzi avevano necessità di commerciare con la Francia, importando carni e vini di Borgogna e Piccardia ed esportando le loro produzioni artigiane.

         Gli svizzeri, noti per le loro scorrerie, potevano solo depredare ai confini, non avevano un esercito in grado di impensierire i francesi ed erano più adatti alla campagna che alla guerra.

         Gli stati italiani disuniti e poveri non spaventavano di sicuro, né c’erano da temere attacchi dal mare, dato che erano presenti la flotta e le guarnigioni.

         Vi sono infine una serie di notizie un po’ avulse dai contesti principali:

la ragione delle pretese di Luigi XII sullo stato di Milano, derivavano dal fatto che suo nonno Lodovico d’Orliens ebbe in moglie madama Valentina, figlia del duca di Milano Gian Galeazzo, cui successe il figlio Filippo che morì senza figli maschi. Lo stato sarebbe stato poi preso dagli Sforza in modo illegittimo. A questa parentela risalirebbe la biscia nello stemma milanese, insieme ai tre gigli preesistenti.

         Le pretese degli inglesi sulla Francia deriverebbero invece dal fatto che Caterina, figlia di Carlo VI di Francia, sposò Enrico, figlio di Enrigo re d’inghilterra, perché nel contratto matrimoniale Enrico o i suoi figli maschi, venivano designati eredi alla corona francese. La clausola fu dichiarata illegittima e successore divenne invece Carlo VII, che gli inglesi dicevano essere nato ex incestuoso concubitu.

         In ciascuna parrocchia francese vi era un franco arciere con compiti di vigilanza e difesa da attacchi esterni. Chi viaggiava per conto della corte del re aveva diritto a vitto e alloggio.

         Machiavelli annota anche che i francesi vestivano in modo grossolano, sia donne che uomini, anche per non far notare eventuali agi che dessero nell’occhio agli esattori.

         In generale il giudizio di Machiavelli sulla Francia appare positivo, tanto da indicarlo come esempio per alcuni stati italiani che operavano in maniera opposta, ad esempio, riguardo alla tassazione dei sudditi… Ora non mi sembra il caso di polemizzare con il fiorentino sugli albori Cinquecento francese, osservo solo che Luigi XII, quanto a rapporti bilaterali con gli stati italiani, fu più fortunato di Sarkozy…

(Letteratura italiana – 8.5.1996) MP

ritratto di cose di francia

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Ultima modifica: 03 Giu 2011 @ 10:00 PM

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 31 Dic 2010 @ 8:54 PM 

Lezioni condivise 48 – Dottrina della statualità

Non so ancora se in polemica o in omaggio, il prof si impegnò in un affondo sulla sua teoria madre della “statualità” alla vigilia di una conferenza a Cagliari del crociano Peppino Galasso… Per associazione il mio pensiero volò a Napoli, dove ho conosciuto e sono stato ospite di alcuni nipoti del Croce; è curioso, ma è esistita la possibilità di appartenere a etiche relativamente diverse e militare nello stesso partito…

Diciamo subito che il comune concetto di Stato mi fa storcere il naso, come patria, tricolore e simili, come pure il fatto che una certa “sinistra”, seppur moderata, si stia impossessando di questi concetti retrivi. Tuttavia dal punto di vista storico-metodologico, la dottrina della statualità ha la sua importanza e la ha soprattutto per il caso Sardegna, una volta chiarito che il Regno di Sardegna, paradossalmente se vogliamo, fu una disdetta soprattutto per i sardi (e intendo dire i sardi dell’isola)…

Bisogna ammettere che l’unica rivalsa che ci concede questa teoria è molto aleatoria e poco concreta, tuttavia è bene che almeno si chiamino le cose con il loro nome e che la Storia abbia almeno alcune evidenti certezze e non sia tutto distorto da certa storiografia di comodo.

Se uno storico oggi dovesse trattare del territorio, che so, di Prussia o Aragona, prima della loro annessione agli stati attuali (Polonia, Russia, Germania, Spagna), si riferirebbe ad essi con il nome dello stato esistente nel periodo storico preso in esame, es. Regno di Prussia, Regno d’Aragona… Appare abbastanza inspiegabile perché, anche per alcuni storici, ciò non avvenga nel caso del Regno di Sardegna, esatta denominazione dell’attuale stato italiano per il periodo precedente al 1861. Vengono inventati inesistenti Regno di Sardegna e Piemonte, Regno di Savoia, Regno di Piemonte e via dicendo, attribuendo il titolo di Regno a ex-principati, o ducati… creando così solo confusione anche tra i discenti, che non distingueranno tra geografia fisica e politica, tra storia dei territori regionali e storia statuale (che parte dall’origine dello stato). [1]

Questa situazione ovviamente comporta l’oscuramento di una parte importante della storia, forse di una storia scomoda ed è dovuta in primo luogo alla villania dei fruitori italioti del titolo di Re di Sardegna, i Savoia (gli spagnoli in precedenza non si erano dimostrati così ignoranti) e i loro più servili seguaci piemontesi… E se per diventare Re hanno dovuto attendere di avere il Regno di Sardegna, i loro sudditi, prima del 1861, non potevano certo chiamarsi italiani, ma erano cittadini sardi (non esisteva alcuno stato italiano), anche se i veri sardi erano oppressi da chi ne usava il loro nome.

D’altra parte non si potrà mai dire che lo stato italiano nato nel 1861, fosse o sia un’unica nazione. Cosa avevano in comune gli allora cittadini del Regno di Sardegna, quelli dello Stato Pontificio e del Regno delle due Sicilie? Poco o nulla. Lo testimonia la famosa frase del D’Azeglio… e non so se fosse nelle sue intenzioni “fare gli italiani” come si era fatta l’Italia, tuttavia lo si tentò di fare coercitivamente, specie durante il fascismo, ma anche nei primi anni del secondo dopoguerra. Oggi la divaricazione è evidentemente in crescita ed è giusto che ogni popolo abbia diritto ad esistere e conservare la propria storia, lingua, folklore, tradizioni, letteratura, arte, religione, e via dicendo, anche all’interno di uno stesso stato, come è normale che sia.

L’Italia non è mai stata diversa dalla Jugoslavia, a parti inverse la loro drammatica vicenda sarebbe avvenuta qui e loro sarebbero ancora uniti, protetti dalla pax amerikana, che invece grava su di noi.

Insomma non si confonda il concetto di nazione con quello di stato: uno stato può essere composto da più nazioni, la morte di uno stato non è anche morte delle nazioni che lo compongono, lo stato si forma con una firma, una nazione in diversi secoli.

Così Mazzini era sardo, Colombo genovese, Dante toscano e così via. Così la Storia patria insegnata nello stato italiano dopo l’unità è falsa, in quanto fa passare la Storia dell’Italia (penisola) per Storia d’Italia (Stato).

La Storia falsa, insegnata per oltre un secolo nelle scuole dello stato italiano, spaccia i Balilla e i Masaniello per Italiani, come pure i vespri siciliani, Francesco Ferrucci e Muzio Scevola e chi più ne ha… guarda caso tace unicamente sull’unico territorio, la Sardegna, dal cui Regno ha tratto origine statualmente, come se l’origine non fosse gradita e si volesse occultare, almeno nei limiti del possibile.

Ho già trattato delle origini del regno di Sardegna, cui rinvio e di cui paradossalmente noi sardi non siamo certo orgogliosi, un’invenzione di Bonifax, sancita a Bonaria (Cagliari) il 19 giugno 1324 per tener buoni gli aragonesi dopo le vicende successive ai vespri siciliani.

Fino alla “perfetta fusione” del 1847 il Regno di Sardegna era una unione di stati che conservavano la propria autonomia (il regno, i principati, i ducati, le signorie), da allora divenne uno stato unitario che con legge 17 marzo 1861 n. 4671, cambiò semplicemente denominazione, tanto è vero che la firma reca “Vittorio Emanuele II Re di Sardegna…”. Non vi fu insomma alcuna costituzione ex novo di una entità politica statale.

I fondamenti della mentalità giuridica risalgono al XII secolo, sono stati elaborati con la fondazione delle prime università e sono alla base del pensiero giuridico moderno. Il diritto si pone anche come certezza e giustizia di fronte ai conflitti tra interessi e valori contrastanti, compito del diritto, infatti, è di razionalizzare i rapporti giuridici.

Lo Stato è un’entità giuridica composta da uno o più popoli stanziati in un territorio e legati fra loro da un vincolo giuridico originario. Può essere sovrano (non recognoscens superiorem) o non sovrano, se dipende istituzionalmente da un altro stato; perfetto (se ha summa potestas) o imperfetto; superindividuale (o subiettivo), in quanto appartiene al popolo o patrimoniale (nel medioevo era spesso di proprietà del sovrano).

Ogni stato ha un nome proprio che ne specifica il titolo (regno, repubblica…). Titolo e nome possono cambiare senza che cambi lo stato.
Secondo Machiavelli per esserci Stato occorrono i tre poteri statali superiori:
a) l’organismo che formuli le leggi di convivenza (cioè il Parlamento);
b) l’organismo che le attui (il Governo);
c) l’organismo giudiziario che le faccia rispettare (la Magistratura).
Le unioni fra Stati si possono schematizzare così:
- unioni semplici (ad esempio, le alleanze, le unioni di protettorato e di tutela), sono unioni istituzionali generali o particolari a seconda che siano più o meno aperte;
- unioni reali, per un trattato fra gli Stati o con carattere di originarietà, con una identica persona fisica preposta all’ufficio di capo dello stato e una serie di interessi comuni agli stati membri (come fu per la Corona d’Aragona)[2];
- confederazioni, unioni di diritto internazionale fra un gruppo di Stati confinanti che non rinunciano all’esercizio dei propri diritti sovrani;
- stato federale, composto da più stati, i quali nel loro insieme costituiscono una corporazione paritaria. Gli stati membri hanno reciproca uguaglianza, ma non la summa potestas, cosicché le relazioni con l’estero sono gestite dallo stato federale.
Se lo Stato è un concetto politico, la Nazione è un concetto culturale. Vi sono stati con all’interno più nazioni e nazioni che occupano stati diversi.

La “Dottrina della Statualità” è un metodo di lettura della storia che rivisita i fatti (res gestae) e l’interpretazione dei fatti del passato (historia rerum gestarum) diacronicamente e sincronicamente, riferendoli non alla geografia fisica (isola, penisola, continente) com’è uso corrente, ma ad uno stato, sia o non sia con diversi titoli e nomi, senza mai abbandonarlo nel racconto storico.

In base ad essa la Storia di Sardegna dovrebbe spaziare dai Fenici (IX-VIII secolo prima di Cristo) ad oggi, suddividendo la storia sarda in tre periodi:
- il periodo provinciale antico, di valore squisitamente scientifico;
- il periodo statuale giudicale, di valore soprattutto accademico;
- il periodo statuale regnicolo, di valore politico assoluto.

Bibliografia:
F.C. Casula, La terza via della storia. Il caso Italia, Ets, Pisa 1997
Giusepe Galasso, Croce, Gramsci ed altri storici, Il Saggiatore, Milano 1969
G. Balladore Pallieri, Diritto costituzionale, Giuffrè, Milano 1976

(Storia Medievale – 26.4.1996) MP 


[1] Se si vuole un’anomalia la si trova, ad esempio, nel potere temporale della chiesa nei vari secoli, tenuto conto anche dei vari scismi e antipapi, cito ad esempio il caso di Benedetto XIII (Pedro Martinez de Luna, cardinale spagnolo) & co., scisma di occidente, ad Avignone.

[2] Chiarezza bisognerebbe fare anche sull’organizzazione degli stati. Molte cariche a volte vengono indicate con appellativi molto differenti. Ad es. Locu tenes (da cui luogotenente, sostituto), equivale anche a vicerè, procuratore, alternos o governatore generale (distinto ad un certo punto in Sardegna tra Governatore del capo di sotto o di sopra, a causa dell’antica separazione dai territori tra  Arborea e Doria).
Il Maggiordomo era invece chi comandava nel palazzo e si occupava della proprietà. Figura importante perché in alcuni casi è diventato Re (Carlo Martello).

statualità

Scritto da: indian
Ultima modifica: 18 Feb 2011 @ 01:32 PM

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 30 Apr 2010 @ 10:56 PM 

Lezioni condivise 41 -  Nos e sa gherra de s’Espuru

La storia è un labirinto infinito di vicende che a volte si intersecano e ti sorprendono con i loro sviluppi; ne è esempio quella che mi accingo a raccontare, già vista, ma di cui tratterò aspetti differenti, limitandomi naturalmente a seguire solo alcuni percorsi.

Ritorno ai Vespri siciliani. Essi non sono un accidenti, ma la conseguenza storica di un susseguirsi di accadimenti, uno dei casi del conflitto infinito tra potenti, cui ogni tanto, marginalmente, partecipava anche il popolo, ma non ancora con la coscienza di un riscatto.

Scomodiamo Federico Barbarossa (Federico III Hohenstaufen, duca di Svevia, che è anche Federico I, imperatore del Sacro Romano Impero di Germania [eredità dell’impero carolingio privato della Francia, noto anche come Primo Reich]), che combinò nel 1186 il matrimonio tra il figlio Enrico e Costanza d’Altavilla, normanna, o se preferite vichinga, unica erede del regno di Sicilia (che allora si estendeva fino a territori della Grecia e dell’Africa), di cui la sua famiglia si era impadronita sostituendosi agli arabi oltre un secolo prima.

Grazie a questo matrimonio, nel 1194, Enrico VI Hohenstaufen poté insediarsi stabilmente sul trono siciliano. Egli però morì improvvisamente, lasciando erede un bimbo di tre anni, quello che diventerà Federico II (era anche Federico VII di Svevia e Federico I di Sicilia), imperatore poeta. Nel 1250, quando egli morì, gli successe in Sicilia il figlio Manfredi, essendo impedito prima l’erede legittimo, il fratello Corrado, poi il nipote Corradino, infante.

Il regno di Sicilia era dunque saldamente in mano agli Hohenstaufen.

Stante l’annoso conflitto tra papato e impero (guelfi e ghibellini), gli svevi erano mal tollerati. Papa Clemente IV cercò qualcuno che si opponesse a Manfredi e alla fine lo trovò in Carlo d’Angiò (anonimo conte di una regione del nord-ovest della Francia). Questi avuta l’investitura papale, mosse verso sud e nel 1266, nella rocambolesca battaglia di Benevento, sconfisse Manfredi, che morì in battaglia, e poté occupare la Sicilia.

La discesa di Corradino fu inutile; egli sconfitto, fu decapitato a Napoli nel 1268.

Al momento dell’esecuzione era presente nella piazza, in incognito, Giovanni da Procida; si dice che egli raccolse il guanto di sfida che il giustiziato lanciò tra la folla poco prima di morire.

E’ lui ritenuto sia storicamente, sia dalla tradizione il fomentatore della guerra del vespro, dunque della rivolta anti-angioina, ed è diventato personaggio leggendario. Medico salernitano, nobile, legato alla dinastia tedesca, fu consigliere di Federico II, precettore del giovane Manfredi, col quale era presente alla disfatta di Benevento, ove fu costretto alla fuga. Visitò le corti di tutta Europa onde favorire il ritorno della dinastia sveva sui troni di Napoli e Sicilia.

Stette in Aragona al servizio del re Giacomo I e in seguito di suo figlio Pietro III che, avendo sposato Costanza di Hohenstaufen, era tra l’altro anche genero di Manfredi.

Il giudizio storico sulla sua figura è spesso controverso, inviso in particolare alla parte guelfa. 

Avrebbe organizzato l’incidente fra l’angioino Drouet e la nobildonna Imelda (sua figlia), affinché scattasse la prima scintilla della guerra del Vespro, il 31 marzo 1282, lunedì di Pasqua, sul sagrato della Chiesa del Santo Spirito, a Palermo. Ella era giunta appositamente da Napoli.

La Sicilia fu liberata dai francesi e Pietro III d’Aragona poté occuparla.

In pochi anni, per guerre mosse più o meno arbitrariamente, matrimoni dinastici studiati a tavolino o altre evenienze, la geografia politica medievale fu costantemente in movimento e le forme di stato variegate.

Il Regno d’Aragona insieme ad altri costituiva un’aggregazione di stati, quella “Corona” di cui avrebbe fatto parte anche il Regno di Sardegna, che continuò tuttavia ad essere giuridicamente sovrano, anche se non in modo perfetto. E’ il caso di molte entità statuali di quel periodo. Con l’avvento di Pietro III fu il caso anche della Sicilia. Un unico capo di stato, in questo caso un Re, ma diverse sovranità giuridiche.

Nel caso della Corona d’Aragona, unione personale di stati, il Re aveva il possesso privato di ciascuno stato, ma ognuno continuava ad esistere come entità a se stante. In molti casi gli stati della Corona mantenevano proprie leggi, è il caso della Carta de Logu in Sardegna.

Lo stesso accadeva per il Regno di Sicilia e di Napoli, che pur sotto lo stesso Re, restavano due entità statuali distinte.

I vari regni della corona erano considerati un bene personale del Re e come tali venivano ceduti in eredità alla nascita di un erede, anche in seguito ai matrimoni combinati.

Il concetto di Corona dal punto di vista giuridico è qualcosa che sta tra l’odierna Federazione (es. USA, cittadini soggetti alle leggi federali) e Confederazione di stati (es. Comunità stati indipendenti [CSI], sorta sulle ceneri dell’URSS; ogni stato conserva la statualità perfetta; aggregazione di stati che continuano ad essere indipendenti).

Quando la morte di uno stato avviene per cessione forzata del potere, si parla di debellatio. E’ il caso degli stati creati in medio oriente in seguito alle Crociate o quelli creati in seguito a Jiad (guerra santa) dei musulmani, ma anche la fine dei Giudicati sardi.

Paradossalmente un sardo non dovrebbe avere a cuore più di tanto il Regno di Sardegna; per spiegarlo occorre fare sottili distinzioni di tempi storici e situazioni. In primo luogo occorre ribadire che il Regno di Sardegna fu un’invenzione, un arbitrio perpetrato da Bonifacio VIII, che ne investì (comprendendovi anche la Corsica) i Re aragonesi, incurante dei legittimi e attestati governi dell’isola. In questo senso non fu altro che l’usurpazione del diritto dei sardi al governo della propria terra. Precisato questo, occorre osservare che gli aragonesi e in seguito gli spagnoli ebbero un rispetto relativo dell’entità statuale autonoma sarda, estesero dei diritti alle città regie, facendo peraltro anche cose orribili… Eppure quando il Regno passò ai Savoia fu molto peggio, i sardi persero anche i diritti concessi dagli spagnoli, non si riunì più il parlamento, fatte salve le  autoconvocazioni rivoluzionarie. Benché la statualità sarda continuasse ad esistere sulla carta (altrimenti i Savoia non sarebbero stati re), l’isola era trattata come la peggior colonia, super tassata, sfruttata, e proprio in quel clima maturarono le rivolte e l’odio per quei re; tanto più quando Napoleone occupò il Piemonte e il re fu costretto a risiedere nell’isola per quindici anni e si dovette pagare anche al suo sostentamento.

Come si arrivò alla fine dei Giudicati, i quattro regni sardi che garantirono alla Sardegna l’indipendenza per oltre cinque secoli (e molto di più nel caso dell’Arborea)? La fine dell’indipendenza della Sardegna è direttamente legata all’epilogo della guerra del Vespro siciliana.

L’eredità degli Hohenstaufen in Sicilia fu dilapidata da Giacomo II di Aragona, detto il Giusto (appellativo che lascia il tempo che trova), il quale con il trattato di Anagni del 12 giugno 1295, stipulato con Carlo II d’Angiò, restituì almeno sulla carta la Sicilia ai francesi (dunque alla chiesa), rinunciando ai Vespri, in cambio del ritiro della scomunica e della papale (!) licenza invadendi di Sardegna e Corsica, da cui ebbe origine appunto l’omonimo Regno.

Il trattato prevedeva anche l’unione di Giacomo II con Bianca d’Angiò figlia di Carlo II e sorella di Roberto d’Angiò ed il matrimonio di quest’ultimo con Iolanda d’Aragona, figlia di Pietro III e sorella di Giacomo stesso.

L’infeudazione del regno di Sardegna e Corsica avvenne nella Basilica di San Pietro a Roma il 4 aprile 1297. Giacomo II ricevette dalle mani di Bonifax la simbolica coppa d’oro che lo faceva, di nome, Dei gratia rex Sardiniae et Corsicae. L’atto era di tipo ligio, e specificava che il regno – non le isole fisiche – apparteneva alla chiesa che l’aveva istituito, ed era dato in perpetuo ai re della Corona di Aragona in cambio del giuramento di vassallaggio (che non intaccava minimamente le forme statuali, era solo un contratto).

Tra le altre condizioni si stabiliva che il regno non potesse essere mai diviso (regnum ipsum Sardiniae et Corsicae nullatenus dividatis) e che i suoi re fossero sempre gli stessi che regnavano in Aragona (quod unus et idem sit rex regni Aragonum et regni Sardiniae et Corsicae).

Il vicerè di Sicilia, Federico, fratello minore di Giacomo, amareggiato perché questi non aveva ottemperato al testamento di Alfonso III, rifiutò la pace e si schierò con i siciliani che, sentendosi traditi dal nuovo re Aragonese, lo dichiararono decaduto ed elessero Federico al trono di Sicilia nel 1295.

A questo punto Giacomo intervenne, a fianco degli Angioini, contro il fratello, con la sua flotta aragonese affiancata da quella napoletana, a Capo d’Orlando, nel luglio del 1299, Federico fu sconfitto, ma riuscì a salvarsi e continuò a resistere.

La guerra del Vespro terminò con la pace di Caltabellotta il 31 agosto del 1302. Essa salomonicamente prevedeva che Federico III mantenesse il potere in Sicilia, ma con il titolo di Re di Trinacria (quello di re di Sicilia era lasciato pro forma al re di Napoli) fino alla sua morte, dopo l’isola sarebbe dovuta tornare agli Angiò. Sanciva inoltre l’impegno che Federico sposasse Eleonora, sorella di Roberto d’Angiò e figlia di Carlo II.

I catalano-aragonesi sbarcarono in Sardegna nel 1323 non per occuparla, ma chiamati in aiuto dall’Arborea contro le colonie pisane nell’isola, così dopo 27 anni dall’istituzione del Regno di Sardegna, rimasto fino ad allora mero titolo onorario, la corona aragonese ebbe modo, grazie all’incauta richiesta arborense, di attuare la licenza invadendi della Sardegna.

Quelle che erano semplici colonie pisane vennero trasformate in stato dagli aragonesi, prima fra tutte Castel di Cagliari.

Nel 1347 salì al potere, nel Giudicato di Arborea, Mariano IV, in breve i buoni rapporti tra il giudice e il  regno aragonese si deteriorarono. La continua espansione di questi causò la guerra, continuata nel 1376 da Ugone III e soprattutto da Eleonora, infine da Leonardo De Alagon, che resistette fino al 1478, dopodiché l’intera isola entrò a far parte del Regno di Sardegna e della Corona aragonese, perdendo la sua indipendenza, diventando un’altra entità statuale che manterrà la sua specialità fino al 1847 e il nome fino al 1861.

(Storia medioevale – 19.4.1996) MP

Scritto da: indian
Ultima modifica: 18 Feb 2011 @ 01:39 PM

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