31 Lug 2016 @ 11:54 PM 

Lezioni condivise 114 – Hamlet e la traduzione 

Avventurarsi nell’universo della traduzione è un po’ come entrare in un campo minato, come sfidare l’Idra di Lerna o per un altro verso rischiare, filosofeggiando all’estremo, di far cadere illusioni: “Ho letto tutto Dostoevskij”. Ma quale Dostoevskij? in che lingua? tradotto da chi? Per leggere Dostoevskij occorre davvero conoscere il russo? Non basterebbe comunque! …Continuando di questo passo ci si aggroviglierebbe in una Babele di concetti senza via d’uscita.  

Questo non significa che l’argomento non abbia un peculiare interesse e non debba essere trattato. Siamo, come sosteneva Walter Benjamin tra filosofia e letteratura. Il termine Babele rende l’idea in un’accezione positiva e affascinante.

Qualsiasi lettore sarà venuto certamente a contatto con una pubblicazione mal tradita e avrà avuto la possibilità di sbalordirsi perché non rispecchiava affatto quanto appreso dalla critica sia sul testo sia sull’autore.

Da adolescente fui notevolmente impressionato da traduzioni dall’inglese di parole di brani musicali, alcune banali, altre improbabili o di un ermetismo surreale… Non che un testo inglese non possa essere banale, incongruo o ermetico, ma il più delle volte si tratta di una traduzione errata, perché eccessivamente letterale e siccome ogni lingua fa parte a sé e ha la sua ricchezza, non è tutto così piatto.

Per trasporre un testo da una lingua a un’altra, almeno nelle traduzioni importanti e serie, occorre avere buona padronanza di entrambe le lingue, ma anche conoscenza della cultura in cui quelle lingue inferiscono, non semplicemente conoscere il vocabolario e qualche nozione di grammatica e tuttavia, un testo tradotto/tradito in un’altra lingua non sarà mai quello che si potrebbe leggere nella lingua originale; per poterne rendere in modo accettabile la comprensione, o come dire, per effettuale un fedele tradimento, occorre un passaggio semantico, semiotico, storico… un’operazione non facile e comunque mai assoluta.

Il mercato è pieno di libri tradotti male, molti di essi già complessi in sé, diventano di proibitiva comprensione…

La traduzione non è un’arte facile. George Steiner (1929) in Dopo Babele – Aspetti del linguaggio e della traduzione, scritto con Walter Benjamin (1892-1940), ha dato importanti indicazioni in merito. Intanto ha stabilito la differenza tra il tradurre e l’interpretare. Babele è il simbolo della genesi della pluralità linguistica. Un confronto tra lingue deve partire dall’individuazione delle reazioni interattive rispetto a retorica, storia, critica della letteratura, linguistica e filosofia linguistica.

La traduzione è insita in ciascun atto comunicativo, essa rappresenta un crescendo di difficoltà, che ha inizio nella semplice comunicazione tra individui che parlano o scrivono la stessa lingua, comunicano con gli stessi segni, ognuno di essi ha il suo idioletto, ogni uomo, di base, ha un suo linguaggio.

Pensiamo alle lunghe discussioni che a volte si verificano anche in seguito a una comunicazione semplice; significa che si hanno gli strumenti per comunicare e dibattere, ma che si hanno difficoltà a capire, decifrare, tradurre, anche se si dialoga nella stessa lingua convenzionale.

Questo genere di difficoltà si risolvono con l’ermeneutica (esegesi, spiegazione), un metodo empirico in quattro tempi: spinta iniziale – aggressione – incorporazione – reciprocità o restituzione. La comprensione di un testo deve tener conto di tutta una serie di variabili linguistiche (in parte già viste nelle lezioni di Filologia romanza e Linguistica sarda), quelle spazio-temporali (diatopiche e diacroniche), ma anche relative alla condizione (distratiche), al mezzo (diamesiche), alla situazione (diafasiche)…

Potremmo paragonare la linguistica, al carattere delle persone: mutevoli, dinamiche, altre statiche, contratte, sintetiche o prolisse, ornate…

Per l’interpretazione di un testo è molto importante l’apporto dell’autore, questo non sempre è possibile, allora è necessario uno studio storico-biografico, ma a volte non è possibile neppure questo.

Il pensiero che un testo sia anche di chi lo legge, può essere suggestivo, condivisibile, ma ci porta in un ambito più psicologico/filosofico che linguistico/letterario. É fondamentale sapere perché uno scrive, se lo fa affinché ci si impossessi, ciascuno a modo suo, della sua creazione o se intende dire cose precise e solo quelle. Peraltro questo discorso può essere applicato a determinate forme d’arte e non certo generalizzato. Se così non fosse a cosa servirebbe la filologia, il rigore di una scienza che discute anche sulle virgole… Ciò vale anche per la poesia, benché da tempo circolino altre tendenze… generalizzanti. Che senso può avere – al di là di quella sperimentale di precise avanguardie – l’interpretazione di un testo difforme dalla volontà dell’autore. Ha poco senso, sempre che non si intenda fare una rielaborazione, ma allora si diventa autori, interpreti di qualcosa d’altro rispetto al testo originale. In questo senso anche il critico, il lettore, l’attore, sono traduttori di linguaggio, interpreti, ma non è detto che siano fedeli.

La polisemia è un’altra variabile da tenere in considerazione, uno stesso termine che muta il suo significato con il variare della professione, del genere, categoria sociale (es. bambini), età, fino all’estremo idioletto (es. la libertà per il fascismo e le dittature, è ben altra cosa in democrazia).

L’importanza della traduzione trascende assolutamente la percezione comune sull’argomento, se si pensa che per Benjamin (drammatica la sua fine, ndr) è un genere dotato di piena autonomia, la ricerca del giusto senso di un’edizione critica o di un testo tradotto, ma anche la consapevolezza della diversità che possono avere stessi testi originali tradotti in qualunque forma da persone differenti. In poesia ciò è ancora più difficoltoso, entra in gioco tutto il mondo di un autore, il suo universo semantico irripetibile, per questo, se la poesia non è puro suono o suggestione, è risolutivo che il poeta si esprima sul senso dei suoi testi, aiuterà a tradirli più fedelmente, non risolverà tutto, ma qualcosa di più.

Come approcciare allora la lettura dei mostri sacri, ad esempio Hamlet di Shakespeare, in originale, ma essendo di madre lingua diversa o direttamente in un altro idioma?

La comprensione del testo può avvenire attraverso l’ostinazione (sic!), con la determinazione a voler leggere un testo e un autore, predisporsi a farlo acquisendo gli strumenti per farlo. Occorrerà una corretta percezione letteraria e una familiarità di spirito con l’autore, da copertina a copertina, from… to…

Quando si interpreta un testo nel modo più accurato possibile, quando ci si appropria dell’oggetto tutelandolo e vivificandolo, si attua un processo di ripetizione originale. Nei limiti delle proprie capacità un lettore riproduce la creazione dell’artista, il suo pensiero, in una consapevolezza secondaria, ma educata, fa rivivere un autore nella sua coscienza pur con limiti interpretativi insuperabili. Una sorta di mimesis parziale, di imitazione finita.

Questa operazione avviene soprattutto nella musica che non può esistere se non la si esegue, e ogni volta è diversa. Il suo rapporto ontologico con la partitura originale è duplice, perché si legge un testo, ma si innova anche.

In che rapporto si pone l’interprete nei confronti di un’opera. Secondo la prof “Il rapporto dell’esecutore deve essere femminile” (leggibile come sottomissione volontaria all’intensità della presenza creativa dell’opera, disponibilità a ricevere).

Dall’accoglienza dell’altro l’io diventa più se stesso: critici, curatori, attori, lettori, interpreti, si trovano su un terreno comune tra loro.

Ogni volta che si rappresenta Hamlet si può decidere di adottare diversi registri interpretativi: neutro, moderno, elisabettiano (pronuncia, accento) o modificare i costumi. Si sa che Hamlet non è un personaggio contemporaneo, però si può far finta che lo sia o che non lo sia, creando continui effetti (doppio effetto di straniamento). Nel rappresentare, leggere, interpretare, bisogna essere capaci di non farci sfuggire il testo di mano. A Londra si riproduce il testo elisabettiano; nonostante ciò la rappresentazione è come bloccata, perché c’è nell’osservatore la consapevolezza di un mondo esterno diverso (estraniamento temporale). Si può decidere di dare all’opera abiti contemporanei o di un’altra epoca.

Alla fine si può leggere come si vuole, ma non è male farlo con cognizione di quanto si stia compiendo, usare lo strumento testo, ma andare anche oltre esso con un bagaglio culturale a monte, per una maggiore comprensione, per una più grande soddisfazione.

(Lingua e letteratura inglese – 11.12.1997) MP

Scritto da: indian
Ultima modifica: 13 Feb 2017 @ 10:19 PM

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 31 Ago 2015 @ 8:05 AM 

Lezioni condivise 103 – L’atlante linguistico italo-svizzero (AIS)

Trattare bene le lingue, questo è scontato, lo è meno pensare che questa affermazione significhi per tutti la stessa cosa.

Nei miei interventi sul tema, alcuni ancora da rivedere e completare, credo di aver espresso il mio pensiero, che peraltro è in evoluzione come lo sono naturalmente le lingue. Non penso neppure che quella frase possa avere lo stesso valore per qualsiasi idioma, giacché è evidente che le lingue del mondo non stanno tutte nelle stesse condizioni, alcune sono privilegiate, altre negate, vietate, dimenticate, in via di estinzione… e questo non accade solo nel terzo o quarto mondo, ma anche in quello che si autodefinisce civile. Certo è che chi tratta male le lingue degli altri, pur essendo convinto del contrario, fa lo stesso con la propria, è incapace di tutelarla.

Per fortuna la politica, almeno per l’italiano e per il momento, non interviene pesantemente in affari linguistici, da un pezzo questo campo è lasciato alla scienza, al dibattito tra persone competenti. Non è così dappertutto e non lo è stato sempre neppure qui: la questione della lingua italiana praticamente iniziata dai tempi del volgare, subì pesantemente l’interferenza politica con la commissione Manzoni, che al di là dei componenti e del suo presidente, adottò scelte politiche e linguistiche, nell’idea che l’imposizione fosse la soluzione alla “babele” dialettale pre-unitaria. L’errore politico e storico, unire lo stato con la forza sotto la tirannia dei Savoia, si ripeteva ai danni della lingua e della cultura, della ricchezza del paese; errore oggi evidente a tutti, come lo è il naturale verificarsi del percorso sostenuto da Ascoli per la formazione di una koinè attraverso i contatti e i traffici, peraltro tra idiomi parenti stretti; la forzatura ha solo sacrificato parte del lessico, strutture morfologiche e sintattiche che avrebbero potuto coesistere, finché una si fosse affermata o anche no. E’ avvenuto lo stesso processo che si voleva evitare ma in modo più innaturale, con la formazione di tante parlate “regionali” che hanno interagito per diglossia con i rispettivi dialetti. E se non si è imparato bene lo standard a scuola, ancora non ci si capisce come nell’Ottocento e questo perché la scuola ha rifiutato le lingue “bastarde” e tra queste il sardo, lingua neolatina studiata all’estero, lingua ufficiale degli stati giudicali, lingua per la quale tanti vorrebbero ripetere l’errore che si è fatto con l’italiano, confondendo le necessarie regole di scrittura con l’oblio della ricchezza della lingua, lessico e grammatica, da tutelare e non tagliare con la scure: non seus pudendi arrosas!

In questo senso, e ho ripetuto certamente un discorso già fatto, occorre intenderci su cosa significhi trattare bene una lingua, non certo commettere l’errore che ha fatto la scuola dell’obbligo fino all’altro ieri, bandendo il sardo manco fosse la peste.

Utilissimi nel portare avanti il rispetto per le lingue sono stati gli atlantisti, proprio perché hanno lavorato sulla ricchezza delle lingue, sulle parole, cioè sui nomi delle cose…

(… continua)

Nota:

In sardo tratare/i significa grattugiare.

(Deu tratu, tui tratas, issu tratat, nos trataus, bois tratais, issus tratant)

(Linguistica sarda – 23.4.1997) MP

 

Scritto da: indian
Ultima modifica: 31 Ago 2015 @ 08:46 AM

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 30 Nov 2013 @ 11:59 PM 

Lezioni condivise 83 – Sa pisca a su pa(l)u

Lo studio della linguistica è affascinante sotto tanti punti di vista, uno di questi è certamente il rivelarsi di un magico mondo sconosciuto, percepire di possedere la chiave di un enigma che è la babele di linguaggi formatisi nel mondo, con tutti i loro significati, anche sociali, scoprire insospettate parentele, vedere come in un sogno masse di genti che si spostano e contaminano i loro linguaggi, ne formano di nuovi.

Dietro una lingua c’è sempre la storia di un popolo, una sorta di DNA che ha a che fare con il tempo, lo spazio, gli accadimenti, le situazioni, le persone, i popoli e la loro cultura e tante altre variabili, la sociolinguistica ha il suo fascino, ma lo ha anche l’idioletto, l’idioma di uno solo.

E’ fantastico scoprire dietro il lavorio del tempo come una o più parole, modificate dalla fonetica dei parlanti e da un’altra miriade di fenomeni, possano avere un’origine comune, o viceversa scoprire come una stessa parola possa cambiare significato nel tempo e nello spazio, perdendo del tutto quello originario. Ma ci sono mille altre curiosità piacevoli e interessanti nella magia linguistica.

Tra le variabili sociolinguistiche cui discorsivamente si è fatto cenno, è degna di interesse quella diafasica (dal greco dia phasis, mediante il dire), che riguarda i diversi contesti in cui si trova a esprimersi il parlante, dunque i diversi registri linguistici che si adoperano con il variare delle situazioni: in famiglia, a scuola, in ufficio, nei posti di lavoro e così via. Questa variabile comprende anche i linguaggi specifici che vengono utilizzati in certi ambiti e in particolari tipi di lavoro, quindi linguaggi tecnici, come possono essere quello tra medici, il linguaggio sportivo, culinario o i vari gerghi tipici di certe professioni o condizioni, come ad esempio quello giovanile.

Muta ad esempio la denominazione di parti del corpo o di organi, a seconda vengano espresse da una persona comune o da un medico.

Occorre dunque analizzare il linguaggio nel suo contesto d’uso; ergo, un professore universitario, si suppone non usi lo stesso registro linguistico durante una lezione e nella domus con i propri figli.

Nella lessicologia sarda abbiamo ad esempio i gerghi tecnici relativi ai ramai (Isili), all’uccellagione o alla pesca. in particolare a quella;

Soffermiamoci su alcune curiosità comuni agli ambienti della pesca storicamente esercitata negli stagni di Cabras e Santa Giusta.

Certe terminologie vengono usate solo nella peschiera, che è uno sbarramento apribile e chiudibile a seconda delle esigenze, costruito dall’uomo per intrappolare i pesci. A Cabras queste chiusure sono fatte ancora con le canne (cannitzadas), come avveniva nel medioevo.

Notiamo come intervengano parti del corpo umano nella designazione della realtà lavorativa.

Sa buca = bocca, rappresenta l’apertura della rete; sa conca = testa, sono le estremità apicali degli attrezzi che vengono adoperati.

C’è da dire che questo linguaggio è anche un po’ un codice segreto di cui gli stessi pescatori sono gelosi, pertanto ci troviamo spesso di fronte a espressioni enigmatiche: ad esempio, per sa cora de is bìddius (letteralmente: il ruscello o scia degli ombelichi) dobbiamo avanzare due ipotesi. Stabilito che is bìddius, nella fattispecie, sono i lembi di muscolo addominale del muggine, che si estraggono con la sacca delle ovaie, verosimilmente, per quanto misteriosa, l’espressione è riferita alla circolazione del muggine stesso.

Ma l’ambito più interessante di questo slang, riguarda i comandi che i pescatori si scambiano nel corso della pesca, comandi che vengono urlati dal pupperi (uomo di poppa), recepiti ed eseguiti dall’equipaggio. Questi ordini, incomprensibili ai profani, in quanto pressoché privi di alcun riferimento contingente, rappresentano la sfida per il linguista, riuscire a trovare l’etimologia dei termini apparentemente privi di significato o che lo hanno mutato, e non sempre è possibile. Molto, ad esempio, si deve fare ancora per decifrare i pochi residui di sardo nuragico, comunque prelatino, sopravvissuto e nascosto nei toponimi e in pochi altri vocaboli.

Nella pesca a su pau (palu), che avveniva con la sciabica (una grande rete a sacco tirata a strascico), da poppa, come già detto, partivano tre ordini, come riportato nello schema: 

Cun Deus (con Dio) rappresenta in sardo una forma di saluto, andiamo con Dio; questa formula avvisa che la sciabica è stata calata e che la pesca può avere inizio con la caba (discesa), ovvero il giro della barca che trascina un’ala della sciabica e tende a circondare i pesci, cioè a formare una barriera tra loro e l’altra ala della sciabica.

Mavitellu! è il secondo ordine che su pupperi urla, e al quale corrisponde la chiusura dell’arco della caba, dunque l’avvio della chiusura della sciabica, ovvero il congiungimento tra le due ali, con in mezzo il pesce.

A su pau! (al palo) significa che l’arco della caba è chiuso e invertendo la direzione di voga, si torna al punto di partenza, indicato da un palo.

Il termine “mavitellu” si è appurato provenire dai dialetti meridionali, mutuato nell’uso dei pescatori sardi per contatto con quelli con più grande tradizione del napoletano, Calabria e Sicilia. E’ dunque un prestito desemantizzato, che ha assunto un significato diverso da quello originario che designava l’ala della sciabica (mavitiello).

Adesso che la pesca a su pau sta cadendo in disuso, potrebbero perdersi anche i termini legati ad essa. Molti di essi sono usati nella pesca fin dal tempo dei fenici, una tradizione consolidata negli stagni e dove essa viene storicamente praticata. Termini a volte non documentati, la dedizione dei sardi per la pesca è relativamente tarda. La ricerca sul campo e gli atlanti linguistici rappresentano la salvezza anche per queste forme di patrimonio lessicologico.

(Linguistica sarda  – 28.2.1997) MP

Scritto da: indian
Ultima modifica: 31 Dic 2013 @ 08:20 PM

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