Rivoluzionari in sottana

 

Le radici dell’Autonomia e dell’Identità sono da ricondurre all’intera storia sarda e segnatamente a quella che Giovanni Lilliu, il grande storico e archeologo sardo, accademico dei Lincei, chiama “costante resistenziale” ovvero ”Quell’umore esistenziale del proprio essere sardo, come individui e come gruppo che, in ogni momento, nella felicità e nel dolore delle epoche vissute, ha reso i Sardi costantemente resistenti, antagonisti e ribelli, non nel senso di voler fermare, con l’attaccamento spasmodico alla tradizione, il movimento della vita e della loro storia, ma di sprigionarlo il movimento, attivandolo dinamicamente dalle catene imposte dal dominio esterno”1.

Sempre secondo Lilliu la “resistenza” dei Sardi ha una precisa data: quando, dopo lunghe lotte, Cartagine cacciò i Sardi indigeni alla fine del secolo VI, sui monti del centro isolano, nelle Barbagie, come poi ebbero a chiamarle i Romani. Il secondo grosso urto fra la civiltà nuragica e quella straniera avvenne con la conquista dell’Isola dai Romani intorno al 238 a.c.

Ma il Professor Lilliu non si limita –opportunamente- ad applicare la categoria storiografica della “costante resistenziale” alla dominazione cartaginese e romana: essa infatti avrebbe caratterizzato l’intera storia della Sardegna. Ma a mio parere segnò soprattutto il fine Settecento e il triennio rivoluzionario angioiano in primis. In ciò d’accordo con Emilio Lussu che individuava le radici dell’autonomia e dello stesso sardismo proprio nel grande movimento dei contadini di fine Settecento. Movimento che in Sardegna si sviluppò ben prima della Rivoluzione francese: basti pensare alla rivolta – ricordata in questo saggio di Massimo Pistis- prontamente soffocata, che scoppiò a Baressa, umile comune della Marmilla nel 1771, con i vassalli che, già stremati dai contributi versati al feudatario, si rifiutarono di pagare la loro quota di donativo. O ai moti scoppiati nel 1784, dunque prima del fatidico ’89, sia nel capo di sotto (a Quartu dove la rivolta popolare antifeudale fu repressa con l’invio di 1400 soldati a piedi e a cavallo) che nell’Oristanese (a Cabras come a Milis, a Bauladu come Bosa) ma soprattutto nel capo di sopra (a Sorso, dove i contadini presero d’assalto i magazzini feudali o a Bulzi, Sedini e Nulvi, Osilo e Plaghe dove rifiutarono di pagare i diritti signorili).

Certo la Rivoluzione francese rinfocolò, sollecitò e trascinò ulteriormente moti e ribellioni contadine e popolari: furono infatti dati alle fiamme non pochi palazzotti feudali, devastati boschi e proprietà baronali e spesso furono costretti alla fuga gli stessi feudatari. Così a Thiesi, Ittiri, Uri, Sorso, Bulzi, Sedini, Osilo, Plaghe ecc. ecc. il saccheggio dei magazzini baronali e il rifiuto di pagare i tributi e i gravami dei nobili era ormai all’ordine del giorno fin dall’agosto del 1789, l’anno della rivoluzione francese.

Ma le motivazioni più profonde di quel vasto e ubiquitario movimento di popolo sono da ricondurre a una carica rivoluzionaria antifeudale che animava larghi strati della popolazione dell’Isola: i vassalli erano ormai impazienti nel sospirare la liberazione dalla schiavitù feudale (ovvero “de si bogare sa cadena da-e su tuiu: come diceva il rettore Francesco Maria Muroni, bonorvese, parroco di Semestene, amico e sostenitore di Angioy) e di ottenere il riscatto dei feudi. Di qui –ma è solo un esempio- l’episodio che vede il 17 Marzo 1796 ben 40 villaggi del capo settentrionale, confederarsi e giurare solennemente di non riconoscere più né voler dipendere dai baroni.

Ciò perché –come scrive Girolamo Sotgiu, il prestigioso storico sardo- il regime feudale era ormai entrato in una contraddizione non più tollerabile con le esigenze dei contadini, tanto da dover ricorrere all’impiego della forza per non essere travolti” 2.

Ribellioni da ricondurre a una carica antifeudale e nel contempo antipiemontese: ad annotarlo è Tommaso Napoli, padre scolopio, vivace e popolaresco scrittore ma anche attento e attendibile testimone, che visse quelli avvenimenti in prima persona.

Secondo il Napoli “l’avversione della <Nazione Sarda> – la chiama proprio così- contro i Piemontesi, cominciò da più di mezzo secolo, allorché cominciarono a riservare a sé tutti gli impieghi lucrosi, a violare i privilegi antichissimi concessi ai Sardi dai re d’Aragona, a promuovere alle migliori mitre soggetti di loro nazione lasciando ai nazionali solo i vescovadi di Ales, Bosa e Castelsardo, ossia Ampurias”.

L’arroganza e lo sprezzo –continua – con cui i Piemontesi trattavano i Sardi chiamandoli pezzenti, lordi, vigliacchi e altri simili irritanti epiteti e soprattutto l’usuale intercalare di Sardi molenti, vale a dire asinacci inaspriva giornalmente gli animi e a poco a poco li alienava da questa nazione 3.

Sullo stesso crinale si muove l’analisi di uno storico sardo come Raimondo Carta-Raspi: che però aggiunge, riferendosi al rifiuto del sovrano piemontese delle Cinque domande : ”Ai Sardi non era concesso più di quanto ricevevano dall’iniziativa sovrana, cioè nulla”. E ancora: “Ora più che mai l’avversione contro i Piemontesi non è più solo questione di impieghi e cariche. I Sardi volevano liberarsene non solo perché essi simboleggiavano un dominio anacronistico, avverso all’Autonomia e contrario allo stesso progresso dell’Isola, ma pure e forse soprattutto per esserne ormai insopportabile l’alterigia e la sprezzante invadenza” 4.

E’ dentro questo corposo contesto storico, economico, sociale e culturale, che occorre situare la puntuale e rigorosa ricerca di Massimo Pistis: “RIVOLUZIONARI IN SOTTANA, Ales sotto il vescovado di mons. Michele Aymerich, il periodo rivoluzionario sardo nel paese natale di Antonio Gramsci”.

Una ricerca ben documentata che è un bell’esempio di studio di storia locale e comunitaria. Dopo interi secoli di riserve e, spesso, di vera e propria insofferenza nei confronti della “storia locale”, anche in Italia –sia pure in ritardo abissale rispetto ad altri paesi europei, come la Francia, per esempio – si sta superando il paradigma storiografico secondo il quale solo la “storia generale” è degna di essere studiata. Soprattutto in seguito alle significative posizioni di storici come Marc Bloch5 e Lucien le Febvre6 con la creazione nel 1929 degli “Annales“ e con il pensiero di Fernand Braudel7, la storiografia più avveduta supera e rifiuta la storia come grande evento politico-militare, rivalutando la storia locale che si pone anzi come “laboratorio“ della nuova concezione storiografica secondo la quale non vi è una gerarchia di rilevanza fra storia locale e storia generale.

Così oggi la storia locale ha acquisito un ruolo importante e stabile e “la storiografia – è lo storico Franco Catalano a sostenerlo – si è liberata dalle innaturali concezioni che celebrano la grande storia“8, per cui la “nuova storia“ oltre che abbattere le vecchie recinzioni storiografiche, per una storia aperta e senza barriere disciplinari, è capace di valorizzare la vita degli uomini nel tempo e nello spazio, indagando a tutto campo: dalla cantina al solaio.

Dissolto dunque l’eurocentrismo –o comunque il “centralismo” storiografico e, contestualmente, liquidato il pregiudizio secondo il quale vi erano nella ricerca storiografica delle gerarchie fra storia generale “più alta e più importante” e storia locale meno prestigiosa, oggi possiamo con buone ragioni sostenere che lo studio della storia locale è indispensabile non solo per la conoscenza della storia specifica della Sardegna –e dei suoi singoli paesi e comunità-, ma per capire e interpretare la stessa storia generale: dell’Italia, del Mediterraneo, dell’Europa e dell’intero Pianeta. Sia come verifica della ricaduta a livello locale di fenomeni generali sia come arricchimento degli stessi.

E’ dunque da accogliere con favore e simpatia questa ricerca-saggio storico di Massimo Pistis che offre un arricchimento e un prezioso contributo per la comprensione del movimento antifeudale sardo di fine Settecento e del triennio rivoluzionario in primis.

Sono particolarmente interessanti il capitolo Terzo, in cui veramente Pistis, in sintonia con la nuova concezione storiografica degli Annales, inadaga a tutto campo, “dalla cantina al solaio”, superando la “vecchia storia” tutta incentrata sull’evento politico- militare dei “grandi uomini” e soffermandosi invece sulla situazione economica, sociale, culturale, scolastica di un piccolo centro come Ales o sul ruolo della Chiesa locale, non sempre in sintonia con il potere politico o, comunque, non sempre subalterna e acquiescente.

Ancor più significativo è il capitolo Quarto con i Moti Aleresi e le reazioni delle popolazioni nei confronti delle vessazioni e delle tassazioni feudali non più tollerabili. Anche ad Ales –come in molti altri paesi sardi- le sollevazioni popolari contro le imposizioni fiscali iniziano ben prima del triennio rivoluzionario. Particolarmente accurate risultano le analisi e le quantificazioni dei diritti feudali e delle innumerevoli e variegate tasse che oberavano le popolazioni: un ulteriore arricchimento della storia fiscale feudale sarda molto prezioso. Infine interessante ma soprattutto per me intrigante l’ipotesi, avanzata da Massimo Pistis, sia pure come semplice dubbio, che potesse essere stato lo stesso vescovo di Ales e Terralba, Michele Antonio Aymerich, ad ispirare l’attività dei propri collaboratori, accusati di essere amici di Angioy, quali il suo cappellano e un canonico della Cattedrale, che lo accompagnarono a Torino, per la famosa missione delle Cinque domande, in rappresentanza dello stamento ecclesiastico con il canonico Pietro Maria Sisternes e insieme agli avvocati Antonio Sircana e Francesco Maria Ramasso per lo stamento reale nonchè Girolamo Pitzolo e Domenico Simon per lo stamento militare.

Si tratterebbe di un’ipotesi clamorosa: era infatti noto il suo ”conservatorismo” ed era figlio del marchese di Laconi, Aymerich di Villamar: clamorosa ma non assurda. Anzi, “conseguente e interessante” la definisce Pistis, ricordando non solo i due collaboratori filorivoluzionari ma il Vicario generale della Diocesi Pietro Obino Meloni, zio dei fratelli Obino di Santulussurgiu, angioiani anche loro a cui gli Stamenti negarono il passaporto. Da parte mia ricordo e aggiungo che il vescovo Monsignor Aymerich, parlando a Torino in nome dei tre Stamenti, in occasione della presentazione delle Cinque domande, sostenne la necessità di convocare ogni anno il Parlamento e di conferire solo ai sardi residenti tutte le cariche civili e religiose dello Stato. Si dirà che non si tratta di posizioni antifeudali, certo, ma neppure si possono assimilare sic e simpliciter a quelle conservatrici e filosabaude.

Scrivo e licenzio questa mia nota introduttiva al libro di Massimo Pistis in prossimità del 28 Aprile, Sa Die de sa Sardigna, evento tutto dentro il contesto degli avvenimenti e i fenomeni sociali, economici e culturali oggetto del libro stesso. Su SA DIE, voglio fare rapidamente alcuni cenni e con essi concludo.

Firmaisì! E arrazza de brigungia! Arrazza ‘e onori! Sardus, genti de onori! E it’ant a nai de nosus, de totus ! Chi nc’eus bogau s’istrangiu po amori ‘e libertadi ? Nossi, po amori de s’arroba! Lassai stai totu! Non toccheis nudda! Non ddi faeus nudda de sa merda de is istrangius! Chi ddi sa pappint a Torinu cun saludi! A nosus interessat a essi meris in domu nostra! Libertadi, traballu, autonomia!”

Nella divertente e brillante finzione letteraria e teatrale, in “Sa dì de s’acciappa9, Piero Marcialis fa dire così a Francesco Leccis, – beccaio, protagonista della rivolta cagliaritana contro i Piemontesi – rivolgendosi ai popolani che, infuriati volevano assaltare i carri, zeppi di ogni ben di dio, per sottrarre ai dominatori in fuga “s’arroba” che volevano portarsi a Torino.

Ed è questo – a mio parere – il significato profondo, storico e simbolico di Sa Die, nata con la legge n.44 del 14 Settembre 1993. Con essa la Regione autonoma della Sardegna ha voluto istituire una giornata del popolo sardo, da celebrarsi il 28 Aprile di ogni anno, in ricordo dell’insurrezione popolare del 28 Aprile del 1794, ovvero dei “Vespri sardi” che portarono all’espulsione da Cagliari e dall’Isola dei piemontesi e di altri forestieri ligi alla corte sabauda, compreso lo stesso inviso Viceré Balbiano.

Con la cacciata dei Piemontesi da Cagliari i Sardi infatti, dopo secoli di rassegnazione, di abitudine a curvare la schiena, di acquiescenza, di obbedienza, hanno un moto di orgoglio e con un colpo di reni reagiscono e si ribellano in nome dell’autonomia, “po essi meris in domu nostra”.

Si è detto e scritto che si è trattato di “robetta”: di una semplice congiura ordita da un manipolo di borghesi giacobini, illuminati e illuministi, per cacciare qualche centinaio di piemontesi. Non sono d’accordo.

A questa tesi, del resto ha risposto, con dovizia di dati, documenti e argomentazioni, Girolamo Sotgiu. Lo storico sardo, gran conoscitore e studioso della Sardegna sabauda, polemizza garbatamente ma decisamente proprio con l’interpretazione data, da storici conservatori e filosabaudi come il Manno o l’Angius, al 28 Aprile, considerato alla stregua, appunto, di una congiura.

Simile interpretazione offusca – a parere di Sotgiu – “le componenti politiche e sociali e, bisogna aggiungere senza temere di usare questa parola <nazionali>”.

Insistere sulla congiura –cito sempre lo storico sardo – “potrebbe alimentare l’opinione sbagliata che l’insurrezione sia stato il risultato di un intrigo ordito da un gruppo di ambiziosi, i quali stimolati dagli errori del governo e dalle sollecitazioni che venivano dalla Francia, cercò di trascinare il popolo su un terreno che non era suo naturale, di fedeltà al re e alle istituzioni10.

A parere di Sotgiu questo modo di concepire una vicenda complessa e ricca di suggestioni, come congiura o semplice ribellismo, non consente di cogliere il reale sviluppo dello scontro sociale e politico né di comprendere la carica rivoluzionaria che animava larghi strati della popolazione di Cagliari e dell’Isola nel momento in cui insorge contro coloro che avevano dominato da oltre 70 anni.

Sa Die, istituita come “Giornata del popolo sardo” – ma io preferisco chiamarla “Festa nazionale dei Sardi”- in tutti questi anni di “celebrazione”, al di là delle iniziative intraprese e organizzate, che si possono e si debbono naturalmente discutere e contestare, ha sicuramente avuto risvolti altamente positivi: penso in modo particolare agli effetti benefici che ha prodotto nelle scuole, nello stimolare lo studio della storia sarda.

Il problema che abbiamo davanti non è tanto quindi quello di ridiscutere la data o, peggio, il valore stesso di una “Festa nazionale sarda”, bensì di non ridurla a semplice rito, a pura vacanza scolastica o a mero avvenimento folclorico e festaiolo.

Il problema è quello di trasformarla in una occasione di studio – soprattutto nelle scuole – della storia e della cultura sarda, di confronto e di discussione collettiva e popolare, per capire quello che siamo stati, quello che siamo e vogliamo essere; per difendere e sviluppare la nostra identità e la nostra coscienza di popolo e di nazione; per batterci per una Comunità moderna e sovrana, capace di mettere in campo l’orgoglio e il protagonismo dei Sardi, decisi finalmente a costruire un futuro di prosperità e di benessere, lasciandosi alle spalle la rassegnazione, la lamentazione, il piagnisteo e i complessi di inferiorità. Avendo anche il coraggio di “cacciare” i “nuovi piemontesi” o romani o milanesi che siano, non meno arroganti, prepotenti, sfruttatori e “tiranni” di quelli scommiatati da Cagliari il 28 Aprile del 1794.

Certo si può anche discutere e persino contestare la scelta della data e dell’avvenimento. Io comunque continuo ad essere convinto della sua bontà e giustezza. “Fu un momento esaltante –ha scritto Giovanni Lilliu- fu un’azione, poi bloccata dalla reazione “realista”, tesa a procurare un salto di qualità storica. Fu il tentativo di ottenere il passaggio da una Sardegna asservita al feudalesimo ad una Sardegna libera, fondando nell’autonomia, nel riscatto della coscienza e dell’identità di popolo una nuova patria sarda, una nazione protagonista”. In cui i Sardi, -aggiungo io- dopo secoli di asservimento e di inerzia, per troppo tempo usi a piegare il capo e a curvare la schiena, subendo ogni genere di soprusi, umiliazioni, sfruttamento e sberleffi, con un moto di orgoglio, di dignità e di fierezza, si ribellano e alzano il capo, raddrizzano la schiena e dicono: basta! E cacciano i Piemontesi e savoiardi, non per motivi etnici, ma perché rappresentano l’arroganza, la prepotenza e il potere.

Al di là comunque di tutto questo e dello specifico avvenimento, quello che è importante è oggi il valore simbolico di autocoscienza storica e di forza unificante. Nessun ripiegamento nostalgico o risentito verso il passato dunque: ma il passato sepolto, nascosto, rimosso, si tratta prima di tutto di dissotterrarlo e conoscerlo, perché diventi fatto nuovo che interroga l’esperienza del tempo attuale, per affrontare il presente nella sua drammatica attualità, per definire un orizzonte di senso, per situarci e per abitare, aperti al suo respiro, il mondo, lottando contro il tempo della dimenticanza.

Non a caso il messaggio di Sa die è rivolto soprattutto ai giovani e l’occasione storico-culturale è destinata in primis agli studenti perché acquistino consapevolezza di appartenere a una storia e a una civiltà e di ereditare un patrimonio culturale, linguistico artistico e musicale, ricco di risorse da elaborare e confrontare con esperienze e proposte di un mondo più vasto e complesso: quel mondo grande e terribile di cui parlava Gramsci. In cui, partendo da radici sicure e dotati di robuste ali, possano volare alti, i giovani e non solo.

Mi auguro che anche la bella tesi e ricerca di Pistis “RIVOLUZIONARI IN SOTTANA” possa essere un’occasione e uno strumento storico e culturale, specie per i giovani e gli studenti, di crescita e di nuova consapevolezza identitaria.

 

Cagliari 14-4-2009

 

 

 

Note bibliografiche

1.Giovanni Lilliu, Costante resistenziale sarda, a cura di Antonello Mattone, Ed. Ilisso, Nuoro 2002.

2.Girolamo Sotgiu, Storia della Sardegna Sabauda, ed. Laterza, Roma-Bari 1974.

3.Tommaso Napoli, Relazione ragionata ora in L’insurrezione di Cagliari del 28 Aprile 1794 di Girolamo Sotgiu, Am&D editore, Cagliari 2000.

4.Raimondo Carta-Raspi, Storia della Sardegna, Mursia editore, Milano 1971.

5.Marc Bloch, Apologia della storia o il mestiere di storico, Ed. Piccola Biblioteca Einaudi, Torino 1981.

6.Lucien le Febvre e March Bloch con la creazione nel 1929 degli Annales d’histoire èconomique et sociale, diedero l’avvio a una rivoluzionaria corrente storiografica che innovava categorie e parametri e in modo particolare attaccava la concezione della storia evenementielle, semplice accadimento, per rivendicare e affermare una nuova storia “che si svolge fra le quinte e nelle strutture nascoste, dove bisogna frugare per snidarla, analizzarla, spiegarla” (J. Le Goff, (a cura di), La Nuova storia, Ed. Mondadori, Milano 1975.

7.Fernand Braudel, Scritti sulla storia, Ed. Oscar studio Mondatori, Milano 1973.

8.Franco Catalano (con R. Moscati e F. Valsecchi), L’Italia nel Risorgimento dal 1789 al 1870 , Ed. Mondatori, Milano 1964.

9. Piero Marcialis, Sa dì de s’acciappa, dramma storico in due tempi e sette quadri, Condaghes editore, Sassari 1996.

10. Girolamo Sotgiu, L’insurrezione di Cagliari del 28 Aprile 1794, Am&D editore, Cagliari 2000 .

                                                          (Prefazione di Francesco Casula)

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Data pubblicazione: 25 Dic 2009 @ 12:02 PM
Ultima modifica: 20 Lug 2010 @ 01:10 AM
Scritto da: indian
 

Commenti a questo post » (2 Totale)

 
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