30 Nov 2016 @ 10:58 PM 

Lezioni condivise 118 – Fernand Braudel 

Fin dai primi anni in facoltà di Lettere questo nome cominciò a risuonarmi nelle orecchie, Braudel, Fernand Braudel, e chi sarà mai? Il suo nome veniva declamato in diverse lezioni di differenti discipline, incuteva rispetto, curiosità… chini at a bèniri a èssiri?!

Dopo averlo letto posso dire che Braudel, storico francese del Novecento, esponente della École des Annales, in realtà è un poeta, un letterato, chi ama la letteratura potrà leggere con piacere i suoi libri che parlano di storia, ma parlano di tutto, in un modo che non pesa e che anzi attrae, conquista alla lettura.

Poeta del Mediterraneo, della vita quotidiana in epoca moderna sotto il dominio spagnolo in Europa, nel tempo di Filippo II e non solo, del territorio, dei commerci, dell’ambiente, dei popoli, del rapporto tra essi, cristiani e musulmani, africani, europei e mediorientali, del tempo della pirateria, delle torri di difesa dalle incursioni della pirateria barbaresca di cui è ancora circondata la Sardegna, delle guerre di corsa, della Spagna che si espande in Africa… ma ora è tardi…

(… segue)

(Storia moderna II – 21.01.1998) MP

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Ultima modifica: 05 Feb 2017 @ 04:29 PM

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 30 Set 2016 @ 11:58 PM 

Lezioni condivise 116 – Le Cortes  

Le Cortes erano istituzioni rappresentative della Spagna (Corts in catalano, stati generali in Francia, parlamento in Inghilterra, curia in latino). Erano organi di raccordo tra popolo e sovrano. Il Parlamento verrà ripreso dopo la rivoluzione Francese. Questi organismi erano formati in genere da tre classi sociali, o bracci o stamenti (a seconda della lingua – spagnola o catalana).

Le classi si dividevano in: ecclesiastici (I voce) [vescovi, abati], feudatari e nobili (i feudatari avevano i titoli di conte, marchese ecc., nobiltà legata al possesso di terre su cui esercitavano i loro privilegi: imposte, potere giudiziario, vassalli, legati a loro dalla servitù della gleba – termine derivante appunto da zolla – . I nobili erano invece del ramo cadetto, parenti dei feudatari, ma senza feudo. Gli unici eletti erano i rappresentanti del terzo stato, delle città, tuttavia i rappresentanti scelti erano ricchi, borghesi, esperti (titolati, giuristi).

In genere le discussioni dei parlamenti vertevano sulle richieste da avanzare al sovrano in cambio della “donazione”. Le richieste avanzate dalle Cortes nascevano da esigenze dei parlamenti, erano dette “capitoli di corte” e in seguito legge pazionata (da pactio), modificabili sono da un nuovo patto e non unilateralmente. Queste donazioni erano particolari (un do ut des) e non esimevano il sovrano di chiederne delle altre di sua autonoma iniziativa. Spesso il sovrano imponeva tasse, senza convocare il parlamento, sapendo che esso poteva chiedere cose che non intendeva concedere.

Manco a dirlo, i feudatari per pagare il donativo tassavano il popolo, i vassalli. Attraverso queste angherie nei confronti delle popolazioni, oggi le scienze nuove, come la demografia, ricostruiscono il numero degli abitanti di allora, visto che i sudditi erano precisi nel far pagare la povera gente. Tali dati permettono anche di valutare il boom demografico e altri aspetti riferiti alle epoche successive. Le classi più agiate erano esenti dalla tassazione. Sebbene con altre modalità, non è cambiato molto.

Altri strumenti oggi utili agli storici sono i libri religiosi: i quinque libri (nascita-battesimo, confessione-comunione, cresima, matrimonio, morte), compilati regolarmente dalla chiesa a partire almeno dal Seicento, mentre lo stato civile ha avuto origine solo dopo l’Unità (in genere 1866).

(da completare)

(Storia moderna II – 14.01.1998) MP

 

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Ultima modifica: 05 Feb 2017 @ 03:56 PM

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 31 Mag 2016 @ 11:20 PM 

Lezioni condivise 112 – Formazione della filosofia moderna

Credo di aver già filosofeggiato sulla filosofia, non so se qui o altrove, materia ostica quando si tratta di comprendere quella degli altri, probabilmente me la caverei meglio a spiegare la mia, benché sia zeppa di complessi distinguo, di ardue teorie e medaglie d’oro in tripli salti carpiati… già bisognerebbe inserire la filosofia nei giochi olimpici, che idea geniale!
Non aggiungo altro per ora, ringraziate il tempo tiranno… vi aspetta una lezione pallosissima, mi sono già addormentato più volte approcciando Vico, di lui prediligo le sintesi note a tutti e sulle quali c’è comunque già troppo da discutere… A si biri luegu!
(Storia del risorgimento – 12.5.1997) MP

Scritto da: indian
Ultima modifica: 31 Mag 2016 @ 11:24 PM

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 31 Gen 2016 @ 5:01 PM 

Lezioni condivise 108 – Preludio a Sa Die

Le idi di febbraio del 1793 sono state fatali alla Sardegna, per l’imperizia e indolenza dei rappresentanti della Rivoluzione francese e per l’ennesimo errore di valutazione e disunità dei sardi.

(segue…)

(Storia del risorgimento – 30.4.1997) MP

 

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Ultima modifica: 31 Gen 2016 @ 05:01 PM

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 31 Ott 2015 @ 8:33 PM 

Lezioni condivise 105 – Il Cinquecento

Il prossimo post tratterà di Elisabetta I e Filippo II.

(Storia moderna – 30.4.1997) MP

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Ultima modifica: 31 Ott 2015 @ 08:33 PM

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 30 Set 2015 @ 4:19 PM 

Lezioni condivise 104 – Stati Uniti d’Europa

Se ragioniamo sulle prospettive attuali della Comunità Europea – piuttosto allo sbando, asservita al capitalismo più retrogrado, ammesso che possa esistere un capitalismo illuminato -, comunità fittizia ove le nazioni costituenti si fanno la guerra tra loro per curare ognuna il proprio orticello e chi può, alzando la voce e le ricchezze accumulante anche sfruttando sa tontesa degli altri, comanda su tutti, e decine e decine di altre incongruenze, beh… ci sembrerà alquanto strano che nel settembre del 1867 l’anarchico Mikhail Bakunin pronunciasse queste parole “… Al fine di ottenere il trionfo della libertà, pace e giustizia nelle relazioni internazionali d’Europa, e di rendere impossibile la guerra civile tra i vari popoli che compongono la famiglia europea, una sola strada è possibile: costituire gli Stati Uniti d’Europa” e di rimando anche quanto scrisse Carlo Cattaneo “L’oceano è agitato e vorticoso, e le correnti hanno due possibili fini gli autocrati, o gli Stati Uniti d’Europa” e prima di loro, nel 1849 Victor Hugo al congresso internazionale di pace tenuto a Parigi parlò di États-Unis d’Europe. E’ evidente che questo stato federale o confederale era concepito in maniera molto differente da quello che vediamo oggi, dove molti degli stati membri fanno quello che vogliono in disprezzo anche alle regole fondamentali dei diritti dell’uomo, alzano muri e chiudono frontiere, chiedono la “testa” di altri stati membri per non rimetterci neppure un euro e nemmeno un voto.

(…continua)

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Ultima modifica: 30 Set 2015 @ 02:23 PM

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 30 Giu 2015 @ 11:59 PM 

Lezioni condivise 101 – La rivoluzione dei prezzi

La Storia se la volti e la rivolti può sembrare un’altra storia. A seconda di come la prendi, da questo o quell’avvenimento, da questo o quel tema, dal mare o dai monti, da una donna o da un uomo, da un tetto o da una strada, dalla città o dalla campagna, dal re o dal Popolo, potrebbe sembrare un argomento nuovo, mai trattato, finché si arriva al nodo, che unisce ed esplica.

La Storia non è una questione di apparenze, di opinioni e forse neppure di metodi, anche se da un minimo di regole può scaturire una scrittura più obiettiva, tuttavia non la scrivono le macchine, ma l’uomo e ciò può bastare per comprendere la miriade di variabili che ci si può trovare ad affrontare.

A volte la Summa finisce per essere sommario, pertanto conviene porsi degli obiettivi minimi che altri esamineranno, approfondiranno, confuteranno.

La domanda che mi pongo ora è se la Storia sia un tutt’uno, ovvero, se muova da un centro, o se sia un insieme di motori che, operando nello stesso spazio, vengano a contatto, interagiscano, si separino di nuovo e così via.

La mia risposta, ora, è che le due opzioni non sono in contrasto: i centri da cui muove la Storia possono essere tantissimi, per “semplificare” direi, almeno uno per ogni persona vivente, pertanto è quasi miracoloso che si pervenga a delle sintesi, tante, ma almeno un po’ più circoscritte.

Capisco che il ragionamento potrebbe apparire del tutto specioso, ma nessuna domanda che noi possiamo porci lo è, neppure quelle che possono apparire o sono retoriche.

La rivoluzione dei prezzi nell’Europa del Cinquecento è un fenomeno accidentale o è collegata alla Storia anche non economica del periodo? Domanda appunto retorica. Il disaccordo verte su quali fatti e in che misura abbiano influito, – senza scomodare teorie letterarie considerate in A Sound of Thunder di Ray Bradbury e dal film The Butterfly Effect e per certi versi anche da Source Code e magari altri -; ogni risposta, alla fine, è frutto di un ragionamento individuale, che può diventare collettivo e opinione diffusa, in base a regole sociali, autorevolezza, capacità… argomento inesauribile.

Dall’inizio del Cinquecento e fino al 1620 ca, in Europa, si verificò un progressivo e non congiunturale aumento dei prezzi dei prodotti di prima necessità, cui seguirono avvenimenti ed effetti a catena: carestie, impoverimento, nascita delle officine, abbandono delle campagne, incremento demografico, aumento della domanda, svalutazione monetaria, inflazione, la crisi della corona Spagnola, che si indebitò con i Fugger (banchieri tedeschi), che a loro volta fallirono…

Il sistema economico di allora non prevedeva bilanci di previsione, ma solo consuntivi. Si contava molto sulla prodigalità dei nobili. Con l’inflazione a rimetterci erano i creditori, tenuto conto che i debiti non venivano mai saldati al 100%, erano favoriti gli affaristi, i borghesi. Si corse ai beni rifugio: case, terreni, imprese… Nel mercato si fece tangibile il fenomeno della concorrenza che finiva per favorire la scarsa qualità: ad esempio i tessuti inglesi erano preferiti a quelli italiani, più cari, per la tradizione dei produttori rinomati.

Gli storici si sono interrogati su questa serie di eventi e conclusero che ne fosse causa, soprattutto l’inflazione, prodotta dalla massiccia importazione di oro e argento in seguito alle nuove scoperte geografiche. Inutile dire che esse avranno avuto la loro parte di influenza sugli eventi europei, sull’economia e crisi del Mediterraneo, che dovette subire lo spostamento dei traffici e la decadenza dei porti più influenti, Genova, Pisa, Napoli e Venezia.

Questo collegamento esclusivo ha resistito fino ad epoca contemporanea ed era vero che essendo le monete coniate con i metalli preziosi, perdevano valore, causavano inflazione e aumento dei prezzi. Nella seconda metà del secolo scorso queste tesi furono messe in discussione; si constatò che l’aumento dei prezzi ebbe inizio prima della scoperta dell’America e riguardò soprattutto i beni di largo consumo, come gli alimentari. A causa dell’incremento demografico la domanda divenne superiore all’offerta, che a sua volta era insufficiente, per la scarsità degli addetti agricoli e dei metodi di coltivazione obsoleti.

Queste furono le premesse per la crisi del Seicento, che arricchì i nobili produttori/proprietari, i fittavoli, i mercanti, e impoverì ulteriormente chi viveva di un salario.

Ma come accennavo in premessa ogni avvenimento non può mai essere (o quasi mai, solo per evitare affermazioni assolute) fine a se stesso, è sempre originato da una causa, da più di una causa, una concatenazione di cause, che formano la Storia stessa. Cause prossime e remote, dirette e indirette.

Se volessimo partire da molto lontano potremmo tornare alla fine del Trecento con la decadenza di Costantinopoli e dell’impero bizantino, fino alla sua definitiva caduta nel 1453 per via dell’invasione ottomana, che per secoli minacciò l’Europa e costituì l’imput reale della crisi, con il blocco delle vie tradizionali delle spezie, verso le Indie.

In pochi anni si tentarono vie alternative doppiando il Capo di Buona Speranza e navigando verso occidente. Come sappiamo i paesi più attivi furono Portogallo e Spagna, seguiti da Olanda e Inghilterra e in tono minore dalla Francia. Gli stati italiani disponevano solo dell’iniziativa di navigatori privati e senza mezzi.

I rapporti amichevoli con i nativi americani durarono poco, iniziò presto la colonizzazione e vennero spazzate via civiltà come quelle Atzeca, Maia e Inca, altri popoli meno consistenti resistettero più a lungo, ma alla fine ebbero più o meno la stessa sorte.

Un fatto così epocale, che dà inizio all’Era Moderna, non può non avere avuto contraccolpi in Europa, può sorprendere piuttosto che essi siano negativi. Per questo le ragioni vanno ricercate anche all’interno delle politiche degli stati europei, e al tempo chi condizionava le sorti dell’Europa era la Spagna, in gran parte responsabile della propria decadenza per ragioni alle quali non si diede il giusto peso e soprattutto un peso economico.

Mi riferisco al fenomeno definito della limpieza de sangre, all’inquisizione, alla cacciata di ebrei (1499) e moriscos (1609), atti dei quali non si valutarono le conseguenze: sulla Spagna si concentrò l’odio di tutti i riformatori cattolici, definiti protestanti; la dipartita della ricchezza ebrea impoverì lo stato, mentre quella dei moriscos (eredi degli arabi ricacciati dalla reconquista) e successivamente anche dei conversos mori, tolse braccia determinanti all’agricoltura.

La discriminazione degli ebrei e la loro ghettizzazione è una storia complessa di antica origine, su ogni ebreo veniva fatta ricadere la colpa dell’assassinio di Gesù, il Cristo; mi chiedo sempre come mai tale atteggiamento non abbia interessato anche i romani: è dunque solo un pretesto. Il pregiudizio popolare è quasi sempre guidato dalla politica e dall’economia, capirei di più se esso fosse oggi legato al genocidio dei Palestinesi, ma non è così.

Quando politica e religione, molto colluse nella Spagna dell’epoca (il re aveva poteri sulla nomina dei vescovi), si impossessarono di questo ricorrente pregiudizio, lentamente si diede origine ai Conversos (dal latino conversus, “convertiti”, o Cristianos nuevos), gli ebrei e i musulmani che diventavano Cristiani, una sorta di marchio che ereditavano anche i loro discendenti. Si trattava evidentemente di conversioni di facciata, per convenienza, costrizione o indifferenza religiosa.

In poco tempo si imposero termini meno generici. I convertiti di origine arabo/moresca furono definiti moriscos, o anche mudéjar (corruzione di parola araba che significa “regolarizzato”), riferita in origine ai mori che intesero rimanere in Spagna ed erano autorizzati a praticare la loro religione. La mano della repressione fu in sostanza meno dura con gli arabi, messi di fronte alla scelta di convertirsi o andare via. Gli ebrei furono perseguitati anche dopo la “conversione”, in sostanza non vennero mai considerati davvero Cristiani, i più continuarono a praticare l’ebraismo di nascosto, finendo sotto i ferri dell’inquisizione. Per i conversos ebrei fu adottato il termine di marranos, dall’ebraico marah, ribelle, che desemantizzato ha assunto un significato molto dispregiativo. Ancora oggi, nella lingua sarda, il neologismo di un tempo, viene usato come forma di monito del tipo “Sei un marrano se fai questo o quello…”, senza che ci si chieda da dove venga la parola marranu.

La storia dei marranos è molto complessa, essi solitamente ricchi e influenti talvolta riuscivano ad infiltrarsi nelle maglie del potere e della chiesa, fino ad annoverarsi tra i santi (Santa Teresa d’Avila) e addirittura nell’inquisizione (si vocifera dello stesso Torquemada). Molti di essi si rifugiavano in convento.

Se ne descrivono tre categorie: quelli zelanti – che per dimostrare il loro distacco perseguitavano gli ebrei o li disprezzavano pubblicamente -, quelli falsamente convertiti e quelli costretti a forza che non abiurarono.

Vi erano addirittura epiteti ingiuriosi locali: in Catalogna haram (vietato), riferito al fatto che non mangiassero carne di maiale o xuetes, nelle Isole Baleari, dalla mistura con carne di porco che veniva consumata in pubblico per dimostrare la sincerità del loro cattolicesimo, mentre gli ebrei rimasti tali li chiamavano anusim (costretti), posizione indulgente; mentre per la chiesa ebraica, in molti casi complice della persecuzione, erano meshumadim (ebrei apostati).

Le cronache del tempo sono piene di episodi in cui, per futili motivi, si fa strage di marranos; talvolta fu l’autorità pubblica a dover intervenire in loro difesa, in questo senso maggiori furono le tutele in Portogallo. Ciò provocò l’abbandono della penisola iberica da parte di molti conversos, che cercarono asilo in stati europei più tolleranti, come la Francia, l’Olanda e alcuni stati italiani.

Non sembri strano dunque che parte delle vicende economiche e non che viviamo oggi, come fu per la rivoluzione dei prezzi la crisi dell’impero bizantino, trovino la loro origine nelle politiche iberiche di Cinque e Seicento, in altre parole, i nostri comportamenti oggi riguardano anche le generazioni future e ciò deve essere uno stimolo per contrastare l’imbarbarimento della politica globale.

(Storia moderna – 23.4.1997) MP

Scritto da: indian
Ultima modifica: 06 Set 2015 @ 06:04 PM

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 31 Mar 2015 @ 11:18 PM 

Lezioni condivise 98 – La chiesa anglicana

C’è stato un tempo in cui chi si poneva domande sulla religione veniva messo al rogo dopo aver subito crudeli torture. Da qualche parte accade ancora, visto che, a partire dagli anni ottanta del secolo scorso, è come se la storia avesse deciso improvvisamente di tornare indietro e oggi in questo mondo “globale” viviamo tra regresso economico, disuguaglianze e l’incubo di una nuova barbarie.

Sarebbe ingiusto e anche falso se affermassi che l’inciviltà e la ferocia umana siano sempre state causate dalla religione. Nazismo, fascismo, l’olocausto dei nativi americani o degli armeni e tante altre nefandezze simili, molte delle quali sconosciute o taciute, sono da addebitare a “stati” cosiddetti laici.

Tuttavia vorrei sapere se esiste, a parte qualche rara eccezione minoritaria, qualche ordine religioso che non abbia compiuto nella sua storia qualche grossa atrocità, per di più di senso opposto a quello che andava o va ancora predicando.

E’ un modo un po’ sconvolgente di presentare la chiesa anglicana, che peraltro non è storicamente tra quelle più cruente, benché anch’essa abbia fatto rotolare qualche testa e acceso importanti roghi. Ma è abbastanza funzionale al mio ragionamento ed è sintomatica del fatto che sovente si invochi la “fede”, contro il ragionamento, in modo che le magagne anche più palesi restino nell’oblio.

Il concetto di religione dovrebbe avere origine divina, e allora mi si spieghi perché iddio improvvisamente avrebbe deciso di mettere a capo di essa Enrico VIII, come per un nuovo popolo eletto, quello inglese… con modalità piuttosto burocratiche che stonano con la divinità.

Lo stesso ragionamento vale per la miriade, tra sette e grandi confessioni, in cui si è frazionato il cristianesimo; ognuna di esse, come Enrico VIII (vale anche per Bonifacio VIII & co.), invoca l’intervento divino, e così la scelta religiosa non è più un fatto di fede, ma di confini geografici, a seconda che si sia nati in Russia, Germania, Spagna, nei paesi arabi, in India, Cina e via dicendo. Perché il discorso non vale solo per il Cristianesimo. Avete mai sentito parlare ad esempio di sunniti e sciiti?

Una Fede legittima dovrebbe sgorgare dall’origine di essa, non dalle trasformazioni fatte dagli uomini… E la parola Fede dovrebbe essere sinonimo di pace, carità, fratellanza, uguaglianza, libertà, non dare l’impressione, come è stato per secoli e ancora oggi, di tutto l’opposto.

Ma la storia della riforma anglicana è davvero esemplare perché il movente ufficiale che ne decretò la nascita fu il rifiuto di un papa a concedere il divorzio a Enrico VIII. Fatto abbastanza paradossale, benché i “papi” di quello e altri periodi abbiano concesso a re, principi e imperatori, ai potenti in genere, la possibilità di compiere scelleratezze ben più gravi di un divorzio.

Enrico VIII fu il secondo re della dinastia Tudor, quella nata dalla guerra delle due rose, sanguinosa lotta dinastica combattuta in Inghilterra tra il 1455 ed il 1485 tra due diversi rami dei Plantageneti, eredi di Edoardo III: i Lancaster (rosa rossa) e gli York (rosa bianca).

Fu Enrico VII a porre fine alla guerra nel 1485. Lui, erede della casa di Lancaster sposò la figlia primogenita di Edoardo IV, Elisabetta di York. I loro figli Arturo e il secondogenito Enrico divennero così legittimi eredi al trono inglese per nascita e sangue, senza più possibilità di contestazioni.

La guerra causò la scomparsa di tante famiglie nobili e di conseguenza generò uno stato molto ricco e potente, dove le entrate ecclesiastiche rappresentavano 1/7 del bilancio statale.

Così Enrico VIII quando ebbe necessità di sciogliere il matrimonio con Caterina D’Aragona non si fece scrupoli a rivolgersi al papa e ingaggiare il braccio di ferro che ne conseguì, fino alla separazione della Chiesa d’Inghilterra da Roma con l’Atto di supremazia del 1534.

Non vi era alcun motivo di dissenso religioso con il Cattolicesimo a giustificare questa decisione. Vi era semmai un pretesto morale cui agganciarsi, in quanto già da molti anni John Wycliffe, riformatore religioso, si opponeva alla corruzione, alla mondanità e al potere temporale della gerarchia romana. E questa coscienza anticlericale – i preti erano visti come agenti della curia romana – ma non anticattolica, era piuttosto diffusa a livello popolare.

Enrico VIII, salito al trono nel 1509 all’età di 18 anni, era stato fedele al cattolicesimo tanto che papa Leone X gli conferì il titolo di Defensor Fidei. E anche dopo la crisi la corte inglese rimase attenta alle formalità e alle norme religiose, per superare le quali ricorse inizialmente a espedienti e cavilli, anche contradditori. Neppure il papa temporeggiò sul divorzio per motivi religiosi, ma politici: Caterina era zia di Carlo V.

La vicenda, definita the great matter, ebbe sviluppi lenti, lunghi e imprevedibili, finché Enrico VIII, cavalcando il malumore popolare, accusò il papa di ingerenza negli affari inglesi e compì i primi passi verso la nazionalizzazione religiosa. Dal canto suo il papa minacciò la scomunica, confermò la regina, ma tutto rimase sospeso per anni.

La vicenda delle nozze tra Enrico VIII e Anne Boleyn, dunque del divorzio da Caterina D’Aragona, è piuttosto complessa e piena di clamorosi colpi di scena.

Come accennato, il re cercava di legittimare le sue richieste con motivazioni religiose; le basò sul Levitico 20,21 che proibisce il matrimonio con la vedova del fratello (Caterina d’Aragona era vedova di Arturo, fratello del re). Infatti per sposare Caterina si avvalse della dispensa papale (Giulio II) con il pretesto che il matrimonio con Arturo non fosse stato consumato. Tale dispensa, divenuta scomoda, venne giudicata illegittima dal re (nemmeno un papa poteva eludere la Bibbia) e d’altra parte si fece di tutto per dimostrare che il matrimonio fosse stato consumato. Dal canto suo Caterina si difendeva e opponeva con forza.

Dietro tutte queste manfrine vi erano interessi di potere e il desiderio di Enrico VIII di avere dalla Bolena un erede maschio.

La difesa di Caterina contrapponeva alle motivazioni del re un altro testo biblico, il Deuteronomio 25:5, peraltro successivo al Levitico, che recava un precetto esattamente contrario a quello, ovvero che è dovere di un cognato sposare la moglie vedova del fratello quando non abbiano avuto figli, in modo che non vada in sposa a un estraneo.

A complicare le cose il fatto che papa Clemente VII era allora prigioniero di Carlo V. Il papa agì in modo astuto: concesse la dispensa (1527), ma non l’annullamento, mantenendo così lo stallo.

Queste vicende furono oggetto di un lungo processo e diverse congiure. Nel 1529 fu destituito il cardinale cancelliere Thomas Wolsey e sostituito da Thomas Moore (1477-1535), che però si dimise nel 1532, alla vigilia della rottura definitiva con la chiesa cattolica.

Egli, giurista, nel 1499 conobbe Erasmo da Rotterdam, di cui subì l’influenza. Il 1 luglio 1535 venne condannato a morte per “avere parlato del re in modo malizioso… e diabolico”.

Nel 1532 furono celebrate le nozze segrete tra il re e la Bolena e l’anno dopo quelle ufficiali. Anna tuttavia non fu accettata dal popolo inglese che amava Caterina.

L’anglicanesimo ondeggiò tra protestantesimo e cattolicesimo, se ne discostò sempre per ragioni extra religiose: la minaccia di Paolo III di mettergli contro un’alleanza tra l’imperatore Carlo V e Francesco I, re di Francia; fu un continuo allontanarsi e riaccostarsi.

Tra gli atti più rilevanti dell’anglicanesimo, la traduzione in inglese della Bibbia nel 1536 e la nuova professione di fede di ispirazione calvinista del 1553.

La regina Maria Tudor (1553-1558), figlia di Enrico VIII e di Caterina d’Aragona, che era rimasta fedele al cattolicesimo, tentò di restaurare l’antica fede, ma cadde in disgrazia per il suo matrimonio con Filippo II di Spagna e la persecuzione dei protestanti, che gli valse il soprannome di Maria la sanguinaria.

Con la salita al trono di Elisabetta I (1558-1603), figlia di Enrico VIII e Anna Bolena, il protestantesimo (calvinismo) si affermò definitivamente. Nel 1559 fu ripristinato l’Atto di supremazia. Questo ritorno alla riforma fu ben accolto sia dal popolo che dal clero, ma non dai vescovi, fedeli alla Chiesa di Roma.

Nel febbraio del 1570 Elisabetta fu scomunicata da Papa Pio V e ciò provocò la rottura tra i cattolici (papisti) e protestanti. I cattolici furono considerati ribelli e nemici dell’Inghilterra, e come tali perseguitati.

Che dire? E’ naturale che le religioni abbiano una propria storia, ma se hanno solo una storia, non sono religioni.

(Storia moderna  – 18.4.1997) MP

 

Scritto da: indian
Ultima modifica: 08 Apr 2015 @ 01:40 PM

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 30 Nov 2014 @ 11:58 PM 

Lezioni condivise 94 – Le ideologie del risorgimento

La propaganda dei “moderati” penetra nella gente come l’edera negli interstizi, così da sempre ci portiamo dietro dei luoghi comuni che è arduo estirpare.

L’errore della “sinistra”, da tempo, è inseguire questa categoria inesistente sul suo terreno, con il risultato che non c’è più sinistra, o almeno non c’è più come una volta. Sintetizzo il concetto.

Per questa ragione e per esperienza, diffido di chi si definisce “moderato” o anche “riformista”, perché in realtà so di avere a che fare con dei reazionari e in alcuni casi anche peggio.

Tre anni fa una parte di italiani, o forse è il caso di dire, una minoranza di italiani, ha festeggiato, anche con sfoggio di armamenti, i 150 anni di unità dello stato; unità che in realtà è sempre stata solo sulla carta sotto quasi tutti gli aspetti e che con il passare degli anni si è indebolita sempre più. Si è fatto sfoggio di retorica a più non posso, robe che non si vedevano più dai tempi del fascismo o dal neofascismo missino. Il cosiddetto “risorgimento” italiano è stato l’opposto della Rivoluzione francese ed è palese se si confrontano, ammesso che si possa, gli stati che ne sono scaturiti.

I valori della Rivoluzione non hanno mai attecchito in Italia, perché questo fantomatico “risorgimento” non è stato altro che la conquista di territori da parte della monarchia sabauda e dei suoi seguaci conservatori, anche se talvolta portavano la camicia rossa.

Certi storici si sono fatti in quattro per cercare di far passare un’anima almeno “democratica” del risorgimento, ci hanno provato in buona fede anche i partigiani, forse meno in buona fede il PCI. La mettano come vogliono: il risorgimento italiano puzza di monarchico, di vecchiume, di oscurantismo…

L’ho già detto nelle lezioni precedenti, l’argomento non mi appassiona; per quanto si cerchi di trovare qualche elemento positivo, si trova ben poco e marginale, nonostante su alcune figure si sia pompato parecchio, perché è evidente che a tanti non fa piacere avere questo “risorgimento” così culturalmente futile.

Siccome di demagogia se ne è fatta a bizzeffe, non mi unirò certo anch’io al coro; Cavour, Garibaldi e i Savoia, diventati re a spese della Sardegna, fateveli raccontare da qualcun altro. Quello del risorgimento è certo un periodo storico raccontato male; per favorire l’enfasi patriottica si è taciuto su tanti fatti che metterebbero le cose in una luce diversa e in alcuni casi si è fatta un’operazione di mistificazione, ascrivendovi fatti che con esso non hanno nulla a che vedere, relativi all’ordinaria lotta contro l’oppressore nei singoli stati, ora nelle Due Sicilie, ora in Veneto o nello stato Pontificio.

Gli “artefici” del  risorgimento, propagandato dal regime fascista e post-fascista come avanzata eroica dei garibaldini, si sono macchiati di crimini paragonabili a quelli che oggi compie il sedicente califfato islamico tra Iraq e Siria. Paesi campani, tra cui Pontelandolfo, Casalduni, Campolattaro, Auletta, sono stati rasi al suolo dal generale piemontese Enrico Cialdini, i partigiani (briganti) massacrati, le donne violentate, e del nome di questo signore e altri criminali come lui sono piene le vie di paesi e città.

Il rosso camiciato Garibaldi che incontrava baroni e notai e li riempiva di doni piemontesi, derubava la povera gente per sfamare le sue truppe. Questi e altri atti provocarono negli abitanti del sud la comprensibile reazione; i contadini si unirono ai briganti per resistere agli occupanti, una resistenza di cui i libri di storia tacciono, come del massacro dei partigiani caduti sotto le imboscate di garibaldini e piemontesi, uno per tutti il caso di Venosa in Lucania, con tre fratelli giudicati disertori, uccisi e gettati nella piazza del paese come monito. O che dire della tragica giornata del 6 agosto 1863, quando lo sciopero degli operai di Portici, costretti a lavorare 12 ore al giorno, furono soffocate nel sangue dai bersaglieri!

Lo stato ha sempre parlato di questione meridionale senza mai risolverla, ha sempre considerato le regioni a sud della linea gotica e soprattutto quelle più meridionali, come territori conquistati, li ha impoveriti, assoggettati a ruberie e privati anche della possibilità di reagire; l’ignoranza e la propaganda nelle scuole hanno fatto il resto, così che questi nemici dell’Italia, si considerano più italiani di quelli che in realtà lo sono per definizione. Un drammatico paradosso.

In questo scenario salvare qualcosa del risorgimento diventa un’operazione piuttosto complessa e quel poco che c’è non è ascrivibile ad esso, perché riguarda chi quella battaglia l’ha persa.

Le rivolte giacobine spontanee, quelle delle popolazioni affamate, le insurrezioni cittadine, tutto viene messo insieme dalla propaganda di stato in quello che viene definito risorgimento: ecco dove bisogna riscrivere la storia.

Episodi pochi, qualche uomo, ma raramente integro del tutto, forse l’unico è Carlo Cattaneo. Egli tra i pochi illuminati del tempo, era come tale molto avanti, un radicale, di sinistra, protagonista delle “cinque giornate di Milano” e fondatore della rivista “Il politecnico”; le sue teorie politiche erano originali e anticonformiste, federalista tra fitte schiere di centralisti, europeista e cosmopolita, in mezzo a nazionalisti, avvicinato agli anarchici, era attento a che la rivoluzione non diventasse distruzione, ma costruzione di uno stato giusto. Avversava dunque il conservatorismo dei ceti aristocratici e anche il moderatismo prevalente tra i liberali, in nome di un radicalismo progressista che rientrava nelle esigenze della moderna borghesia produttiva, classe autenticamente “rivoluzionaria” nell’Italia arcaica e rurale dell’epoca.

Chi altro salvare, Mazzini? Si è parlato tanto di lui in questi anni, qualcuno si è spinto a definirlo estremista, terrorista, forse perché nell’equazione con se stesso risultasse almeno qualcosa di “progressita”, ma Mazzini emerge in questo senso solo perché tutto il resto era più reazionario che si potesse. Impelagato in veti di coscienza, fondò infine una società segreta (la Giovane Italia) che ebbe solo importanza nominale. Fu arrestato, ma non costituì mai un efficace pericolo per la monarchia, tormentato da dubbi infiniti tra democrazia e populismo. Queste sue posizioni lo allontanavano dalle classi popolari e dall’azione in sé. Non riuscì mai a incidere e fu sopravvalutato anche dai suoi nemici.

Per una qualche completezza riguardo a quanto si muoveva in quel periodo cito anche il neoguelfismo, che caldeggiava uno stato sotto la guida della chiesa; l’esponente più in vista fu Gioberti (dopo varie peregrinazioni qui e là), ve lo regalo.

Santorre di Santarosa, rappresenta forse la sintesi dei personaggi del risorgimento, totalmente invischiato nella monarchia (tanto da essere ministro sotto Carlo Alberto), pensava di poter far accettare ai Savoia una monarchia costituzionale, poi perseguitato da Carlo Felice per questo,  morì in esilio partecipando alla rivoluzione greca. Né carne, né pesce.

Nel periodo cosiddetto risorgimentale in realtà accaddero cose molto più importanti, come la nascita della classe operaia e dell’ideologia socialista, la sociologia con Comte, come sviluppo del positivismo.

Con il socialismo nacque immancabilmente anche il riformismo, dovrei dunque riallacciarmi all’inizio, invece provo a succhiare due cose serie dall’ideologia riformista, che è cosa diversa dai riformisti, specie quelli odierni.
La definizione è pessima (vedi Bobbio). In realtà il riformismo nasce in ambito socialista, non come ideologia alternativa, ma unicamente come metodologia per realizzare il socialismo.
Con il tempo ci hanno messo mano in tanti, allontanando di molto l’obiettivo iniziale, ma il fatto positivo e realista, quanto utopico, è arrivare al socialismo gradualmente, secondo un processo democratico, dunque costruttivo e non distruttivo, che non sia a scapito della libertà – dunque preveda la possibilità di disobbedienza (Fromm) – e dell’uguaglianza (Jean-Jacques Rousseau).
Anche la critica, tanto osannata, della tradizione marxista, è soltanto la premessa del fare riformista, non ne è il contenuto; proprio perché il riformismo è soprattutto fare, piuttosto che contestare.
Gilles Martinet ha teorizzato il riformismo rivoluzionario, riforme politiche in stretta sintonia con l’azione di massa nelle fabbriche e nella società.

Più su ho citato l’utopia, comunemente considerata sinonimo di irrealizzabile, ma non l’ho usata in questo senso. Per Bronislaw Baczko, le utopie esprimono immagini-guida, idee-forza, talvolta verità premature, utili a mobilitare energie collettive e ad orientarne le speranze.

(Storia del risorgimento  – 7.4.1997) MP

Scritto da: indian
Ultima modifica: 25 Gen 2015 @ 10:39 PM

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 31 Ott 2014 @ 11:57 PM 

Lezioni condivise 93 – Il sistema polisinodial della Corona spagnola

Occuparsi di particolari argomenti del passato, noti solamente a una numerosa minoranza di storici e studiosi, è “ragionevole” che suoni ai più una perdita di tempo (un po’ come a Lolita la poesia di Edgar Allan Poe), ma conoscere la storia è utile per capire il presente; se dessi retta al mio sano estremismo, direi che la storia è il presente stesso, presente che, non conoscendo essa, non potremmo comprendere.

Tutto ha ragione di essere conosciuto. Lo stato odierno del continente americano, ad esempio, non è prodotto di magia. In un tempo relativamente breve, rispetto al complesso della storia, sono scomparsi popoli, avvenute rivoluzioni, eccidi di ogni tipo; i “migranti” europei che hanno occupato il continente, si sono presi la libertà di fare di quelle terre i loro campi di battaglia, per conquiste, annessioni,  innalzamento di steccati e ogni altra nefandezza.

Capire quanto è avvenuto in America, dopo la “scoperta”, presuppone la conoscenza della storia europea.

La Spagna, che a parte il Brasile, il Canada e la quasi totalità degli USA, colonizzò tutto il resto del continente, usava esportare i propri ordinamenti, controllare i propri coloni come fossero ancora in Europa, vi trasferì perfino l’Inquisizione.

La Reconquista contribuì al superamento dell’aspetto “patrimoniale” (privato) del regno e favorì l’affermazione del carattere nazionale, centralizzatore e protettivo del dominio politico.

Dopo le nozze di Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia (1469) si realizzò la ristrutturazione amministrativa in senso burocratico polisinodale.

Nacquero i Consejos che erano nello stesso tempo, organi di consulta, corti di giustizia, tribunali amministrativi e si distinguevano su base territoriale e per competenze specifiche.

Le rappresentanze degli ordini medievali (le Cortes), nonostante l’unificazione territoriale, continuarono a esistere nei rispettivi regni della Corona, ma erano sempre meno consultate.

La Spagna esercitò un rispetto relativo per l’autonomia dei Reinos, garantendo alcuni ordinamenti giuridici particolari. L’Aragona, per dirne una, conservò un sistema costituzionale fondato sull’idea di contratto (il pactismo aragonese).

I principali Istituti statali venivano esportati in tutti gli stati della Corona, dove poi si adattavano a situazioni contingenti, creando talvolta curiosi effetti, come per gli alcadi in Sardegna, comandanti delle torri litoranee, mentre in Spagna erano i sindaci dei comuni.

Il sistema polisinodial si sviluppò tra il XVI e il  XVIII secolo, basato su una pluralità di consigli, tavole, e altri organismi collegiali che esercitavano funzioni legislative, giudiziarie, ma anche esecutive.

I Consejos (Consigli Supremi) erano vari, derivavano dal Consilium o Curia Regis dei primi regni medievali, ove godevano di notevole attenzione riguardo alle decisioni politiche, insieme con l’Auxilium (ordine militare).

Nel XIV sec. all’apice dell’ordinamento vi era il Consiglio reale di Castiglia. Per analogia nacque il consiglio di Aragona e man mano tutti gli altri, specie dopo l’apparentamento con gli Asburgo e l’ingresso di altri territori nella Corona.

Tra i consigli territoriali grande importanza assunse il Consiglio delle Indie. Aveva giurisdizione suprema in tutte le questioni relative a terra e mare del Nuovo Mondo, militarmente e politicamente, in pace e in guerra, in materia commerciale, civile e penale. Avanzava proposte per la nomina del viceré e delle altre cariche.

Gli altri consigli erano quelli d’Aragona (con giurisdizione su Catalogna, Valencia, Maiorca e Sardegna, e fino al 1555 Napoli e Sicilia), d’Italia (fu istituito da Filippo II per la gestione dei territori italiani della corona spagnola, Napoli, Sicilia e il Ducato di Milano), delle Fiandre (Paesi Bassi e Borgogna) e del Portogallo (istituito nel 1582, continuò ad esistere anche dopo l’indipendenza portoghese e venne sciolto solo dopo il trattato di Lisbona del 1668).

Il Consiglio di Stato, supraterritorial, si occupava delle questioni di politica estera più importanti, e di quelle relative al re e alla famiglia reale. Iniziò a operare nel 1526, quando Solimano il Magnifico minacciò l’Austria. Era presieduto direttamente dal re e fungeva anche da Consiglio di guerra.

Il Consiglio dell’Inquisizione (1478), presieduto dal Grande Inquisitore, sorse di fatto per rafforzare l’unità del paese e difendere l’ortodossia religiosa sorvegliando le coscienze; in origine doveva esaminare i ricorsi dei condannati, ma presto prese in carico questioni di competenza dei tribunali locali, fino a prendere il sopravvento e avere un ruolo centrale.

Il Consiglio di Crociata, fu creato per gestire i tre diritti concessi dal papato: di cruzada, el subsidios y el excusado, per la difesa della fede cattolica e la guerra contro gli infedeli. Tali diritti (non era più tempo di crociate in terra santa) erano le tasse principali per il finanziamento delle casse reali.

Il Consejo de las Órdenes (consiglio degli ordini) gestiva il mayorazgo dell’ordine di Calatrava – che nel 1489 il papa affidò a Ferdinando – e successivamente gli ordini militari di Santiago nel 1493 e Alcantara (o di Montesa) nel 1494. Il consiglio amministrava beni e cavalieri, ma finì per diventare una sorta di Corte d’Onore per garantire la limpieza de sangre.

Il Consejo de Hacienda (consiglio delle finanze, 1523) era la semplificazione della Hacienda castellana (il tesoro spagnolo); aveva due contabilità separate (la Major e de Cuentas), che si controllavano vicendevolmente. Erano in attrito continuo con gli altri Consigli, di cui controllavano i conti.

Consejos de Cámara (consigli camerali) erano competenti in materia di nombramientos, gracias y mercedes (nomine, grazie e favori).

La Real Audiencia (Real Udienza) era un organo di giustizia. La prima audiencia venne fondata a Valladolid nel 1371, sotto il regno di Enrico II e fu per due secoli il massimo organo di giustizia della Castiglia. Dopo la renconquista di Granada nel 1492, l’audiencia venne divisa in due: quella di Valladolid con potere nella zona a nord del fiume Tago e quella di Granada con competenza a sud del fiume.

Sotto il regno di Carlo V il sistema dell’audiencia venne esteso al resto della Spagna, in Sardegna (1564-1847) – dove continuò a funzionare fino alla fine del Regno –  e nel Regno di Sicilia (1569-1707).

La prima audiencia nelle Americhe venne creata nel 1511 a Santo Domingo, e seguirono Messico, Panama, sud America e Filippine.

I Municipios erano l’unità amministrativa locale primaria con a capo è l’alcalde (alcaide o àlcade). Era un’istituzione di origine musulmana, con funzioni amministrative e giudiziarie, introdotta nei regni di León e di Castiglia nell’XI secolo e generalizzata poi in Spagna e nelle sue colonie. Il nome deriva dall’arabo al-qadi, che significa giudice.

La Casa de Contratación fu fondata nel 1503 a Siviglia per il controllo del monopolio del traffico con le Indie, la custodia e l’aggiornamento del Padrón real (1508), sul quale venivano registrate le nuove scoperte. Nel 1717 venne trasferita a Cadice. Attirava constantemente commercianti, artisti e persone in cerca di fortuna.

La Spagna, stando agli esiti attuali, penso sia seconda solo all’Inghilterra come protagonista delle brutture che hanno interessato il continente americano.

La storia non è un sortilegio, ma è condizionata dalle scelte di coloro che si elevano a padroni della terra. Gli ordinamenti prodotti da questi individui hanno veicolato quella che è ora l’America, perfino gli infiniti veti USA contro la Palestina.

Continua a prevalere la legge del più forte e il più forte è quasi sempre il peggiore; quando non lo è, lo diventa o viene eliminato. Riponiamo tuttavia le nostre speranze sui Migliori e che la Resistenza non abbia mai fine.

(Storia moderna  – 7.4.1997) MP

Scritto da: indian
Ultima modifica: 06 Nov 2014 @ 03:00 PM

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