HAMLET

 
 30 Set 2017 @ 11:58 PM 

Lezioni condivise 128 – Ofelia.

Hamlet is coming!

(Lingua e letteratura inglese – 4.2.1998) MP

Scritto da: indian
Ultima modifica: 01 Ott 2017 @ 12:12 AM

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Categorie: linguistica
 31 Mag 2017 @ 10:49 PM 

Lezioni condivise 124 – Scenari del dramma

To be or not to be, hi it is the point. To die, to sleep…but, the sun was black, the moon was red. Hi that. Questo è il punto, questioni di filologi, Serpieri contro tutti. Facilior lui!

Il primo Amleto, diciotto nuclei semantici, diciotto scenari del dramma. To solit flash, la rivelazione di Orazio, saluto della sorella e del fratello, conigli dati a Ofelia, relazione con Amleto chiesta dal padre di lei, veglia fantasmi, rivelazione fantasma, scena a corte (what is a court), played in the play, soliloquio di Amleto, monologo essere o non essere, scena del convento, consigli dati agli attori da Amleto, dialogo con Orazio, the mast (assassinio di Gonzago), scena del flauto, soliloquio “ora potrei io bere…”, Claudious chiude in preghiera.

Negli altri codici troviamo anche, la prima scena di follia di Ofelia,  II scena, decisione di Claudious di complottare contro Amleto, morte di Ofelia (Ofilia), morte di Amleto. Complotto da parte di Claudio, togliti  il cappello, monologo di Amleto “ciò che conta è essere pronti”, duello finale. 

I codici ritrovati sono Q1/Q2 e F. Q1 è considerato non dell’autore (autografo), ma di un redattore. Per Serpieri non cambia granchè. Scena della follia di Ofelia: la prima versione l’attribuisce a “follia/dolore per la morte del padre”. Negli altri codici, essa riguarda aspetti della relazione tra Ofelia e Amleto.

(bozza da sviluppare…)

(Lingua e letteratura inglese – 28.1.1998) MP

Scritto da: indian
Ultima modifica: 31 Mag 2017 @ 10:49 PM

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 28 Feb 2017 @ 11:59 PM 

Lezioni condivise 121 – Zanzotto and friends

In questa Historia vi è il personaggio Amletus. Historia ripubblicata nel 1514. La fonte più diretta può essere una versione francese (riveduta e corretta) di François Foret nel III racconto della V serie della sua Historie tragique (Amlotti, Amletus, Amlet, Amlit… Ur-Amlet) – UR significa un’opera andata perduta della quale esistono prove documentali -.

Nel 1596 Thomas Lodge, romanziere e saggista, parla di un personaggio teorico, Amleto (Amleto vendetta canta una voce).

Altri attestati anche alla fine del 1601 “My name is Amleto vendetta”.

(stralcio casuale)

(Lingua e letteratura inglese – 21.1.1998) MP

Scritto da: indian
Ultima modifica: 01 Mar 2017 @ 07:41 PM

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 31 Lug 2016 @ 11:54 PM 

Lezioni condivise 114 – Hamlet e la traduzione 

Avventurarsi nell’universo della traduzione è un po’ come entrare in un campo minato, come sfidare l’Idra di Lerna o per un altro verso rischiare, filosofeggiando all’estremo, di far cadere illusioni: “Ho letto tutto Dostoevskij”. Ma quale Dostoevskij? in che lingua? tradotto da chi? Per leggere Dostoevskij occorre davvero conoscere il russo? Non basterebbe comunque! …Continuando di questo passo ci si aggroviglierebbe in una Babele di concetti senza via d’uscita.  

Questo non significa che l’argomento non abbia un peculiare interesse e non debba essere trattato. Siamo, come sosteneva Walter Benjamin tra filosofia e letteratura. Il termine Babele rende l’idea in un’accezione positiva e affascinante.

Qualsiasi lettore sarà venuto certamente a contatto con una pubblicazione mal tradita e avrà avuto la possibilità di sbalordirsi perché non rispecchiava affatto quanto appreso dalla critica sia sul testo sia sull’autore.

Da adolescente fui notevolmente impressionato da traduzioni dall’inglese di parole di brani musicali, alcune banali, altre improbabili o di un ermetismo surreale… Non che un testo inglese non possa essere banale, incongruo o ermetico, ma il più delle volte si tratta di una traduzione errata, perché eccessivamente letterale e siccome ogni lingua fa parte a sé e ha la sua ricchezza, non è tutto così piatto.

Per trasporre un testo da una lingua a un’altra, almeno nelle traduzioni importanti e serie, occorre avere buona padronanza di entrambe le lingue, ma anche conoscenza della cultura in cui quelle lingue inferiscono, non semplicemente conoscere il vocabolario e qualche nozione di grammatica e tuttavia, un testo tradotto/tradito in un’altra lingua non sarà mai quello che si potrebbe leggere nella lingua originale; per poterne rendere in modo accettabile la comprensione, o come dire, per effettuale un fedele tradimento, occorre un passaggio semantico, semiotico, storico… un’operazione non facile e comunque mai assoluta.

Il mercato è pieno di libri tradotti male, molti di essi già complessi in sé, diventano di proibitiva comprensione…

La traduzione non è un’arte facile. George Steiner (1929) in Dopo Babele – Aspetti del linguaggio e della traduzione, scritto con Walter Benjamin (1892-1940), ha dato importanti indicazioni in merito. Intanto ha stabilito la differenza tra il tradurre e l’interpretare. Babele è il simbolo della genesi della pluralità linguistica. Un confronto tra lingue deve partire dall’individuazione delle reazioni interattive rispetto a retorica, storia, critica della letteratura, linguistica e filosofia linguistica.

La traduzione è insita in ciascun atto comunicativo, essa rappresenta un crescendo di difficoltà, che ha inizio nella semplice comunicazione tra individui che parlano o scrivono la stessa lingua, comunicano con gli stessi segni, ognuno di essi ha il suo idioletto, ogni uomo, di base, ha un suo linguaggio.

Pensiamo alle lunghe discussioni che a volte si verificano anche in seguito a una comunicazione semplice; significa che si hanno gli strumenti per comunicare e dibattere, ma che si hanno difficoltà a capire, decifrare, tradurre, anche se si dialoga nella stessa lingua convenzionale.

Questo genere di difficoltà si risolvono con l’ermeneutica (esegesi, spiegazione), un metodo empirico in quattro tempi: spinta iniziale – aggressione – incorporazione – reciprocità o restituzione. La comprensione di un testo deve tener conto di tutta una serie di variabili linguistiche (in parte già viste nelle lezioni di Filologia romanza e Linguistica sarda), quelle spazio-temporali (diatopiche e diacroniche), ma anche relative alla condizione (distratiche), al mezzo (diamesiche), alla situazione (diafasiche)…

Potremmo paragonare la linguistica, al carattere delle persone: mutevoli, dinamiche, altre statiche, contratte, sintetiche o prolisse, ornate…

Per l’interpretazione di un testo è molto importante l’apporto dell’autore, questo non sempre è possibile, allora è necessario uno studio storico-biografico, ma a volte non è possibile neppure questo.

Il pensiero che un testo sia anche di chi lo legge, può essere suggestivo, condivisibile, ma ci porta in un ambito più psicologico/filosofico che linguistico/letterario. É fondamentale sapere perché uno scrive, se lo fa affinché ci si impossessi, ciascuno a modo suo, della sua creazione o se intende dire cose precise e solo quelle. Peraltro questo discorso può essere applicato a determinate forme d’arte e non certo generalizzato. Se così non fosse a cosa servirebbe la filologia, il rigore di una scienza che discute anche sulle virgole… Ciò vale anche per la poesia, benché da tempo circolino altre tendenze… generalizzanti. Che senso può avere – al di là di quella sperimentale di precise avanguardie – l’interpretazione di un testo difforme dalla volontà dell’autore. Ha poco senso, sempre che non si intenda fare una rielaborazione, ma allora si diventa autori, interpreti di qualcosa d’altro rispetto al testo originale. In questo senso anche il critico, il lettore, l’attore, sono traduttori di linguaggio, interpreti, ma non è detto che siano fedeli.

La polisemia è un’altra variabile da tenere in considerazione, uno stesso termine che muta il suo significato con il variare della professione, del genere, categoria sociale (es. bambini), età, fino all’estremo idioletto (es. la libertà per il fascismo e le dittature, è ben altra cosa in democrazia).

L’importanza della traduzione trascende assolutamente la percezione comune sull’argomento, se si pensa che per Benjamin (drammatica la sua fine, ndr) è un genere dotato di piena autonomia, la ricerca del giusto senso di un’edizione critica o di un testo tradotto, ma anche la consapevolezza della diversità che possono avere stessi testi originali tradotti in qualunque forma da persone differenti. In poesia ciò è ancora più difficoltoso, entra in gioco tutto il mondo di un autore, il suo universo semantico irripetibile, per questo, se la poesia non è puro suono o suggestione, è risolutivo che il poeta si esprima sul senso dei suoi testi, aiuterà a tradirli più fedelmente, non risolverà tutto, ma qualcosa di più.

Come approcciare allora la lettura dei mostri sacri, ad esempio Hamlet di Shakespeare, in originale, ma essendo di madre lingua diversa o direttamente in un altro idioma?

La comprensione del testo può avvenire attraverso l’ostinazione (sic!), con la determinazione a voler leggere un testo e un autore, predisporsi a farlo acquisendo gli strumenti per farlo. Occorrerà una corretta percezione letteraria e una familiarità di spirito con l’autore, da copertina a copertina, from… to…

Quando si interpreta un testo nel modo più accurato possibile, quando ci si appropria dell’oggetto tutelandolo e vivificandolo, si attua un processo di ripetizione originale. Nei limiti delle proprie capacità un lettore riproduce la creazione dell’artista, il suo pensiero, in una consapevolezza secondaria, ma educata, fa rivivere un autore nella sua coscienza pur con limiti interpretativi insuperabili. Una sorta di mimesis parziale, di imitazione finita.

Questa operazione avviene soprattutto nella musica che non può esistere se non la si esegue, e ogni volta è diversa. Il suo rapporto ontologico con la partitura originale è duplice, perché si legge un testo, ma si innova anche.

In che rapporto si pone l’interprete nei confronti di un’opera. Secondo la prof “Il rapporto dell’esecutore deve essere femminile” (leggibile come sottomissione volontaria all’intensità della presenza creativa dell’opera, disponibilità a ricevere).

Dall’accoglienza dell’altro l’io diventa più se stesso: critici, curatori, attori, lettori, interpreti, si trovano su un terreno comune tra loro.

Ogni volta che si rappresenta Hamlet si può decidere di adottare diversi registri interpretativi: neutro, moderno, elisabettiano (pronuncia, accento) o modificare i costumi. Si sa che Hamlet non è un personaggio contemporaneo, però si può far finta che lo sia o che non lo sia, creando continui effetti (doppio effetto di straniamento). Nel rappresentare, leggere, interpretare, bisogna essere capaci di non farci sfuggire il testo di mano. A Londra si riproduce il testo elisabettiano; nonostante ciò la rappresentazione è come bloccata, perché c’è nell’osservatore la consapevolezza di un mondo esterno diverso (estraniamento temporale). Si può decidere di dare all’opera abiti contemporanei o di un’altra epoca.

Alla fine si può leggere come si vuole, ma non è male farlo con cognizione di quanto si stia compiendo, usare lo strumento testo, ma andare anche oltre esso con un bagaglio culturale a monte, per una maggiore comprensione, per una più grande soddisfazione.

(Lingua e letteratura inglese – 11.12.1997) MP

Scritto da: indian
Ultima modifica: 13 Feb 2017 @ 10:19 PM

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 31 Mar 2016 @ 11:58 PM 

Lezioni condivise 110 – La priorità della Lingua

Degli atlanti linguistici ho già parlato molto, al termine della trattazione diretta dell’argomento dirò ancora alcune cose, spero non troppo sul filo della ripetizione di quelle già scritte, ma prima vorrei approfittarne per fare il punto della situazione della lingua sarda sul campo.

Uno dei dispiaceri di molti intellettuali sardi è il luogo comune che ci dipinge ancora come , che ci portiamo dietro dal tempo della dominazione spagnola. E vorrei vedere il sardo che non si risentisse. Tuttavia ora mi interessa discutere sul giudizio di mal unidos, è naturale che ci dia fastidio, eppure se non fossimo davvero poco solidali tra noi, meno attenti ai campanili o anche alle cattedrali e più al bene della Sardegna, forse staremo un po’ meglio. Non mi avventuro ora in analisi storiche peraltro già in parte affrontate, voglio riferirmi al presente, appunto alla questione della lingua. In questo campo noi sardi stiamo dando il peggio di noi stessi, come quei politici che ogni volta buttano giù anche quel poco di buono fatto dai propri predecessori, vecchia usanza latina, una sorta di damnatio memoriae.

Sembrerebbe che lo stato della lingua sarda sia nuovamente a un bivio, o a un trivio. Il nuovo secolo era iniziato bene. Nel 1999 la legge sulle minoranze linguistiche, riconosceva finalmente anche se molto parzialmente, un nostro diritto costituzionale e qualche anno prima una legge regionale, esecutiva, riconosceva pari dignità a sardo e italiano. Da allora si sono fatti molti passi avanti in positivo, forse molti di meno di quelli che si sarebbero potuti fare, quasi sempre per i freni dei politici nostrani e per questo non si è colto l’attimo per fare quelli fondamentali – tra questi il regolamento di attuazione della legge 482/1999 -, tuttavia quasi tutti i Comuni della Sardegna hanno attivato uno sportello linguistico, l’insegnamento del sardo sta facendo breccia nella scuola e nella società civile, si sono realizzati alcuni progetti, purtroppo in parte un po’ abbandonati… bontà del renzismo!

Da alcuni anni, forse anche troppi, si assiste a uno stallo se non a un regresso; spiace constatare che ciò coincida con il ritorno in regione di una giunta che si definisce di “sinistra”, o forse per prudenza di “centrosinistra”. La gente di sinistra spera sempre che i governi di sinistra facciano cose di sinistra, invece si deve regolarmente constatare che anche i governi “di sinistra” continuano a fare cose di destra. E la favola che le categorie destra e sinistra sono superate non si può sentire, giacché c’è un abisso tra chi subisce le politiche di destra e chi invece ne usufruisce. La realtà è che non c’è più sinistra…

L’azione del movimento linguistico segna il passo anche per l’eccessivo calo dei finanziamenti, che pur tenendo conto della crisi, sono un attentato alla valorizzazione della lingua sarda ed è peraltro quanto ci si può aspettare da una politica retriva, che ragiona ancora contando gli elettori che accontenta per carpirne il voto.

Ciò che ci si aspetterebbe di meno è, tuttavia, che persista una sorta di “guerra”, o più di una, tra i partigiani della lingua sarda… Nella migliore delle ipotesi si tratta di contrasti di campanile, il mio sardo è migliore del tuo e roba simile, ma si tratta anche di guerre di “potere”, gelosie, le peggiori faziosità e disobiettività, cavilli assurdi, testardaggini, pinnicas. Situazioni che frazionano il movimento linguistico e favoriscono i passi indietro e l’avanzata dei detrattori della lingua sarda.

Le posizioni micidialmente nocive sono quelle degli integralisti del logudorese e del campidanese, testardi quasi quanto Likud e Hamas. Posizioni che stanno minando una situazione di equilibrio e apertura della LSC. Vi erano cose da rivedere e lentamente si stavano rivedendo, non a favore delle fazioni, ma della lingua sarda.

Chi blocca il progresso della lingua con queste questioni ha certamente altri interessi che non sono il bene del sardo, ma usa il sardo per affermare la propria persona ed è questo il motivo per cui non si fanno passi avanti e si tira continuamente il freno.

Parlavo di guerre, perché sono diverse: Campidano vs Logudoro, tutti contro tutti, difensori della lingua contro accademici, studiosi contro studiosi, giovani contro maestri e via dicendo.

Questa paradossale dimostrazione di disunità è da stigmatizzare, da denunciare, fa incazzare seriamente chi nel movimento linguistico vuole esclusivamente il bene della lingua sarda e non posizioni di potere, ed è chiaro che servono i denari per chi lavora, ed è chiaro che chi lavora deve essere retribuito.

Quanto agli studi, alla ricerca, credo essa dia un importante contributo alla lingua, gli atlanti stessi lo danno sicuramente al lessico e non solo, le parole non sono mai fini a se stesse, ma hanno una storia, un’etimologia, e nessuno ha il diritto di cassarle. Sarebbero auspicabili invece collaborazioni e idee e soprattutto lavorare tenendo in piedi una base concreta, che è la LSC e non muoversi nel caos.

Dalla LSC lingua di scrittura, lingua ufficiale, si parte verso la formazione della koinè, senza imposizioni di stile manzoniano, che abbiamo visto cosa hanno prodotto per reazione nell’italiano, la guerra dei “dialetti”, la necessità dei “dialetti” di farsi spazio con la forza, contro gli apparati, primi fra tutti i ministri della P.I., che spesso ha agito contro gli stessi loro compiti, come ministri dell’ignoranza.

Non penso che queste parole possano cambiare le cose, ma le dico, in mezzo a chi si fa la guerra, è bene che quelli che vogliono lavorare si contino, si conoscano e portino avanti la lingua sarda nella sua totale ricchezza.

(segue…)

(Linguistica sarda – 9.5.1997) MP

Scritto da: indian
Ultima modifica: 01 Apr 2016 @ 10:59 PM

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 31 Dic 2015 @ 9:06 PM 

Lezioni condivise 107 – Sintassi e pragmatica

Minimum monologue.
However, that fucking year was 2015, just start, beginning, chimeras, mirages, suspensions … then cheat you…
Look, there’s someone worse off than you”, and you remain fucked with your guilt …
(Linguistica sarda – 30.4.1997) MP

 

 

Scritto da: indian
Ultima modifica: 31 Dic 2015 @ 09:13 PM

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 31 Ago 2015 @ 8:05 AM 

Lezioni condivise 103 – L’atlante linguistico italo-svizzero (AIS)

Trattare bene le lingue, questo è scontato, lo è meno pensare che questa affermazione significhi per tutti la stessa cosa.

Nei miei interventi sul tema, alcuni ancora da rivedere e completare, credo di aver espresso il mio pensiero, che peraltro è in evoluzione come lo sono naturalmente le lingue. Non penso neppure che quella frase possa avere lo stesso valore per qualsiasi idioma, giacché è evidente che le lingue del mondo non stanno tutte nelle stesse condizioni, alcune sono privilegiate, altre negate, vietate, dimenticate, in via di estinzione… e questo non accade solo nel terzo o quarto mondo, ma anche in quello che si autodefinisce civile. Certo è che chi tratta male le lingue degli altri, pur essendo convinto del contrario, fa lo stesso con la propria, è incapace di tutelarla.

Per fortuna la politica, almeno per l’italiano e per il momento, non interviene pesantemente in affari linguistici, da un pezzo questo campo è lasciato alla scienza, al dibattito tra persone competenti. Non è così dappertutto e non lo è stato sempre neppure qui: la questione della lingua italiana praticamente iniziata dai tempi del volgare, subì pesantemente l’interferenza politica con la commissione Manzoni, che al di là dei componenti e del suo presidente, adottò scelte politiche e linguistiche, nell’idea che l’imposizione fosse la soluzione alla “babele” dialettale pre-unitaria. L’errore politico e storico, unire lo stato con la forza sotto la tirannia dei Savoia, si ripeteva ai danni della lingua e della cultura, della ricchezza del paese; errore oggi evidente a tutti, come lo è il naturale verificarsi del percorso sostenuto da Ascoli per la formazione di una koinè attraverso i contatti e i traffici, peraltro tra idiomi parenti stretti; la forzatura ha solo sacrificato parte del lessico, strutture morfologiche e sintattiche che avrebbero potuto coesistere, finché una si fosse affermata o anche no. E’ avvenuto lo stesso processo che si voleva evitare ma in modo più innaturale, con la formazione di tante parlate “regionali” che hanno interagito per diglossia con i rispettivi dialetti. E se non si è imparato bene lo standard a scuola, ancora non ci si capisce come nell’Ottocento e questo perché la scuola ha rifiutato le lingue “bastarde” e tra queste il sardo, lingua neolatina studiata all’estero, lingua ufficiale degli stati giudicali, lingua per la quale tanti vorrebbero ripetere l’errore che si è fatto con l’italiano, confondendo le necessarie regole di scrittura con l’oblio della ricchezza della lingua, lessico e grammatica, da tutelare e non tagliare con la scure: non seus pudendi arrosas!

In questo senso, e ho ripetuto certamente un discorso già fatto, occorre intenderci su cosa significhi trattare bene una lingua, non certo commettere l’errore che ha fatto la scuola dell’obbligo fino all’altro ieri, bandendo il sardo manco fosse la peste.

Utilissimi nel portare avanti il rispetto per le lingue sono stati gli atlantisti, proprio perché hanno lavorato sulla ricchezza delle lingue, sulle parole, cioè sui nomi delle cose…

(… continua)

Nota:

In sardo tratare/i significa grattugiare.

(Deu tratu, tui tratas, issu tratat, nos trataus, bois tratais, issus tratant)

(Linguistica sarda – 23.4.1997) MP

 

Scritto da: indian
Ultima modifica: 31 Ago 2015 @ 08:46 AM

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 31 Mag 2015 @ 11:58 PM 

Lezioni condivise 100 – Polemiche linguistiche

Quando siamo nati in pochi anni abbiamo imparato una lingua, i più fortunati due o anche più, ed è stato un fatto naturale cui non abbiamo fatto caso più di tanto; ancora bambini probabilmente abbiamo anche appreso dell’esistenza di tante altre lingue e tante altre cose a seconda dei nostri studi e interessi. La situazione è uguale per i bambini di oggi con una differenza sostanziale: i bambini di un tempo naturalmente bilingui, in quanto imparavano in modo naturale sia la lingua ufficiale e passivamente (o meno) la seconda lingua o dialetto, quelli di oggi se imparano qualcosa di bilingue la imparano a scuola. Insomma la relativa apertura verso qualsiasi altro idioma da parte della società, non riesce a sopperire a quanto si imparava in casa o con gli amici in modo involontario, anzi in regime di proibizione di usare lingua che non fosse l’italiano, per quanto ci riguarda. Non tutti ancora sanno perché parlano una determinata lingua e soprattutto quale dibattito, quali polemiche, quali battaglie, quale storia vi è dietro la lingua che si parla, non è esattamente un fatto ereditario e lo è ancora meno per le colonie, le zone marginali che magari hanno dovuto cambiare la lingua ufficiale e un po’ o tanto anche la propria a causa della forza delle armi del più forte o per ragion di stato.

In tale discorso sono ricomprese anche le polemiche tra linguisti e dialettologi, terminologie che non avrebbe senso separare, ma occorre farlo per comprendere le rispettive posizioni. Per intenderci i linguisti sarebbero i difensori della lingua ufficiale, i dialettologi quelli della lingua a tutto campo, senza preclusioni di sorta.

Nei primi anni del novecento, dopo l’acceso dibattito che caratterizzò trent’anni prima il dibattito sulla scelta della lingua italiana ufficiale, dibattito peraltro, quello sulla questione della lingua, che si trascinava fin dall’epoca medievale, ci furono altre accese polemiche relativamente alla geografia linguistica e in particolare sulla redazione delle carte, se puntare su parlata urbana o rurale, in sostanza se valorizzare il “dialetto”, sulla scia dei diversi studi che presero in considerazione la lingua rurale di cui si caldeggiava l’inserimento del lessico nel vocabolario, fatto che a suo tempo non fu condiviso dal Manzoni che insisteva sul fiorentino, come per il latino Roma e per il francese il Parigi. Lo scontro venne sintetizzato come polemica tra Atlantisti (favorevoli al lessico rurale sia negli atlanti che nel vocabolario) e vocabolaristi, che invece erano contrari alla “contaminazione” del lessico fiorentino.

La prevalenza numerica dei primi, che si estrinsecò in una vera e propria corrente letteraria, dal verismo al regionalismo, fino agli albori del neorealismo, non riuscì ad infrangere l’ufficialità della lingua standard, ma a lungo andare di fatto lo fece e se ne ha riscontro nella linguistica odierna e nei vocabolari attuali.

Furono pubblicati anche dei testi che trattavano il tema direttamente, come I Beati Paoli (1909) di Luigi Natoli, – giornalista, filosofo, storico, filologo – romanzo popolare il cui intento era infondere nel lettore il rapporto tra letteratura ‘alta’ e letteratura ‘bassa’, inteso come una mistura di registri e modalità narrative. Il romanzo popolare in definitiva conferma, sul piano storico-linguistico, la fluidità della norma otto-novecentesca, capace di veicolare contenuti socio-identitari e socio-etici destinati a radicarsi anche nella memoria popolare.

(continua…) 

(Linguistica sarda  – 18.4.1997) MP

Scritto da: indian
Ultima modifica: 01 Giu 2015 @ 12:09 AM

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 28 Feb 2015 @ 11:57 PM 

Lezioni condivise 97 – Appunti di storia della Linguistica

Ancora una volta, trattando di linguistica, mi tornano in mente i pedanti saccenti, quelli che usano correggere ogni loro percezione di difformità rispetto alla lingua standard. Ciò stona particolarmente riguardo all’italiano, essendo stato ridotto, sia dalla retorica post-risorgimentale che dal fascismo, a idioma stantio, conservatore, oscurantista, imposto a scapito delle altre lingue territoriali che si è tentato di far scomparire. Eppure, dal punto di vista linguistico, il dialetto fiorentino e gli altri sono sullo stesso piano, hanno tutti origine dal latino e appartengono allo stesso dominio linguistico “italiano”, benché si manifestino fenomeni di differenziazione, indicati nella geografia linguistica dalle isoglosse (dal greco ísos = uguale e glossa = lingua), linee che segnano il confine tra fenomeni linguistici difformi.

Tornando ai pedanti, essi parlano senza avere idea di cosa sia una lingua e meno ancora gli studi linguistici; non che questa sia una colpa, ma non si predica ciò che non si conosce, e non mi riferisco certo alle piccole innocenti correzioni didattiche.

Riporto, solo per dare un’idea dell’oggetto degli studi, un breve saggio di storia della linguistica, una serie di elementi da sviluppare.

Senza evocare la torre di Babele, si possono considerare precursori in materia, il Primo trattato grammaticale islandese (XII sec.) e il De vulgari eloquentia di Dante (XIV sec.).

L’iniziazione scientifica allo studio delle lingue è dell’avvio del XIX secolo e ha origine dal Romanticismo; prima di allora vi era stato solo empirismo grammaticale, retorica, o speculazione filosofica.

Nel 1786 William Jones scoprì un rapporto di parentela storica tra sanscrito e greco-latino-gotico-celtico. E’ l’inizio degli studi di “grammatica comparativa” come li definì nel 1808 Friedrich Schlegel, che classificò le lingue in isolanti (prive di struttura grammaticale), agglutinanti (ad affissi) e flessive (lingue indoeuropee).

Con la pubblicazione del volume Sul sistema di coniugazione del sanscrito comparato con quello del greco, latino, persiano e germanico di Franz Bopp, nel 1816, nasce ufficialmente la Linguistica in Europa.

Friedrich Diez, intorno alla metà dell’Ottocento, adatterà il metodo storico-comparativo alle lingue neolatine: est (italiano e valacco, alias rumeno), nord-est (provenzale e francese), sud-ovest (spagnolo e portoghese). Il sardo si colloca in un dominio centrale, avendo caratteristiche miste.

A fine Ottocento il movimento dei neogrammatici (Lipsia) fisserà a tavolino le regole della linguistica comparativa. Ad essi si opporranno Graziadio Isaia Ascoli con le due Lettere glottologiche e Hugo Schuchardt con Intorno alle leggi fonetiche. Contro i neogrammatici. I quali negheranno che le norme linguistiche possano avere un’applicazione generale e assoluta come le leggi fisiche, sostenendo che sono le variabili tempo e spazio a determinarne e limitarne l’azione.

Ha origine così la geolinguistica e con essa gli atlanti linguistici, la prima rappresentazione cartografica dei fenomeni linguistici.

Il padre ufficiale della geolinguistica è Jules Gilliéron (1854-1926), svizzero, insegnante di dialettologia; egli pubblicò un atlante fonetico dei dialetti gallo-romanzi con un raccoglitore unico non linguista, Edmond Edmont, perché la conoscenza della materia non lo condizionasse. La ricerca si basava su 1400 domande ordinate per campi semantici e sul principio di equidistanza dei punti di indagine.

Nel 1916 con Cours de linguistique générale di Ferdinand de Saussure nasce lo strutturalismo; egli sosteneva che “il linguaggio è riconducibile a cinque o sei distinzioni o paia di cose”: la dicotomia tra linguistica diacronica e linguistica sincronica, le serie associative in absentia (memoria) e le serie di successioni in praesentia (asse sintagmatico, parole legate da un rapporto di continuità), sistemi semiotici il cui significato (signifié) è associato in modo arbitrario al significante (signifiant), l’arbitrarietà del segno linguistico (arbitraire du signe).

In Italia Matteo Bartoli (docente di Gramsci) e Benvenuto Terracini (docente anche all’Università di Cagliari ed esperto di lingua sarda) daranno vita nella prima metà del Novecento alla nuova linguistica spaziale, o neolinguistica, la quale punterà l’attenzione sui legami tra ambienti, classi o strati sociali, da un lato, e varietà sociali della lingua dall’altro, siamo agli albori della Sociolinguistica.

A partire dal 1950 assistiamo allo sviluppo di altri indirizzi di analisi linguistica: linguistica cibernetica o teoria dell’informazione; linguistica statistica o linguistica quantitativa; linguistica computazionale, studio del linguaggio con l’ausilio dei calcolatori; la pragmatica, che studia “i rapporti dei segni coi loro utenti”; la linguistica cognitiva.

Negli anni settanta nasce la Textlinguistik o Linguistica testuale, studio dei vari tipi di testo, scritti e orali, e delle operazioni cui vengono sottoposti. Il testo è ogni parte linguistica enunciata di un atto comunicativo che soddisfa sette criteri di testualità: a) coesione, b) coerenza, c) intenzionalità, d) accettabilità, e) informatività, f) situazionalità, g) intertestualità.

L’ibridità o testo misto è la mescolanza di testi e stili diversi: di forme diamesiche (secondo il mezzo o il modo usato per comunicare, orale, scritto, tv, stampa, dislocazione, ridondanza, paratassi, gerghi, regionalismi,  ecc.), di tecniche discorsive (citazioni, discorso riportato); di campi di conoscenze (tipi testuali: descrittivo, narrativo, argomentativo…).

Nello stesso periodo si sviluppa la Sociolinguistica. Uno dei precursori è certamente Noam Chomsky, l’esponente italiano più noto è Giorgio Raimondo Cardona. Essa non si occupa del sistema linguistico astratto, la langue (che attiene alla Sociologia del linguaggio), ma della parole, e di come essa varia nelle effettive realizzazioni linguistiche ad opera di parlanti ‘reali’, condizionati da molteplici fattori, il background socio-culturale, il contesto sociale attuale, la situazione comunicativa. Si sviluppa soprattutto intorno alla variabile diastratica (status, istruzione, età, sesso, social network, ecc.) e la variabile diafasica, legata ai vari contesti situazionali nei quali di volta in volta avviene l’interazione linguistica.

Il contesto linguistico ci permette di scoprire che una stessa lingua ha una moltitudine di registri (modi di esplicitarla) a seconda delle differenti variabili in cui po’ essere usata, le più comuni sono lo spazio e il tempo, le situazioni psico-affettive, cognitive o socio-culturali differenti: famiglia, lavoro, scritto, orale e via dicendo.

La Semantica, è una disciplina linguistica complessa, relativamente recente, si basa su queste due leggi: 1. Un solo termine-oggetto non comporta significazione; 2. La significazione presuppone l’esistenza della relazione tra due termini. E’ evidente che alla base di un significato vi è una relazione tra due termini, altrimenti cadrebbe il senso stesso di significato.

L’evoluzione degli studi linguistici ha comportato conseguentemente quella degli strumenti adoperati per questi studi, non esclusi gli atlanti linguistici e la ricerca sul campo.

Questo non sminuisce ovviamente l’importanza degli studi del passato. Resta una pietra miliare per noi sardi, il Dizionario etimologicodi Max Leopold Wagner, capolavoro della lessicologia; ma anche la carta corografica dello Spano, ove è proiettata la completa realtà linguistica della Sardegna, nonché le carte, prima in ordine alfabetico, poi onomasiologico (rapporto di tutte le denominazioni cosa-parola), basate sull’omogeneità per campi semantici dei dati.

Ad esempio, solo a Cagliari il tuorlo d’uovo ha almeno queste tre denominazioni: aravellu – revellu – arevellu).

L’analisi di tipo semasiologico è invece caricare una stessa parola di significati diversi. E’ il caso del concetto di testa/capo che divide il dominio romanzo: conca – testa; testu – vaso vuoto; caput -capo; cabu – gugliata/ago; capudu – bandolo; cabudiana – pecora guidaiola; benere a cabu – concludere. Nei dialetti italiani vale per: viso, masso, girino, cavolo, panna.

Le parole semanticamente omogenee sono in genere più antiche all’interno, di creazione popolare nelle aree intermedie, più recenti lungo le coste.

La geolinguista più attiva in Sardegna è Maria Antonietta Dettori, docente universitaria a Cagliari. Ha lavorato alle tassonomie popolari sottostanti al sistema dei cromonimi, degli ornitonimi e degli ittionimi in aree della Sardegna (principalmente negli stagni di Cabras e di Santa Giusta). Ha ricostruito il lessico tecnico di una tipica imbarcazione dell’area oristanese, su fassone. Ha collaborato al I volume dell’Atlante linguistico italiano, dedicato al corpo umano.

La Sardegna sta colmando lentamente la lacuna, unica nel dominio romanzo, di non disporre di un atlante linguistico. Vi era finora solo il “Saggio di un atlante linguistico della Sardegna” di Terracini e Franceschi del 1964, con dati dell’ALI, 59 carte su rilievi di Ugo Pellis.

L’ALiMuS (Atlante Linguistico Multimediale della Sardegna) sarà il primo atlante linguistico della nostra isola (progetto avviato nel 2004, presentazione di una prima parte dei risultati tre anni fa). Prevede 101 punti d’inchiesta, località di piccola o media dimensione, appartenenti al mondo rurale e per le aree urbane e suburbane, sono state incluse le tre città maggiori (Cagliari, Sassari, Nuoro) e poche altre, non lontane da queste ultime.

E’ previsto un questionario lessicale di circa 1300 concetti-parole per 18 campi semantici (es.: i fenomeni atmosferici, la natura, la misura del tempo, la fauna e la flora selvatica, l’agricoltura, la casa, i lavori domestici…) e un altro morfo-sintattico di circa 300 entrate.

Sarà un atlante di nuova generazione, parlante, ed essendo informatico non sarà necessario aspettare la fine di tutte le inchieste per avere accesso alla banca dati, che potrà essere arricchita man mano che esse verranno portate a termine; anche se i tempi si stanno rivelando lunghi quando quelli degli atlanti cartacei e sempre per mancanza di fondi.

(Linguistica sarda  – 11.4.1997) MP

Scritto da: indian
Ultima modifica: 22 Mar 2015 @ 08:36 PM

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 31 Mag 2014 @ 11:58 PM 

Lezioni condivise 89 – Atlante linguistico mediterraneo  

Tornando a parlare di atlanti linguistici nella consapevolezza della ricchezza culturale che contengono, come per tutti i lavori che è complesso far apprezzare a tutti, è triste pensare che nel mondo e anche vicino a noi, ci sia ancora chi pronuncia la parola dialetto in senso spregiativo, ci si vergogni di parlarlo o si parli queste lingue senza stimarle, per ignoranza patita o volontaria e peggio che mai per scelta politico/sociale, dunque con intenti assolutamente snob, tesi a diffondere sottocultura, dunque limitare la libertà di espressione e conoscenza.

Lo studio degli atlanti, la possibilità di consultarne le schede, apre mondi nuovi, crea prospettive inesplorate, nuove fratellanze, nuovo sapere, produce una serie di interazioni storiche, geografiche, antropologiche, economiche, perfino la pace tra gli uomini, giacché la guerra, la violenza, le armi, sono prerogativa degli ignoranti e di chi vuole mantenere l’ignoranza.

Dietro la formazione di un atlante linguistico vi è un lavoro colossale, sia preparatorio, sia esecutivo e di elaborazione, ma la risorsa che si forma non è fine a se stessa come si è detto, anzi essa è suscettibile di altri usi scientifici; una sorta di ricerca sul campo universale relativa ai temi indagati, utile a vari profili sociolinguistici.

Peraltro le isoglosse, i confini linguistici, mai netti sotto il profilo etimologico e semantico, e se anche lo fossero… permettono di pervenire alla conclusione che le differenze e le diversità sono valori da apprezzare, dunque uniscono e non sono oggetto di rivalità, ostilità, chiusura, ma offrono il piacere di conoscere l’altro.

In breve, la metodologia per la formazione di un atlante si basa sulle regole fondamentali della ricerca sul campo: si stabiliscono punti di indagine in base a criteri etnico-linguistici e anche la non raccolta di materiali in determinate zone è un decisione scientifica; si predispone un questionario con le domande da porre a individui scelti come campione; si mette al lavoro il raccoglitore, che deve ascoltare e analizzare le diversità fonetiche con metodo (si ricorre talvolta alla conversazione guidata con la registrazione, dunque pur basandosi su una griglia di argomenti precedentemente stabiliti, l’informatore viene orientato, pur sviluppando liberamente il suo discorso, a fornire le informazioni necessarie all’inchiesta); si passa poi alla lunga fase di elaborazione e scrittura.

I primi atlanti linguistici sono stati legati ad attività di terra, cioè hanno riguardato zone interne, pertanto la decisione di realizzare l’Atlante Linguistico Mediterraneo, dunque relativo a zone costiere, è stata una novità, soprattutto perché è stato il primo atlante linguistico ad aver preso programmaticamente in considerazione lingue e dialetti di famiglie linguistiche diverse. Cosa poteva esserci in comune sotto il profilo linguistico tra paesi che si affacciano sul Mediterraneo? La tesi dello studio, piuttosto scontata, era che nel corso dei secoli ci fossero state interferenze tra le varie lingue costiere e di ciò si suppone non abbia ragione di dubitare neanche il profano.

Per diffondere i risultati nell’immediato, man mano che il lavoro procedeva si pubblicò un bollettino; era chiaro che il lavoro sarebbe stato lunghissimo. Il primo numero del bollettino ha pubblicato il questionario, non troppo vasto, suddiviso per campi semantici uniformi. Una trentina di raccoglitori, esperti di linguistica, hanno selezionato (tra il 1960 e il 1972) in 165 località costiere, la trascrizione fonetica di circa 850 termini relativi al mare, attualmente raccolti in volumi. Il lavoro ha trovato parecchie difficoltà e si è fermato per qualche tempo.

Questo lavoro non ha certo potuto prescindere dal linguaggio della pesca, che per ovvie ragioni è anche quello che ha avuto più opportunità di interazione anche ai giorni nostri.

Il linguaggio della pesca, tecnico, usato esclusivamente dagli addetti ai lavori, presenta dei risvolti molto particolari, riguarda ad esempio le stelle, non tanto per l’orientamento che è desunto dalle coste, dalle colline sul mare e altri riferimenti di terra, ma proprio per l’attività della pesca in quanto tale.

Pare che allo spuntare di alcune stelle il pesce faccia dei movimenti ripetitivi che per questo favoriscono la pesca.

Secondo una testimonianza di pescatori siciliani, verso le 23 sorge la stella “U’ vastuni” (che mutua verosimilmente il nome dalle rete che si usa in quella circostanza, altrimenti detta paranza, rete a strascico) e il pesce sale dal fondo facilitando la pesca. Questa tesi sostiene che il pesce è attratto dal mutare della luce, argomento controverso, perché forse è più opportuno pensare all’influenza delle maree, legate tuttavia alle fasi lunari.

Il fenomeno della stella U’ vastuni pare si ripeta allo spuntare dell’Orsa maggiore o A’ puddara (le sette stelle), al quarto di luna (u’ quartu), alla vigilia della luna piena (prima de la chinta), il giorno stesso (supra chinta, quinta fase lunare) e l’ultima sera prima della luna nuova (spariluna). Nei primi giorni successivi alla luna piena (ruta chinta) pare che il pesce sparisca dalla circolazione.

Ma non c’è uniformità di vedute, altre testimonianze infatti individuano l’ora di mosciura, cioè quando non di vede un pesce in circolazione, alle fasi di quadratura tra luna e sole (primo e ultimo quarto), altre ancora parlano di ora mala per la pesca nel mercoledì, e che dire delle piume di uccello in barca. Più concreta è la paura del coniglio da parte dei pescatori, in quanto deteriora le reti.

Ho fatto cenno alle maree, che vengono influenzate dal ciclo lunare. I pescatori conoscono questa influenza sul mare e sui pesci, talvolta anche solo in modo meccanico e naturalmente tutto ciò si riflette sulla lingua.

Il ciclo lunare per me è stato sempre qualcosa di molto complicato, anche se in realtà non mi ci sono mai soffermato con intenti mnemonici, forse è la volta buona.

Una fase lunare, da luna nuova a luna nuova, cioè da quando la luna riprende a crescere, dura 29 giorni, 12 ore e 44 minuti. Questo tempo è diviso in otto fasi (circa 3 giorni ciascuna): luna nuova, falce crescente, primo quarto, luna crescente, luna piena, luna calante, ultimo quarto, falce calante e si ricomincia con la luna nuova.

Le maree, variazioni periodiche del livello delle acque, si verificano ogni 12 ore e 26 minuti e derivano dall’attrazione gravitazionale di luna e sole su esse. Ogni 24 ore o poco più si avranno due alte maree e due basse maree a intervalli di poco più di sei ore l’una dall’altra; esse ogni giorno si sposteranno di circa un’ora rispetto al giorno precedente, così che in circa una settimana a una alta marea, la settimana successiva, corrisponderà una bassa marea. L’alta marea si verifica quando la terra, nella sua rotazione, si avvicina contemporaneamente nei due emisferi opposti, alla luna.

L’allineamento di sole e luna provoca le maree, ovunque sia la terra. Si hanno le maree sizigiali (maree più alte e più basse del normale) due volte al mese, con luna piena e luna nuova.

Con sole e luna in quadratura (perpendicolari) le maree sono meno ampie (meno alte e meno basse). Anche ciò avviene due volte al mese, al primo e ultimo quarto. Le maree, sono otto come le fasi lunari, quattro normali, due sizigiali, due quadrature. La loro escursione metrica varia in base alla località geografica, fino a massimi di 18 metri e diminuisce man mano che ci si avvicina all’equatore.

Altre variabili per le maree sono il vento, il temporale, fonti di luce, la pressione atmosferica, le correnti.

La pesca si esercita preferibilmente durante le maree sizigiali, che portano pesci e il loro cibo nella acque meno alte. Le maree di quadratura sono le più sfavorevoli. In genere ciò vale sia sotto costa sia in alto mare, almeno per le specie che seguono comportamenti regolari. Ma le variabili sono talmente tante che è arduo pensare a delle regole valide per sempre.

Ho fatto un po’ il percorso del pesce: de limba in pisca, de pisca in retza, de retza in giassu, de pa(l)u in frasca.

(Linguistica sarda  – 14.3.1997) MP

Scritto da: indian
Ultima modifica: 20 Lug 2014 @ 11:47 PM

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