27 Giu 2016 @ 10:05 AM 

Lezioni condivise 113 – Last but not least

At last, siamo giunti alla conclusione delle lezioni su Ungaretti, o meglio saremmo giunti se le avessi concluse, ma non è così… Il più è dato, a rileggerci presto! Visto che le cose vanno così, vi lascio almeno un capolavoro di poesia…

(Letteratura italiana moderna e contemporanea – 15.5.1997) MP

 

Scritto da: indian
Ultima modifica: 03 Lug 2016 @ 09:07 PM

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 29 Feb 2016 @ 11:54 PM 

Lezioni condivise 109 – Ungaretti e Bergson

Nonostante Bergson non si sia mai occupato di estetica…

L’analisi della coscienza dell’uomo è importante in Bergson. Il tempo per Bergson, è un tempo specializzato, raffigurato graficamente. Ogni istante ne ha che lo precedono e che lo seguono. Non esiste sostanzialmente un presente, perché lo rende possibile l’istante precedente, ma lo annulla il successivo.

Queste e altre amenità, a suo tempo…
(Letteratura moderna e contemporanea – 9.5.1997) MP

Scritto da: indian
Ultima modifica: 01 Mar 2016 @ 12:04 AM

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Categorie: letteratura
 30 Apr 2015 @ 11:24 PM 

Lezioni condivise 99 – W il soldato Masetti

Ritorno alla ricerca di parallelismi tra Ungaretti e Leopardi, che come già detto mi appare un poco artificiosa e di scarso interesse. Ungaretti lesse e studiò Leopardi ed è dunque naturale che vi sia stata una minima contaminazione, tuttavia meno determinante di quanto si vuol far credere.

La mia impressione è che nonostante Leopardi abbia ideologizzato il pessimismo, traduca questo suo stato d’animo in versi generalmente giocondi, vivaci e relativamente solari, mentre l’approccio Ungarettiano appare lugubre ed è semmai più vicino al Foscolo. Ammetto che questa percezione possa essere in buona parte personale, legata anche a reminescenze d’infanzia, quando certe parole e sensazioni sono come sassi, pesano.

Consideriamo ancora Il sentimento del tempo, “Memoria d’Ofelia d’Alba” in Leggende:

Da voi, pensosi innanzi tempo,/ troppo presto/ tutta la luce vana fu bevuta,/ begli occhi sazi nelle chiuse palpebre/ ormai prive di peso,/ e in voi immortali/ le cose che tra dubbi prematuri/ seguiste ardendo del loro mutare,/ cercano pace,/ e a fondo in breve del vostro silenzio/ si fermeranno,/ cose consumate:/ emblemi eterni, nomi,/ evocazioni pure…/.

Un epitaffio! forse lo è, ma la dicotomia è tra chi si raffigura i campi elisi come distese di grano o praterie e chi tali a sepolcri marmorei venati di grigio, affini piuttosto alla teoria kafkiana del pugno sul cranio al lettore.

Se Ungaretti ha colto dei concetti del recanatese (tutto è vano, inconsistente, si disperde), il modo in cui li espone fa la differenza.

“Notte di marzo”, sezione “La fine di Crono”:

Luna impudica, al tuo improvviso lume/ torna, quell’ombra dove Apollo dorme,/ a trasparenze incerte./ Il sogno riapre i suoi occhi incantevoli,/ splende a un’alta finestra./ Gli voli un desiderio,/ quando toccato avrà la terra,/ incarnerà la sofferenza./

Qui immagini positive vengono fatte crollare senza scampo, si usano il sogno e il desiderio come maschere della sofferenza.

Il pessimismo di Leopardi viene espresso in racconti di vita, figure realistiche, per cui potremmo anche confutare il suo parere, averne un’altra visione, meno drammatica, dal toscano abbiamo invece dei flash senza scampo, più vicini ai monumenti funebri degli antichi egizi, mio terrore di bimbo nel cinema paesano, che evocano più scongiuri che un ragionamento.

“Stelle” in Sogni e accordi:

Tornano in alto ad ardere le favole./ Cadranno colle foglie al primo vento./ Ma venga un altro soffio,/ ritornerà scintillamento nuovo.

Ci risiamo: le favole, che incarnano speranze e desideri, cadranno al primo vento: è rappresentata la capitolazione dei sogni, apparenze che non durano. Tuttavia, visto il contesto generale, questa sembra quasi ottimista.

Nella sezione “Sogni e accordi” de Il sentimento del tempo, si tratta dei sogni legati al cielo, la luna, gli astri, ma sotto una luce inquietante, come in “Ultimo quarto”:

Luna,/ piuma di cielo,/ così velina,/ arida,/ trasporti il murmure d’anime spoglie?/

E alla pallida che diranno mai/ pipistrelli dai ruderi del teatro,/ in sogno quelle capre,/ e fra arse foglie come in fermo fumo/ con tutto il suo sgolarsi di cristallo/ un usignolo?”

“Rosso e azzurro” in Sogni e accordi:

Ho atteso che vi alzaste,/ colori dell’amore,/ e ora svelate un’infanzia di cielo./ Porge la rosa più bella sognata. Il sogno continua ad essere visto con una accezione illusoria, negativa.

Non si salva neppure il “Primo amore”, contrapposto alla notte” in Leggende:

Era una notte urbana,/ rosea e sulfurea era la poca luce/ dove, come da un muoversi dell’ombra,/ pareva salisse la forma…/

Era una notte afosa/ quando improvvise vidi zanne viola/  in un’ascella che fingeva pace./

Da quella notte nuova ed infelice/ e dal fondo del mio sangue straniato/ schiavo loro mi fecero segreti./

Nella sezione La fine di Crono vi è un “Inno alla morte”…:

“Amore, salute lucente,/ mi pesano gli anni venturi./

Altro aspetto che certa critica avvicina alla poetica leopardiana è la presenza della natura in modo mitico e drammatico (“Paesaggio”, “Le stagioni”, “Di luglio”, “D’agosto”), i temi dell’innocenza e della memoria (“Ti svelerà”, “Dove la luce”), la contrapposizione finito-infinito.

L’avvicinamento a Leopardi non è visto soltanto in una mera appropriazione di temi, ma anche nella condivisione della sua filosofia. Ungaretti ne ripropone l’ideologia usando metafore e immagini. La natura mitica e drammatica del “Sentimento” si svilupperebbe come in Leopardi nella “Ginestra”. Il condizionale è d’obbligo, giacché il marchigiano, pur con un sole cupo, non trascende e soprattutto, almeno nel passato trova qualche elemento positivo, mentre per Ungaretti la memoria è una iattura (vedi lezione 90).

Questi terreni, cosparsi/ di ceneri non produttive, e ricoperti/ di lava fattasi pietra,/ che risuona sotto il passi del viandante;/ dove il serpente si annida e si contorce/ sotto il sole, e dove il coniglio torna/ all’abituale tana tra le caverne;/ furono pieni di città ricche e campi coltivati,/ biondeggiarono per i campi di grano e/ risuonarono per i muggiti delle mandrie… (da “La ginestra”).

Tra le attenzioni che Ungaretti ha per Leopardi vi è quella religiosa, egli la riscontra nei versi e la certifica nelle parole del poeta al padre, ove afferma di non essere mai stato ateo. Il presunto ateismo di Leopardi andrebbe cercato nella sua filosofia estrema, ove l’assenza di Dio serve da avvallo ai suoi argomenti, giacché la sua presenza sarebbe consolatoria.

Argomento controverso anche in Ungaretti che lo incrocia in un percorso quasi opposto e trasversale, che si incontra, ma infine diverge, perché dalla riflessione leopardiana sull’inutilità della fede consolatoria, nasce infine “La preghiera” (Inni):

“Signore, sogno fermo,/ fa che torni a correre un patto./ Oh! rasserena questi figli./ Fa’ che l’uomo torni a sentire/ (…) Vorrei di nuovo udirti dire/ che in te finalmente annullate/ le anime s’uniranno/ e lassù formeranno,/ eterna umanità,/ il tuo sonno felice.”/

La ripresa di parole della lingua quotidiana, riferibili anche a Leopardi: buio, quiete, notte, ombra, mare, isola, amore e morte, felicità, sogno, favola, luna, è talmente comune che dubito non ci sia poeta mediamente prolifico che non le abbia usate.

La presenza di Leopardi viene vista anche nel “Dolore” e ne “La terra promessa”, ma valgono le considerazioni già fatte, non vi è respiro, vita, solo negatività senza scampo e questa è una presa d’atto, non un giudizio; può anche essere una scelta questo buio senza soluzione, ben comprensibile per il dolore negli affetti, meno nei lamenti di altra natura. Contrariamente a certa critica non vedo bene il messaggio lanciato in “Non gridate più”, ove non attacca affatto la guerra, ma chi grida per condannarla.

La guerra, oggi è diventata spudoratamente un business, da una parte per i signori della guerra, dall’altra per chi di celebrazione in celebrazione perde la misura di ciò che è stata, è e sarà; non ha bisogno di essere fatta perché si capisca che cosa terribile sia; non ritengo possa considerarsi un’esperienza da fare, come se si facesse un campo di lavoro, per dire… Ungaretti partì volontario in guerra, qualunque possa essere la ragione, patriottismo o robe ancora peggiori, non è certo un fatto positivo. Una volta in trincea, ho già detto cosa accadde, piagnistei per essere esonerato e quant’altro. Altri in trincea ci rimasero e non dico fossero migliori. Peraltro sarebbe troppo bello se il mondo fosse popolato da disertori e i militari felloni e tutti gli amanti delle armi a qualunque titolo potessero essere presi facilmente a cazzotti.

Questa frenesia di fare le guerre, di causarle e di subirne le conseguenze, di non imparare mai nulla dalla storia e peggio educare i bambini alla fatalità di esse, decontestualizzadone il ricordo: poveretti i caduti! che disastro! come fosse una fatalità e non ci fosse chi la guerra la promuove e ci specula.

Leggete “L’obiezione di coscienza” di Alessandro Coletti. Io sono nonviolento e pacifista, sarà per questo che penso che i veri eroi siano il soldato Masetti e non un Garibaldi… e più di costui anche il marine “Palla di Lardo” di Full Metal Jacket, la cui unica pecca fu di sparare anche contro se stesso. Certo sono discorsi limite, ma rendono l’idea.

Allora da quale pulpito arriva il “Non gridate più”, invece che “Non sparate più”.

Di Ungaretti si conservano diversi epistolari, la cui lettura è molto utile per conoscere il suo modo di lavorare in poesia e il mondo che lo circonda, le amicizie, la fatica fatta, le prime prove, la sistemazione dei versi, i contatti con gli editori, i tempi di composizione. Alcune pagine sono liriche: “Quando io dico cose…”, altre mettono in mostra debolezze, magagne e meschinità.

Grazie agli epistolari i critici possono evitare errori. E’ esemplare il caso di D’Annunzio quando scrisse a Barbara Leoni e raccontò di essere sceso al lago, di aver raccolto fiori, di averla pensata… Ma il giorno dopo scrisse la stessa cosa (testuale) a Olga Ossani (da non confondere con la Brunner). Quell’immagine viene usata dal D’Annunzio nell’elegia “Il viadotto”, e se non ci fossero gli epistolari, la realtà potrebbe essere travisata . In questo caso l’autobiografia non è direttamente trasposta nella poesia, ma è presente, vi è lo spunto autobiografico, ma la trasposizione è unicamente letteraria.

La sua formazione ad Alessandria d’Egitto è stata francese. Le letture italiana sono venute più tardi, Papini, Pea… Sono seguiti i suoi soggiorni in Italia e Francia, l’adesione alle idee di alcuni scrittori. L’amicizia con la Boniver gli procurò quella dei francesi, tra cui Mallarmè e Apollinaire.

Dal contatto con Giuseppe De Robertis, filologo, maturò l’idea dell’edizione critica e commentata per le scuole della sua produzione, un modo anche per monetizzare il suo impegno in un periodo evidentemente magro dal punto di vista economico.

L’edizione critica, compendiata definitivamente in “Vita di un uomo” è stata anche l’occasione per apportare modifiche ad alcuni suoi brani, cosa molto frequente in Ungaretti. “Il capitano” nell’edizione critica è stata ampliata prima di una strofa, poi di nuovo ridotta (tre stesure)…

Grazie alle amicizie politiche, fasciste, venne nominato professore universitario a Roma, poi in Brasile. Alla caduta del fascismo, sospeso dagli incarichi, fu Attilio Piccioni che lo salvò, in quanto fu reintegrato nel suo incarico universitario a Roma.

Fatti che mi riportano amaramente al presente e spiegano perché la Resistenza non sia conclusa e non possa concludersi. Ora e sempre Resistenza non è dunque solo uno slogan, ma una realtà.

Alla caduta del fascismo i fascisti e soprattutto la loro forma mentis, si sono infiltrati nella società e nella politica, nella DC e non solo, non era certo auspicabile che continuassero a essere presenti anche nella scuola, ma così è stato. In 70 anni non si sono rimossi neppure simboli evidenti del fascismo, ma neppure scritte che inneggiano al duce. Hanno ragione di rammaricarsi i partigiani dell’ANPI. Siamo invece arrivati al punto che in barba all’apologia del fascismo e al reato di ricostituzione del partito fascista, la presidente della camera ha dovuto dare assicurazioni che nulla sarà rimosso. Ho sempre difeso la Boldrini, ma oltre alla scorta avrebbe necessità di essere affiancata da uno storico, magari antifascista, meglio se partigiano.

(Letteratura italiana moderna e contemporanea  – 18.4.1997) MP

 31 Gen 2015 @ 9:00 PM 

Lezioni condivise 96 – Leopardi visto da Ungaretti

Scrivere del Pensiero è sempre un grosso rischio, se poi si tratta di Pensiero controverso, è come andarsela a cercare, ma devo affrontare questo argomento, seppure non troppo direttamente. Da qualche parte avrò detto e scritto del mio rapporto con la filosofia, o per meglio dire con un certo tipo di filosofi, per questo sento la necessità di definire alcuni semplici corollari preliminari, forse banali, ma utili come premessa, come base per un discorso non troppo complesso.

Ogni animale “pensa” e tra questi l’uomo, che in più scrive, nelle sue lingue. Non tutti gli uomini che pensano scrivono i loro pensieri, ne patisce di sicuro la filosofia (che è amore per la sapienza, ma nel sentire comune anche studio del pensiero). Se a qualcuno venisse in mente di raccogliere il pensiero degli operai nelle fabbriche su varie materie, o dei lavoratori comuni, degli artigiani, dei commercianti, delle badanti e via dicendo, non so in quale branca del sapere sarebbero inseriti i loro pensieri, probabilmente in qualche branca della sociologia, peraltro è già cosa fatta. 

Un primo “sospetto” è dunque che si sia studiato fino ad ora solo il pensiero di alcuni privilegiati, questo di sicuro fino al Novecento o sbilanciandomi potrei dire fino alla Rivoluzione francese, ma non è necessario ora che sia così preciso. D’altra parte non si possono trattare tutti i Filosofi alla stessa stregua, tra loro troviamo anche chi ci piace, chi la pensa come noi in tutto o in parte… e non sarebbe neppure giusto prendersela con chi fa altre scelte. La mia è solo una riflessione, una critica, libertà legittima come quella di pensiero.

Tuttavia non posso fare a meno di dirla grossa: alcuni, forse soprattutto tra gli esistenzialisti, devono avere avuto troppo tempo libero… 

Non vorrei fare attacchi troppo diretti, alcune biografie mi spiazzano. Tutto ha una ragione ed è più giusto elaborare questa che perdersi nei pensieri, magari lontani dalla realtà. Accade infatti che nel nome di questo o quello, suo malgrado, antico, moderno o contemporaneo, si compiano olocausti, stragi o delitti bestiali. 

Atterro, in qualche modo, sulla lettura di Leopardi da parte di Ungaretti. Potrebbe sembrare qualcosa di abbastanza strano, vista la premessa, ma a volte ci sono dei motivi particolari anche per fare le cose più comuni. 

La prima impressione è che non vi siano grandi cose in comune tra i due, anzi mi si presentano alcune antitesi, ma si può scavare, si possono riferire altre opinioni. 

La prima è quella dello stesso Ungaretti, che si sente legato a Leopardi dalla teoria del Segreto. La poesia nasconderebbe il segreto del poeta, quel segreto che egli vorrebbe condividere, rivelare, ma lo fa costruendovi attorno il mistero, lo rivela in modo meraviglioso, prodigioso, servendosi di una forma che stupisca, che faccia effetto, sia spettacolare. 

Questo è abbastanza vero per diversi stili poetici, fino a un certo punto anche per la poesia di Ungaretti, mentre avrei qualche difficoltà a riconoscere in tale descrizione la poesia di Leopardi, anche se il concetto di meraviglioso può essere soggettivo, ma non se ci si riferisce al barocco come fa esplicitamente il lucchese. 

La realtà è che lui si barcamena in un bailamme stilistico tra minimalismo, frammentismo, espressionismo, simbolismo, poi ermetismo, neoclassicismo, forse anche tracce di futurismo e barocco, peraltro conditi da condizionamenti ambientali, prima l’esilio e la guerra, poi il fascismo e le vicende personali. Ne è prova anche il cambiamento di atteggiamento nei confronti del passato, della memoria, che prima gli consentiva di muoversi nel tempo a suo piacimento, fino a tornare all’innocenza del bimbo, poi viene in qualche modo rinnegata ne “Il sentimento del tempo”. 

Egli si è creato propri riferimenti tra i “cultori della segretezza”, ne ha tratto il proprio linguaggio poetico e la scelta della parola

Le comunanze sono un po’ forzate, come quella che legherebbe “L’Allegria di naufragi” e “…il naufragar m’è dolce in questo mare”. Mentre ne “Il sentimento de tempo” ad unirli c’è un pessimismo, più umano in Leopardi, portato all’estremo in Ungaretti. 

Questi ha scritto saggi, dispensato lezioni e conferenze sul poeta di Recanati, anche in Brasile. Lo scopre come poeta della decadenza, ma anche dell’innocenza, che attribuisce anche a se stesso, e ascrive il pessimismo del marchigiano alla perdita della fede cristiana. L’uomo nasce felice, ma viene corrotto dalla storia, pertanto per esserlo ancora deve mentire a se stesso: “io nel pensier mi fingo… e il naufragar m’è dolce…”, un moto ironico dalla natura circostante, conosciuta, in fusione spaziotemporale; versi accostati al senso di infinito in “M’illumino d’immenso”, che tuttavia ha un’altra storia: tutto ciò che al risveglio concede il disagio materiale tangibile e l’illogicità di una guerra. 

Ungaretti passa poi dai contenuti alla poetica, in polemica con La Ronda (apparentemente su posizioni comuni, ma più classicistiche). Egli guardava ai classici, un po’ per le direttive del regime e si inventava l’innovazione partendo da essi. 

Ciò che rendeva poetico Leopardi era la ricerca lessicale, la lingua arcaica, prima che letteraria, scolastica e colta, e se tale, non doveva apparirlo, ma essere moderna e arcaica allo stesso tempo. 

Eszter Rónaky, ungherese, docente presso l’Università di Trieste, ha rilevato quella sorta di “rivalutazione” del barocco da parte del toscano, che a suo avviso è anche del Leopardi, nella ricerca di quello che chiama il “vocabolo magico”, teso a provocare meraviglia. Ma la prof è perplessa, perché è noto che il barocco esasperava le regole fino a snaturare la poesia. E’ stato travisato il concetto per l’eccessiva importanza alla forma fine a se stessa, forse per giustificare “Il dolore”, in cui è stato visto una sorta di neobarocco. 

Quali sarebbero i vocaboli magici del Leopardi per Ungaretti non è dato sapere: forse “la donzelletta”, “i veroni del paterno ostello” o “i sempiterni calli”? Che la diacronia linguistica sia talmente mutata in così poco tempo? Che Ungaretti dominasse un italiano manzoniano, mentre ai nostri tempi, con la rivincita dei dialetti e il diritto allo studio, quei termini non appaiono così fuori dal normale? Qual è dunque questo “inesauribile segreto”: la normale mutazione di registri linguistici nel tempo o il silenzioso dimenarsi tra le imposizioni stilistiche del fascismo e il canto libero? O è appunto un mistero irrisolvibile che è memoria e rivoluzione allo stesso tempo. 

La formazione letteraria di Ungaretti contempla poeti dello spessore di Rimbaud, Mallarmé, Apollinaire, Leopardi e Petrarca e frequentazioni più diffuse con italiani come Palazzeschi, Soffici, Papini e le loro riviste (ove ha esercitato anche la funzione di critico), la considerazione di tutta la letteratura a partire dal Duecento, in cerca forse di risposte, come nella vita di una dimora, dato che si sentiva costantemente in esilio, identificandosi forse con la storia drammatica dell’amico Moammed Sceab. 

Rónaky lo spiega con l’esigenza di aderire a qualcosa, avere una patria, una letteratura, una storia, anche per la sua deriva prima militarista, poi nazionalista. Da un punto di vista più letterario, l’importanza della “parola”, della ricerca linguistica che lui trova in Leopardi, nelle sue espressioni arcaiche, è il trait d’union con il linguaggio del Petrarca, con una lingua remota, ma d’arte, dunque elegante e per questo moderna. 

Vi è dunque una linea Petrarca-Leopardi-Ungaretti? A mio avviso essa è tale solo nelle aspirazioni di quest’ultimo. Diverso è trovare in questa catena un senso di aderenza, di legame, di eredità perenne, il naturale quid della poesia. 

Un’altra affinità con Leopardi, egli sembra trovarla nel “rapporto” con  Nietzsche e precisamente nelle tesi sul nulla e sull’annientamento. Il tedesco condivide la visione di Leopardi secondo cui l’illusione dell’arte è condizione per la sopravvivenza; contro il mondo crudele è necessaria la menzogna per vivere. Per questo l’uomo è mentitore e artista per natura. Ma Nietzsche si spinge fino al superuomo, colui che sa godere della vita nel bene e nel male e concilia il piacere di vivere anche con quello dell’annientamento. Leopardi esclude questo piacere, ritenendo che chi è cosciente del nulla può avere solo il piacere della capacità di percepire il proprio destino. 

Di Leopardi Nietzsche stimava pessimismo e nichilismo. Riduceva un po’ tutto al suo pensiero negativo. Tolstoj disse che era un folle megalomane. Dal darwinismo si inventò l’idea di una selezione anche nella società umana, ove avrebbero prevalso gli individui portati alla supremazia per la loro “volontà di potenza”, criticando l’ottimismo progressista di Darwin. Teorie pericolose che sappiamo poi di chi vennero raccolte… Peccato che per dimostrare l’inconsistenza delle teorie di Nietzsche ci siano voluti Hitler, Mussolini e i loro tanti replicanti, aspiranti “superuomini”. 

(Letteratura italiana moderna e contemporanea  – 11.4.1997) MP

Scritto da: indian
Ultima modifica: 22 Feb 2015 @ 03:35 PM

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 25 Lug 2014 @ 7:55 AM 

Lezioni condivise 90 –  Il silenzio che fa rumore  

Visto che quivi si dovrà trattare di una certa meditazione, mi domando se esista un qualche stile letterario simil drag-and-drop, qualcosa come write & touch (the balls)… Le parentesi e l’inglese sono una ulteriore precauzione apotropaica.

Ho già trattato de “Il sentimento del tempo” di Ungaretti nella lezione 88, con particolare attenzione agli Inni – che già non erano tutta questa allegria – , doversi occupare de La morte meditata, non so in quale misura possa migliorare l’umore.

Per me sarebbe di per sé un argomento tabù, tuttavia Ungaretti ha sempre parlato dell’atleta senza sonno – per usare le sue parole – , sia quando ne aveva ben d’onde, durante la guerra, ma anche in anni di morte della libertà, durante il fascismo; purtroppo a quella lui non si è mai riferito, utilizzando semmai il paradosso forse involontario, di parlare di libertà nella cella del condannato a morte.

La sua prospettiva con la sorella dell’ombra o madre velenosa, appare come una sorta di feticcio, un amuleto verbale, visto che è vissuto 82 anni, anche se tutti i suoi gioiosi pensieri gliene facevano dimostrare cento.

Egli evoca questa donna da guardare con distacco, in maniera temporale, storica, ma soprattutto metafisica, edenica, mai dantesca però, molto più lugubre – anche quando diveniva epica, favola – della desolazione leopardiana, che parlarne è un’impresa eroica e al contempo temeraria.

La morte meditata (1932) è composta da sei canti ed è la sesta sezione della silloge, l’ultima, prima che nell’edizione finale del 1936 venisse inserita L’amore. Stile ermetico più che mai, nominalistico, evanescente e indistinto, per capirne la lugubre portata, è sufficiente l’avvio del primo canto:

O sorella dell’ombra,/ Notturna quanto più la luce ha forza,/ M’insegui, morte.

L’abbinamento di amore e morte, vita e caducità umana, innocenza e memoria, temi dell’intero lavoro, qui non hanno soluzione di continuità e nell’atmosfera che si crea gli elementi positivi hanno la peggio.

L’uomo non può fare altro che fermarsi a osservare le tracce del percorso di questa tenebra contrapposta alla luce. Essa è la Madre velenosa degli evi/ nella paura del palpito/ e della solitudine,/ bellezza punita e ridente, forse deridente, metafora della poesia.

Sognatrice fuggente,/ atleta senza sonno/ della nostra grandezza,/ quando m’avrai domato, dimmi:/ nella malinconia dei vivi/ volerà a lungo la mia ombra? Un’altalena continua tra vita terrena ed eterna che distrugge anche la poesia, una sorta di attentato, un processo iniquo, da Omero in poi. Il silenzio omerico è notturno, ma quieto, è il silenzio di Aiace Telamonio nell’XI canto dell’Odissea nei confronti di un tardivo conciliante Ulisse.

L’infarcitura luminosa di storia in Ungaretti, si fa subito tetra, nonostante gli elementi religiosi e mitici, con la deriva funerea e sepolcrale, un’atmosfera grigia, che sta talmente tanto nelle sue corde da riuscire a rendere buia anche l’estate con il sole alto; essa con l’uso o abuso di antitesi e ossimori, diventa torrida, paurosa, distruttrice. Molti brani sono stati sottoposti a un continuo lavorio stilistico e a modifiche, anche con il passaggio dalla scrittura dialogica a quella monofonica.

Nel canto secondo, l’emula sofferente, il silenzio che fa rumore, prosegue per la sua strada e la lusinga finale alla muta parola, esaspera semplicemente il disincanto: “Ti odo cantare come una cicala/ nella rosa abbrunata dei riflessi”. Il canto terzo è speculare, ossessivo, delirante, le cicale ritornano, non nella rosa, ma irose: Tu, nella luce fonda,/ o confuso silenzio,/ insisti come le cicale irose. Torna di nuovo il concetto di silenzio chiassoso.

La conclusione, il canto sesto, è di nuovo un’invettiva contro la Memoria, colpevole di offrire spiragli di positività nello squallore totale, e con lei ne fa le spese l’uomo che vi ricorre: Solo tu, memoria demente/ la libertà potevi catturare (…) Con voi, fantasmi, non ho mai ritegno,/ e dei vostri rimorsi ho pieno il cuore/quando fa giorno. Fosse una penitenza, un principio di rimorso, volontà di espiazione, ma non pare affatto, sembra invece mera rimozione.

Era la giusta fine per quella silloge, l’aggiunta della settima sezione, L’Amore, esaspera e confonde. Essa venne aggiunta successivamente alla prima pubblicazione, portando i brani da 62 a 70. Nonostante il titolo l’atmosfera cupa non cessa, ma appare un po’ fuori posto e aumenta la nostra perplessità.

(Letteratura italiana moderna e contemporanea  – 18.3.1997) MP

 

Scritto da: indian
Ultima modifica: 24 Lug 2014 @ 09:59 PM

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 30 Giu 2014 @ 10:48 PM 

WHAT THE THUNDER SAID

Here is no water but only rock
Rock and no water and the sandy road
The road winding above among the mountains
Which are mountains of rock without water
If there were water we should stop and drink
Amongst the rock one cannot stop or think
Sweat is dry and feet are in the sand
If there were only water amongst the rock
Dead mountain mouth of carious teeth that cannot spit
Here one can neither stand nor lie nor sit
There is not even silence in the mountains
But dry sterile thunder without rain
There is not even solitude in the mountains
But red sullen faces sneer and snarl
From doors of mudcracked houses
If there were water
And no rock
If there were rock
And also water
And water
A spring
A pool among the rock
If there were the sound of water only
Not the cicada
And dry grass singing
But sound of water over a rock
Where the hermit – thrust sings in the pine trees
Drip drop drip drop drop drop drop
But there is no water

***********************

COSA HA DETTO IL TUONO (da “The Waste Land”)

Qui non c’è acqua, ma solo roccia
Roccia e non acqua e la strada di sabbia
La tortuosa strada sopra le montagne
Quali sono le montagne di roccia senza acqua
Se ci fosse acqua ci  fermeremmo a bere
Tra le rocce non ci si può fermare o pensare
Il sudore è asciutto e piedi sono nella sabbia
Se ci fosse solo acqua tra le rocce
La bocca di denti cariati della montagna morta che non può sputare
Qui non si può stare in piedi né mentire né sedersi
Non c’è nemmeno il silenzio in montagna
Ma il tuono asciutto e sterile senza pioggia
Non c’è nemmeno la solitudine in montagna
Ma i volti rossi imbronciati derisi e ringhianti
Dalle porte delle case di fango incrinate
Se ci fosse acqua
E non roccia
Se ci fosse roccia
E anche acqua
e acqua
Un’estate
Una piscina tra le rocce
Se solo ci fosse il suono dell’acqua
Non la cicala
E l’erba secca che canta
Ma il suono dell’acqua su una roccia
Quando l’eremita – canta tra gli alberi di pino
Drip drop drip drop drop drop drop
Ma non c’è acqua

T. S. Eliot (from “The Waste Land”)

 

 

Scritto da: indian
Ultima modifica: 24 Lug 2014 @ 02:42 PM

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 30 Apr 2014 @ 11:59 PM 

Lezioni condivise 88 – Il sentimento del tempo  

Le cose peggiori che era necessario dire su Ungaretti sono state dette, forse anche le migliori possibili, per cui esaminando la sua produzione di regime e i cambiamenti di stile netti dall’Allegria al Sentimento del tempo, inutile farsi tanti scrupoli.

Il suo appiattimento stilistico rispetto alla prima produzione e le scelte difformi dalla sua biografia precedente alla grande guerra, lasciano perplessi e non c’è modo di trovargli giustificazioni.

La nuova “poetica” era imposta dalla dittatura, ovvero dalle sue ramificazioni minculpoppiste, e Il Sentimento del tempo – sua seconda silloge del 1933/36, 70 poesie – ne è il frutto. E’ vero che non fu il solo ad aderire al regime, ma i più hanno l’attenuante della giovane età e soprattutto l’aver preso a un certo punto le distanze dal fascismo, cosa che il “nostro”, come abbiamo già detto, non ha mai fatto, anzi ne è stato per certi versi un soccorritore, ha cercato di mettere tutto e tutti sullo stesso piano, come fa ancora la destra, comprese le zone grigie del PD.

Il sentimento del tempo è molto diversa dall’Allegria, per stile e contenuti. La forma ripristina la metrica classica, punteggiatura, aggettivi, uso regolare della sintassi, ricercatezza delle parole, la retorica, l’allusione, polivalenza, ermetismo, spazi tra i versi, strofe brevi a rima libera e vari tecnicismi arcaici.

L ’Allegria invece si basa sull’assenza di metrica, di punteggiatura, di aggettivi, il verso era libero, la sintassi trascurata, le parole concrete e comuni, i versi essenziali senza figure retoriche, solo similitudini; il linguaggio scarno e intenso, i versi franti, spezzettati, versi-parola, versi aggressivi.

La guerra ha cambiato tante cose e principalmente ha portato il fascismo, ragione politica del cambiamento del lucchese, uomo ubbidiente al duce, al punto da non vedere il liberticidio che il dittatore aveva prodotto in Italia. Ungaretti era perfettamente integrato nell’ideologia fascista, la sua libertà era solo metafisica.

Le altre ragioni che vengono sollevate per un cambiamento simile, non sono a mio avviso determinanti: quelle personali – il trasferimento a Roma, il matrimonio con Jeanne Dupoix, la paternità, la morte della madre, il disagio economico; culturali – la collaborazione con La Ronda di Vincenzo Cardarelli e il ritorno all’ordine anche metrico, al nuovo classicismo, diretta conseguenza della stretta del regime, che dettava le sue leggi su tutto (quelli di “Ragioni di una poesia” del 1949 sono pretesti, tentativi di dare una motivazione “poetica” al cambiamento, in contraddizione con la passata vicinanza al simbolismo francese); religiosi – la “conversione” al cattolicesimo (convertirsi e aderire al fascismo è una bella logica!)

Semmai gli elementi non politici possono aver inciso sui contenuti: l’osservazione del paesaggio romano, d’estate, paragonato al barocco (che sbriciola e ricostruisce), un rapporto tra vita e morte; il sole, visto nella sua funzione implacabile, violenta, accostato a una “libertà” che rende prigionieri.

In questo senso egli stesso individua tre momenti della raccolta: il paesaggio come profondità storica; la civiltà minacciata di morte e dunque il destino dell’uomo in relazione con l ’eterno; l’invecchiamento, il perire della carne.

L’opera consta di sette sezioni: “Prime” (1919-1924), ancora vicina all’Allegria;  “La fine di Crono” (1925-1931), pre-ermetiche, già con elementi neoclassici: paesaggi estivi e pensieri metafisici, poesie oscure come L’isola e Fine; “Sogni e Accordi ” (1927-1929), paesaggi, ambiente, ove l’uomo è Stanca ombra nella luce polverosa; “Leggende” (1929-1935), poesie dedicate a persone care morte, ermetiche e tradizionali; “Inni” (1928-1932), riflessione sulla condizione umana, una sorta di rapporto dialettico con Dio, cui si chiede ragione dei tormenti dell’umanità, riconoscendo infine la natura malvagia degli uomini.

Questa sezione comprende La Pietà, Caino e La Preghiera, considerate le migliori della raccolta, si tratta di una trilogia con versi ermetici e polisemantici, scritti durante la conversione religiosa.

La pietà è ritenuta la migliore, esprime la disperazione dei suoi primi 40 anni. Reca epigrafi, domande retoriche. Non ci vedo livelli ieratici alti e tanto meno l’accostamento ai salmi, azzardati da alcuni critici.

No, odio il vento e la sua voce/ di bestia immemorabile./Dio, coloro che t’implorano/ Non ti conoscono più che di nome? (…) La luce che ci punge/ è un filo sempre più sottile./ Più non abbagli tu, se non uccidi?/ (…) E per pensarti, Eterno,/ non ha che le bestemmie.

Il discorso prosegue in Caino, raffigurato in senso mitico e storico:

Corre sopra le sabbie favolose/ e il suo piede è leggero./ O pastore di lupi,/ hai i denti della luce breve/ che punge i nostri giorni“. Una luce breve in cui si intravede già la notte eterna.

Sei tu fra gli alberi incantati?/ E mentre scoppio di brama,/ cambia il tempo, t’aggiri ombroso,/ col mio passo mi fuggi…”.

L’uomo non è onesto di natura, sostiene Ungaretti, si dibatte nella primordiale tendenza umana al peccato, sempre in conflitto tra l’istinto violento e il desiderio di innocenza. Ma il brano, pur nella sua rappresentazione pacata, riporta un’immagine molto pericolosa, specie se espressa da un aderente al fascismo, è l’attacco alla Memoria, sia sotto il profilo storico che intellettuale. La Memoria non sarebbe onesta perché ricorda al peccatore il suo delitto, che ha oblio solo nel sonno. Allontanando la memoria del peccato si tornerebbe innocenti. Sembra satira! E’ la ricerca di alibi per tutte le nefandezze commesse dal duce? Gli interpreti benevoli suggeriscono che Ungaretti intenda semplicemente inibire la memoria onde evitare la ripetizione di fatti efferati, ma che significa? E’ esattamente il contrario dell’insegnamento umanitario di Dostoevskij in Delitto e castigo: per espiare un delitto occorre ravvedersi, guadagnarsi così una nuova possibilità di vivere, senza rimuovere nulla. Ma quella debole giustificazione è smentita dal poeta stesso quando contrappone innocenza e Memoria, che definisce “figlia indiscreta della noia”. Il Pensiero è dunque noioso? Questo è oscurantismo intellettuale, il capovolgimento di un valore; ed è inutile che si cerchi soccorso in Leopardi, per il quale era noia la nostalgia delle occasioni perdute, in un contesto peraltro personale e non sanguinario. Qui siamo invece a predicare l’incoscienza/innocenza contro l’indiscreta scomoda Memoria che ricorda un fratricidio.

Il concetto torna ne “La terra promessa”: Memoria di Didone, IV coro “Solo ho nell’anima coperti schianti,/ equatori selvosi, su paduli/ brumali grumi di vapore dove/ delira il desiderio,/ nel sonno, di non essere mai nati”.  Ma qui si tratta di dimenticare un dolore, non un delitto, anche se la Memoria è sempre consolatrice e aiuta nei passi successivi.

La preghiera chiede perdono per i peccati degli uomini; rappresenta la raffigurazione delle anime dopo la resurrezione dei morti, che si uniranno e formeranno l’eterna Umanità e il sonno felice di Dio.

Come dolce prima dell’uomo/ doveva andare il mondo./ L’uomo ne cavò beffe di demòni,/ (…) Signore, sogno fermo,/ fa’ che torni a correre un patto./ Oh! rasserena questi figli (…)Vorrei di nuovo udirti dire/ Che in te finalmente annullate/ le anime s’uniranno/ e lassù formeranno,/ eterna umanità,/ il tuo sonno felice.

La sesta sezione della silloge è “La morte meditata” (1932), sei canti sulla morte, vista con distacco, impersonata da una donna. Stile ermetico, nominalistico, evanescente e indistinto.

La settima sezione, “L’amore” (1932-1935) comprende otto poesie aggiunte nell’edizione del 1936. L’amore ispirato da donne lontane, sempre in chiave ermetica e indefinita.

(Letteratura italiana moderna e contemporanea  – 14.3.1997) MP

Scritto da: indian
Ultima modifica: 19 Mag 2014 @ 04:25 PM

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 31 Gen 2014 @ 11:59 PM 

Lezioni condivise 85 – Vita d’un uomo

Ha ragione Moni Ovadia, l’olocausto è stato un crimine universale, non contro un solo popolo, sebbene il popolo ebraico ne abbia subito le conseguenze più gravi e palesi. Ogni giorno è buono per ricordare questo crimine, ma la giornata della Memoria, serve soprattutto per ricordare la shoah agli smemorati, a chi tende a rimuovere, oltre che alle nuove generazioni, perché sappiano…

La Memoria, che serve per scongiurare il ripetersi di simili sciagure, deve comprendere tutte le shoah perpetrate da alcuni stati per sopprimere altri popoli, spesso fratelli; penso al dramma degli armeni, dei palestinesi, dei nativi americani, dei curdi e di tutti i popoli senza terra e senza autodeterminazione. La Memoria non può distinguere tra strage e strage, o peggio strumentalizzarla per altri fini.

La peggiore cosa che possa fare un popolo perseguitato è perseguitare a sua volta; ritenere che gli eredi di uno sterminio possano aver acquisito patenti di inesauribile martirio e commettere ogni sorta di nefandezza. Insomma, se è tra le peggiori affermazioni nazi-fasciste la frase pronunciata nel 1869 al Congresso americano dal deputato James Cavanaugh “Io non ho mai visto in vita mia un indiano buono…tranne quando ho visto un indiano morto”, non è vero neppure il contrario, cioè non esistono popoli buoni e popoli cattivi tout court, esistono persone eccellenti e persone malvagie, con tante vie di mezzo.

Fatta questa importante precisazione, visto che i padroni della terra e della guerra decidono a loro piacimento quali sono gli eccidi da esecrare e quelli di cui far finta di nulla, mi chiedo senza soluzione, come possa aver fatto il poeta Ungaretti, così coinvolto moralmente con un regime spregevole come quello fascista, a non pronunciare una parola di scusa o di ripudio per la sua contiguità al regime. L’unico suo atto attinente peggiora addirittura la situazione perché, come altri ancora oggi, cercò di mettere sullo stesso piano vittime e carnefici. Non gridate più…Invece occorre gridare di più contro le dittature di ogni natura (anche economica), la violenza, il liberticidio e l’ingiustizia. Ho già affrontato l’argomento e devo ribadire che questa sorta di negazionismo e intorbidamento della verità, è per certi versi conforme ad altri comportamenti di Ungaretti, poco autocritico e obiettivo, egocentrico e indisponibile a fare scelte coraggiose e conseguenti a certi versi sulla guerra, di modo che, senza quelle, essi appaiono come di un fastidio privato, personale.

La ventura di averlo studiato a fondo, non è negativa in se, serve a poter essere critici e a leggere come dovuto tesi decontestualizzate che lo vedono poeta contro la guerra, è eccessivo; è stato piuttosto contro la sua guerra e non ha condannato la seconda guerra mondiale, non può venire a dire “Non gridate più”, urliamo eccome contro il fascismo che è stato e contro i fascismi vigenti.

Egli certamente non è un esempio da indicare ai ragazzi, e sinceramente sarebbe stato più interessante studiare a fondo un Saba, un Quasimodo, al più un Montale… Questi non aderì al fascismo, se ne stette buono, è stato sincero; meno accettabile è che di un comportamento passivo, non dico ci si vanti, ma che si faccia passare come se una cosa valesse l’altra e non bisogna mai dare questa impressione specie quando si è personaggi pubblici.

Impossibile pertanto separare la vita reale dalla poesia.

La summa di tutta la poesia di Ungaretti, che almeno non ha avuto anche il demerito di fare nei versi l’apologia del regime, è raccolta nell’opera Vita d’un uomo, pubblicato nel 1969. Gli 82 anni di vita gli hanno dato la possibilità di essere critico di se stesso sotto il profilo letterario, condusse in radio la trasmissione “Ungaretti commentato da Ungaretti” e non disdegnò di apparire in tv.

La logica di Vita d’un uomo porta a concludere che tutte le sue sillogi prefigurassero quest’opera unica, fin dal 1914. In essa è inglobata la sua vita, i suoi cambiamenti stilistici, le tante modifiche alle sue opere, rese con il tempo sempre più minimaliste. (continua…)

(Letteratura italiana moderna e contemporanea – 7.3.1997) MP

Scritto da: indian
Ultima modifica: 16 Feb 2014 @ 09:12 PM

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 31 Ott 2013 @ 11:59 PM 

Lezioni condivise 82 – Ungaretti e Soffici

Si scandalizza qualcuno se affermo che la produzione di poesia italiana nel Novecento, e in particolar modo nella prima metà del secolo, è stata minore? E’ tale proprio nei poeti più celebrati, e se c’è stata Grande poesia, è sommersa, tiratela fuori! Salverei solo qualche poeta, ma dalla caduta del fascismo in poi, tuttavia mai all’altezza dei narratori del secolo scorso, che giganteggiano.

E’ triste che la poesia, tendente all’arte pura, sia stata imbrigliata nelle maglie del fascismo, mentre per attitudine naturale avrebbe dovuto essere resistente, partigiana; ruolo che è toccato prevalentemente al romanzo neorealista.

Per questo è desolante parlare di Ungaretti e di alcuni suoi amici, che formatisi nell’avanguardia francese più anticonformista, finirono per aderire al fascismo, accettandone i favori ed essendo assorbiti dalla sua peggiore propaganda reazionaria.

Ho già trattato questo argomento, ma devo rincarare la dose parlando di Ardengo Soffici, toscano, più grande di Ungaretti di nove anni, si dedicava a pittura, scrittura e critica letteraria, collaborando con varie riviste tra cui “Il Leonardo”, “La voce” e “Lacerba”, di cui fu cofondatore con Papini.

Soffici e Ungaretti si conobbero nel 1914, alla vigilia della guerra ed ebbero una fitta corrispondenza dal 1917 al 1930, avviata sul comune terreno del simbolismo francese; discussione che in seguito, pur restando amici, li divise sul piano artistico.

Le loro lettere trattano di letteratura, novità e giudizi sugli autori, ma soprattutto di Ungaretti uomo e soldato, di politica e guerra. In esse, il poeta lucchese, esprime simbologie che ricompariranno nei suoi versi.

Alla vigilia dello scoppio della grande guerra Ungaretti era interventista. Nel 1917 si arruolò nel 19° fanteria e fu spedito all’ufficio censura, che lasciò volontariamente per il fronte. Presto però si stancò della guerra, scrisse le note poesie dal fronte, criticò la gestione del conflitto e chiese ripetutamente il congedo e l’intervento di Soffici per ottenerlo.

La prof, molto indulgente sulle scelte politiche di Ungaretti, è riuscita ad attribuire valore letterario, perfino tecnico, a certe lettere di questo tenore; a mio avviso, in esse viene espressa in modo penoso e per certi versi meschino, la sua paura e angoscia, che cerca di mascherare in modo ridicolo. A motivo della richiesta di esonero sostiene che lui è poeta, dunque più adatto a scrivere brani di critica letteraria; che conosce il francese come fosse la sua lingua materna (sic!), pertanto potrebbe lavorare in Francia per diffondere la cultura italiana all’estero; che tra i soldati c’era consapevolezza della sua superiorità intellettuale e lo chiamavano “signore”.

Imbarazzante commentare, se si tiene presente che si arruolò volontario. Sarebbe stato molto più dignitoso riconoscere l’errore e la brutalità oggettiva della guerra, di ogni guerra; si limitò invece ad esprimerla in versi anche ermetici, aderendo contemporaneamente al fascismo, responsabile tra le altre cose della II guerra mondiale e dei crimini razziali. Pertanto anche la poesia scritta nel dopoguerra, “Non gridate più”, assume un valore sinistro e grottesco, in quanto non distingue tra vittime e carnefici, ma soprattutto in riferimento alla sua mancata condanna della dittatura: sembra quasi che l’invocazione sia rivolta agli ebrei e alle vittime del nazifascismo in genere.

Soffici visse a Parigi dal 1899 al 1907, frequentandone gli ambienti letterari e artistici, tornato in Italia, a Firenze, aderì al futurismo, ma ne uscì nel 1914. La sua produzione letteraria, soprattutto autobiografica, non eccelle, il suo miglior lavoro è considerato Kobilek: giornale di battaglia del 1918, insieme alla sua opera critica, tra cui un saggio su Medardo Rosso, pittore torinese e un altro su Rimbaud.

Soffici fu il recensore de “Il porto sepolto” e “Allegria di naufragi”, ma non condivise i lavori successivi di Ungaretti.

Figura controversa e altalenante, passò da uno spirito giovanile rivoluzionario, all’adesione al fascismo, dove pensava potesse svilupparsi l’ordine morale che perseguiva; dal regime ottenne la nomina di Accademico d’Italia.

In una lettera del 1918 Ungaretti manifestava a Soffici l’ammirazione per la sua intelligenza ed eleganza superiore. Lo riteneva maestro d’arte e di vita. Eppure Soffici andava manifestando punti di vista differenti da quelli di Ungaretti anche sul senso dell’immergersi nel Porto Sepolto, dunque sul modo di scrivere versi.

Nel 1920 Ungaretti si schierò contro le scelte artistiche di Soffici. Il dissidio vertè sul ritorno alla classicità da parte di Soffici, mentre per Ungaretti il recupero della tradizione doveva riguardare esclusivamente la musicalità del verso, secondo i dettami del simbolismo francese.

I vociani intendevano recuperare il classicismo alla Carducci, quello dei poeti morti da tempo come ad esempio Petrarca, cosa che Ungaretti giudicò la scelta peggiore, riproporre il passato senza nulla di nuovo. Gli stava bene prendere dai classici come dai moderni, ma non riprodurre pedissequamente il loro stile. Citava dunque insieme a Petrarca, Ronsard, Leopardi, Parini, Rosine, Baudelaire, Mallarmè.

Soffici sosteneva invece il ritorno all’ordine italiano e rinnegava poetiche come quelle di Mallarmè e Valery, simbolisti considerati decadenti, che pure erano stati i suoi maestri. Secondo Soffici i due  avevano tagliato con il passato senza costruire nulla di nuovo. I punti di vista sono dunque opposti. Il caso scoppiò nel 1929, quando Ungaretti scrisse un articolo ove elogiava Mallarmè e contestava le scelte di Soffici, il quale a sua volta non apprezzava le scelte fatte da Ungaretti con il Sentimento del tempo e i successivi lavori.

La posizione di Soffici rispetto al fascismo è anche peggiore di quella di Ungaretti. Entrambi nel 1925 firmarono il Manifesto degli intellettuali fascisti e più o meno silenziosamente rimasero fedeli al regime fino alla sua caduta. Ma nel 1938 il nome di Soffici compare addirittura nel manifesto, pubblicato sui giornali, firmato da molti intellettuali in appoggio alle leggi razziali appena emanate. Nel 1943, dopo l’8 settembre, nella Firenze occupata dai nazisti, insieme a Barna Occhini, fondò la rivista “Italia e civiltà”, che uscì per ventitré numeri; aderì anche alla repubblica di Salò, blaterando di amor patrio, di carattere sociale del fascismo e fedeltà ai tedeschi. Dopo la Liberazione fu arrestato per collaborazionismo e assolto per insufficienza di prove. Graziato dunque dalla cecità della classe dirigente postfascista, in parte impregnata di fascismo, in parte poco lungimirante nel sottovalutare gli effetti del travaso di fascisti e fascismo nella società del dopoguerra.

(Letteratura italiana moderna e contemporanea – 28.2.1997) MP

Scritto da: indian
Ultima modifica: 11 Nov 2013 @ 05:30 PM

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 30 Giu 2013 @ 11:54 PM 

Lezioni condivise 78 – Baudelaire e Ungaretti

Osservo come the estate (lo status) – nel senso di possesso di un’immagine – di una persona possa mutare decisamente in base al luogo dove si forma e vive, e mi riferisco non tanto alla visione che ciascuno ha di se stesso, oggettiva o ideale, ma piuttosto a quella che ne fa o ne farà la società di destinazione (connazionale, letteraria, critica…), il marchio che volenti o nolenti ci viene cucito addosso. Come dire, non saremmo così simili a noi stessi se avessimo vissuto da un’altra parte. E’ abbastanza scontato, ma mi trovo a rifletterci su pensando all’immagine letteraria di Baudelaire e Ungaretti.
Tanto Baudelaire è icona persistente della ribellione, dell’anticonformismo, della poesia maledetta – e ciò trova riscontro nella sua stessa vita di bohemienne, scapigliato e censurato – quanto Ungaretti lo è di un certo conformismo e piattume, che sa di stantio, un grigiore tutto italiano che fu anche dei suoi predecessori, da Foscolo a D’Annunzio. E appunto Baudelaire è francese, Ungaretti italiano, la differenza è evidente già dal confronto tra La Marseillaise e Fratelli d’Italia, tant’è che due menti geniali come i Fratelli Taviani, nel fare un film sul risorgimento lo hanno intitolato Allonsanfan.
Questioni iconografiche, che non ci costringono a beatificare Baudelaire, né alla damnatio memoriae nei confronti di Ungaretti, ma che registro, certo del fatto che dal parisien tengo prudentemente le distanze e non perché bevesse troppo assenzio…
Questa divagazione è necessaria per restituire la giusta misura alla supposta relazione tra la poesia del lucchese e quella del poeta maledetto. L’incontro letterario tra i due avvenne quando Ungaretti, in età giovanile e ancora in Egitto, dalla sua lettura come da quella di Mallarmè e Apollinaire, imparò il simbolismo: versi sintetici su immagini emblematiche e termini allusivi che in seguito integrerà con il futurismo; due avanguardie anticlassiche che privilegiano da una parte la musicalità, dall’altra il segno grafico, il rumore; e in seguito vedrà con sospetto il ritorno all’ordine dei “rondisti”, cui si avvicinò per ragioni ideologiche.
L’influenza di Baudelaire è evidente in alcuni brani, nella tematica del viaggio visto come allontanamento da una società o da una condizione di disagio non solo fisico, il mito di Ulisse, il concetto di viaggio come conoscenza: “Mais les vrais voyageurs sont ceux-là seuls qui partent/ Pour partir; cœurs légers, semblables aux ballons,/ De leur fatalité jamais ils ne s’écartent,/ Et sans savoir pourquoi, disent toujours: Allons !/” (da “Le Voyage” di Charles Baudelaire).
Ma è difficile pensare che la poesia non sia in ogni caso viaggio, anche solo metaforico, pertanto è un po’ banale scegliere questo elemento come comunanza, peraltro in Ungaretti il viaggio è la vita stessa, conoscenza, ma soprattutto esilio, mondo esterno ed interiore insieme, necessità di conoscenza del mistero dell’uomo: la nascita in Egitto, gli studi in Francia, la guerra in Italia, l’emigrazione in Brasile e il ritorno; non riesco a vedere degli elementi così comuni, in certi versi forse, ma non nel corpus poetico, i due seguono strade diverse, come se la stessa sceneggiatura l’ avessero tradotta in film John Wayne e Luis Buñuel.
E subito riprende/ il viaggio/ come/ dopo il naufragio/ un superstite/ lupo di mare” (Allegria di naufragi, 1917), ma il viaggio è la guerra, la guerra in cui si va volontari per poi maledirla, come se non se ne fossero fatte abbastanza per averne esperienza, da prima di Maratona a Caporetto e oltre.
Gli esempi si possono sprecare fino alla Terra promessa: “Erto più su più mi legava il sonno,/ dietro allo scafo a pezzi della pace/ struggeva gli occhi crudeltà mortale;/ piloto vinto d’un disperso emblema,/ vanità per riaverlo emulai d’onde;/ ma nelle vene già impietriva furia/ crescente d’ultimo e più arcano sonno,/ e più su d’onde e emblema della pace/ così divenni furia non mortale”. (Recitativo di Palinuro, 1932), viaggio reale nei luoghi di Enea (possiamo immaginare una comparazione con il viaggio di Ulisse baudelairiano?).
Certo la lettura di Baudelaire induce echi e suggestioni in Ungaretti, inseriti in due culture e contesti differenti: “O Morte, vecchio capitano, è tempo! Sù l’ancora!/ Ci tedia questa terra, o Morte! Verso l’alto, a piene vele!” (Le voyage, 1859), non ha nulla a che fare con Il capitano (1917) di Ungaretti, persona fisica (Nazzareno Cremona) caduta in guerra, come si rileva da una dedica autografa del poeta ai genitori dello stesso, che poi si riferisse anche a se stesso è un altro discorso.
Ci sono attinenze rielaborate in un contesto differente; ma accostare Ungaretti a Baudelaire è una forzatura, forse per induzione tramite Rimbaud e Apollinaire.
Ricorrente è in Ungaretti il tema della luce, del sole che illumina con i suoi raggi, fin dal contesto della grande guerra, con “Cielo e mare”, poi “Mattino”, M’illumino d’immenso… Qui il sole che irradia la luce al mattino, attrae, guida, rinfranca, ti fa sapere che sei ancora vivo e parte del creato, restituisce la memoria, fortifica, seppure in un contesto drammatico. Il mondo lasciato alle spalle porta in ogni caso a un nuovo mondo.
Anche “Le stagioni” è piena di luce: O leggiadri e giulivi coloriti/ che la struggente calma alleva,/ e addolcirà,/ dall’astro desioso adorni,/ torniti da soavità,/ o seni appena germogliati,/ già sospirosi,/ colmi e trepidi alle furtive mire,/ v’ho/ adocchiati./ Iridi libere/ sulla tua strada alata/ l’arcano dialogo scandivano./
E’ mutevole il vento,/ illusa adolescenza./ Eccoti domita e turbata./ E’ già oscura e fonda/ L’ora d’estate che disanima./ Già verso un’alta, lucida/ Sepoltura, si salpa.
Situazione tetra nella luce dell’estate, secca, nera, poesia paradossale, ossimorica, drammatica, come di una morte presente nei vivi, concetto che torna in Di Luglio: È l’estate e nei secoli/ con i suoi occhi calcinanti/ va della terra spogliando lo scheletro.
Un processo analogo di personificazione della natura lo troviamo in “Illuminazioni” di Rimbaud, la cascata di raggi del sole che scompiglia i capelli correndo nel bosco:
Io risi alla cascata bionda che si scarmigliò attraverso gli abeti: sulla cima argentea riconobbi la dea.
E Baudelaire: Il godimento dà al desiderio più forza./ Desiderio, vecchio albero che il piacere concima,/ mentre s’ingrossa e s’indurisce la tua scorza,/ verso il sole si tendono i rami della tua cima!
Durante il periodo militare, Ungaretti, in alcune lettere a Papini parla dei suoi antenati letterari (le citazioni variano): Villon, Maurice de Guérin, Mallarmé, Papini stesso, Dostoevskij, Cellini; ci mette anche sua madre e il romanzo realista Bel Ami di Guy de Maupassant (1885).
Ungaretti visto sotto un profilo tecnico è un’altra cosa, le influenze possono essere osservate in modo più neutro. Con Papini discorreva della sua recherche metrico-stilistica, della necessità di sperimentare termini nuovi e abbandonare quelli abusati, ovvero restituirgli un senso, in un contesto di versificazione moderno, frantumando endecasillabo e settenario. Tuttavia i suoi punti di riferimento restano Dante e Leopardi e spezzare il verso è solo il pretesto per mettere in evidenza le parole che gli interessano.
In questo contesto critica a Poliziano (fa pillole) e Manzoni (fa confetti), ritenuti roba scolastica, anche se il giudizio è ben più articolato e non scevro di notazioni positive. Nei poeti cerca il ritmo e la musicalità (Verlaine) – caratteristiche per la ricerca di unità nella poesia italiana – più che il messaggio.
Aspra è anche la polemica di Ungaretti intentata contro la religione, che persegue il bene a parole e nella pratica fa del male. Altri modelli sono indicati in san Giovanni evangelista, Verlaine, Rasputin (visti come figure “maledette” forse, ma dal difficile accostamento tra loro, specie relativamente a Verlaine).
L’opera di Ungaretti è stata soggetta a studio filologico e pubblicata in edizione critica, “Vita di un uomo”, dove emergono tutte le problematiche testuali e la varianti, numerose, specie nella silloge “Allegria di naufragi”. E visto che siamo in tema qualche filologa mi illumini sul titolo del post…
(Storia della letteratura italiana moderna e contemporanea – 21.2.1997) MP

 

Scritto da: indian
Ultima modifica: 28 Lug 2013 @ 05:13 PM

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