31 Mar 2011 @ 8:57 PM 

Lezioni condivise 51 – Filologia goes on

Maggio, primi caldi, aula 5, vagamente ad anfiteatro, affollata, vocio indistinto… Filologia romanza… Guillaume… Mi piazzo in alto in favore di Rosa… A fine lezione il bottino di appunti è di ben due righe, tuttavia ho quasi una scusa: si è lavorato su un volantino… del confronto tra i due testimoni a noi pervenuti del Guillaume D’Angleterre dello pseudo Chretien de Troyes, ma della questione mi pare di aver ampiamente parlato la volta scorsa in una sorta di fuga in avanti… Si è come il bravo presentatore quando accade l’imprevisto e tutta quella scioltezza stupefacente fin lì dimostrata crolla improvvisamente e noi ci si chiede, ma come mai-i?

Potrei descrivervi l’aula, ma trattasi di un ampio banale parallelepipedo o per dirla con il prof “paesaggio di stupida bellezza” e l’argomento sarebbe presto esaurito; anche il panorama, specie dall’alto, è piuttosto piatto nonostante l’ampia vetrata, mi mostra unicamente qualche aiuola incolta e il viottolo di acceso al parcheggio… che avrebbe pure una storia, ma non si può partire per parlare di pesce di Pontis (pisci ‘e Pontis) e finire a trattar di cavolini di Bruxelles.

Il brusio nella parte alta persiste, non si sente una mazza torta… che ci son salito a fa’ in piccionaia!

Il prof non se ne cura e va avanti come un treno, mica come a Letteratura latina: “Loro lassù per cortesia!!!”…

Quello di Filologia romanza è proprio un popolo, circa cinquecento studenti a lezione, ma nella compattezza di un’aula che ha fatto il ’68, con i banchi graffitati e le pareti ornate da murales eloquenti…

Quanto a noi, anche l’accatiemmelle ormai sa che la lectio difficilior o in romanesco “cattiva”, talvolta è quella vera, e questo è anche molto educativo: il cattivo che si fa buono… mi vengono in mente i Giancattivi proprio ora che non ci pensavo, per questo son cattivi, quando ti scervelli a ricordarti il loro nome non ti vengono in mente mancu a picu

Insomma, noi Michel, basato sul manoscritto P, ce lo siam filato ben poco; di più Föester, basato su C e parzialmente P; la scelta è stata Wilmotte del 1927, basato su P; Holden riprende Föester in tempi non lontani, ma intanto la ricerca è già oltre…

Patrizia Serra per i tipi della Cuec, propone una nuova edizione critica del Guillaume che si basa sul confronto tra i due codici pervenuti, nell’ipotesi di verificare se esiste un archetipo comune, nonché eventuali rimaneggiamenti da parte del copista di P (Parigi, Biblioteca Nazionale, fr. 375).

Prosegue anche il dibattito sull’attribuzione del manoscritto. Sappiamo che Holden rifiuta del tutto l’attribuzione a Chretien de Troyes; Wilmotte da parte sua ha adottato il beneficio del dubbio con il punto interrogativo.

Nella recente edizione a cura di Christine Ferlampin-Acher, il nome di Chretien de Troyes è posto su due linee, onde significare che l’autore è un Chretien, con quanto se ne può dedurre (sarebbe Cristiano… non è barese, ‘gnurant!) e il dubbio (?) è solo su De Troyes…

La posizione della prof tuttavia è nota ed esclude che l’autore possa essere il chierico champenois, osservando l’alterità del romanzo rispetto alla sua normale produzione, come stile e come genere. Ella nel suo lavoro si spinge anche a interpretazioni audaci rispetto alle simbologie sessuali che presenterebbe il romanzo.

Andrea Fassò la pensa esattamente al contrario e attribuisce il romanzo a Chretien de Troyes, sostenendo che tutta la sua produzione diverge, in quanto è nel suo stile usare modelli completamente differenti per ogni lavoro.

La lezione è finita, l’attenzione dei cinquecento è ora tutta sulla porta dell’aula, 80 cm… e un corridoio affollato, il deflusso è complesso e mi son perso pure Rosa…

(Filologia romanza – 3.5.1996) MP

lectio

 30 Nov 2010 @ 11:58 PM 

Lezioni condivise 47 – Modelli del Guillaume d’Angleterre

Torno ancora al romanzo medievale Guillaume d’Angleterre, da alcuni attribuito a Chrétien de Troyes, chierico della Champagne, fatto che tutt’oggi appassiona diversi filologi, mentre altri lo escludono, ritenendo il romanzo difforme dalla restante opera del Chrétien di Lancelot e Perceval.

Il nostro romanzo ha per modello privilegiato il racconto agiografico della leggenda di S. Eustachio, ma sviluppi differenti, come ad esempio la caccia al cervo, che in Sant’Eustachio rappresenta il Cristo, il martirio e la provvidenziale conversione iniziale del protagonista, mentre in Guillaume, è il Re, che interviene per recuperare al ruolo regale i propri figli, facendosi mediatore tra l’umanità e il trascendente, per il loro reinserimento nella retta vita sociale.

La caccia riveste anche un senso erotico e il corno smarrito è simbologia sessuale connessa con il desiderio del re di ritrovare la regina e riassumere il proprio ruolo; desiderio sessuale che ritorna nell’atto di acquistare il corno smarrito, cui segue l’incontro con la regina che lo nota sulla nave.

Mais ele regardoit au cor
Qui au mast de le nef pendoit;
Au cor regarder entendoit,
Que nul autre avoir tant n’amoit
Comme le cor qu’ele veoit;
Et le cor et le roi ravise,
C’a cou estoit s’entente mise,
N’aillors ne puet ses iex tenir.
Del roi les fait au cor venir,
Et del cor au roi les ramaine;
Del regarder est en grant paine,
Tant qu’ele vint dalés le mast;
Nul talent n’a qu’ele outre past,
Ains prent le cor et si le baise;
Bien fait samblant que molt li plaise.
Et quant grant piece esgardé l’ot,
Arrier le mist, ne ne dist mot;
Mais vers le roi s’est retornee.

Ma diversi sono i topoi cui si rifà il romanzo, lo stesso Erec e Enide di Chrétien, modello medievale di restaurazione del potere reale che riprende anche la simbologia del corno da caccia.

Altri contributi sono portati dal romanzo antico (come Apollonio di Tiro, il Roman de Tebe, il Roman d’Eneas), i Lai di Marie de France, i tardi romanzi arturiani sul Graal.

La particolarità di questo romanzo ascetico e d’amore, rispetto a quelli ispiratori, è il suo lieto fine.

Altri modelli sul tema della separazione e ricongiungimento si trovano nel romanzo di Floire et Blancheflor. Separati dalla schiavitù affinchè non si uniscano, Floire figlio del “re” dei Saraceni di Spagna, ritrova Blancheflor, figlia di uno schiavo cristiano di nobile nascita, nascondendosi in  un cesto di fiori nell’harem del sultano.

Lo stesso avviene in Alcassino et Nicolette, un chantefable (alterna canti e prosa). Qui è Nicolette, schiava saracena convertita al cristianesimo, figlia del re di Cartagine, che travestita da menestrello, ritrova Alcassino, figlio del conte Gavin di Beaucaire.

Anche l’Escoufle di Jean Renaut tratta il tema di amanti che si dividono accidentalmente durante la fuga dalla corte dell’imperatore e alla fine si ritrovano.

Il Guillaume de Palerne unisce il tema della fuga degli amanti a quella degli “animali grati” che li assistono.

Vi è ancora il popolare Partenopeus de Blois, simile alla storia di Amore e Psiche di Apuleio.

Nei primi anni del XIII secolo troviamo Galeran de Bretagne, attribuito a Jean Renaut. Galeran ama Fresne, una trovatella cresciuta in un convento; la corrispondenza tra i due viene scoperta, e Fresne viene mandata via, ma ritrova Galeran giusto in tempo per impedirgli di sposare sua sorella gemella Fleurie, nella quale vedeva solo il riflesso della sua amata.

Una serie di romanzi trattano del tema del cavaliere che si impegna in avventure per dimostrare alla sua donna che egli è degno del suo amore, tra questi Ipomedon di Hue de Rotelande e Gui de Warewic di anonimo anglo-normanno del XIII secolo.

Vi è poi la materia dell’”eroina perseguitata” detto anche “tema Imogen” dal suo uso in Cymbeline di Shakespeare. Segnalo Guillaume de Dole di Jean Renart, il Roman de Violette di Gerbert de Montreuil, La Manekine di Philippe de Beaumanoir, La Contesse d’Anjou e L’Uomo di Chaucer di Jean Maillart.

I manoscritti che tramandano il Guglielmo d’Inghilterra sono due: P (Parigi) e C (Cambridge), esiste inoltre una redazione rimaneggiata in spagnolo E (come Escorial) che collima prevalentemente con P.

I due manoscritti divergono per essere il manoscritto C tendente al poema ascetico, mentre il manoscritto P più didattico.

Ad oggi ci sono quattro edizioni critiche del Guglielmo d’Inghilterra: del 1840, basato sul manoscritto P, ed. Michel; del 1899, manoscritto C e parzialmente P, ed. Föester; del 1927, basato sul manoscritto P, ed. Wilmotte; del 1988, che riprende l’edizione Föester, ma tiene conto della discussione filologica di oltre un secolo, ed. Holden (questa edizione rifiuta in modo tassativo l’attribuzione a Chretien de Troyes).

Lo stemma codicum nel caso del Guillaume non serve, in quanto P non deriva da C o viceversa, non si può dimostrare la parentela tra i due codici, e neanche la discendenza da un unico archetipo.

Non ci sono tuttavia tra P e C divergenze talmente ampie che comportino scelte importanti.

Nei pochi casi in cui nella nostra edizione critica (Wilmotte) i versi sono tratti da C, essi sono indicati con le lettere in corsivo (a,b,c…).

Nel caso del verso 2364 e segg. C non è scelto per avere una lezione migliore, ma perché P presenta una lacuna.

Un discorso va fatto per il verso 2368, dove P ha avoir (con il senso di avere come possesso), mentre C ha coitise, il nostro testo sceglie il manoscritto di base P (Föester), dunque avoir.

La lezione coitise sta per seccare, pretendere, pungere, assillare, dar fastidio ed è la dizione preferita dal prof come lectio difficilis e più probabile, anche nel contesto dell’incontro fortuito con la regina nel porto di Sutherland. Wilmotte sostiene invece che coitise sia troppo cavilloso, perciò improbabile.

Virdis preferisce coitise, anche perché avoir viene ripetuto due volte di seguito prima della lacuna anzidetta, dunque potrebbe essere stato indotto anche successivamente come lezione facile.

Le differenti lezioni dei due manoscritti indicano, da un lato che il manoscritto C tende all’ascetico, mentre il manoscritto contiene P è più didattico e romanzesco.

Si ha notizia di altre tradizioni di questa storia come Dit de Guillaume d’Angleterre con stesure differenti, risalenti al sec. XVI, ma riferite a manoscritti del XIV sec. e conservate presso la Sala Rari della Biblioteca nazionale di Francia François Mitterrand, la cui edizione critica è stata curata da Silvia Buzzetti Gallarati.

Bibliografia:
Maurizio Virdis, in Medioevo romanzo e orientale. Il viaggio dei testi, Rubbettino 1999 (art. Dalla leggenda di S. Eustachio al Guillaume d’Angleterre)
Andrea Fassò, Michela Salvini, in Il sogno del cavaliere. Chrétien de Troyes e la regalità, Carocci 2003 (art. Come in uno specchio. «Songe» e «mensonge» da Chrétien de Troyes a Jean de Meun)
Christine Ferlampin-Acher (a cura di), Guillaume d’Angleterre, Champion 2007
Carlo Donà, Per le vie dell’altro mondo. L’animale guida e il mito del viaggio, Rubbettino 2003
Mattia Cavagna, Chrétien de Troyes (?), Guillaume d’Angleterre, Crmh 2008.

(Filologia romanza – 26.4.1996) MP

le roi vetu

Scritto da: indian
Ultima modifica: 18 Feb 2011 @ 01:34 PM

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 31 Lug 2010 @ 1:06 PM 

Lezioni condivise 44 – … Allora arde più loco
Mi rendo conto che le masse popolari faranno tesoro di questo pezzo (dovrei dire lezione, ma hic et nunc questo termine sarà usato tecnicamente con un altro significato) e sarà loro utile per combattere il capitalismo più bieco, però non esagerate con le canzonature, altrimenti ve lo dimostro davvero, scomodando magari don Milani… tuttavia, siccome siete buone e non lo farete, per farmi perdonare un po’ di noia, vi consiglio una lettura, di quelle per cui ci si leva uno sfizio, dunque da non perdere assolutamente, e sono certo che mi sarò riscattato, si tratta di Un fedele tradimento di Giulia Penzo, Ed. Perrone lab. E’ l’archetipo giusto, cercatelo sul vostro motore di ricerca personale… ma ne riparleremo…
Ci eravamo lasciati, ospite il grande capo Estiqaatsi, con la definizione e scelta di un archetipo…
Ribadito e precisato che lo stemma codicum – rappresentazione grafica dei rapporti intercorrenti tra i testimoni di un codice – non è mai finito, nel senso che l’eventuale scoperta di un altro teste è sempre possibile, consideriamo dei casi che evidenziano problemi particolari nella scelta dell’archetipo, dunque nella riproduzione dello stemma stesso. archetipo2
In presenza di varianti equipollenti, senza errori che ci facilitino il lavoro, la scelta dell’archetipo avviene necessariamente mediante il dato probabilistico, con la scelta della variante maggioritaria e la conseguente individuazione degli errori (ciò che si scosta dalla volontà dell’autore).
Si tratta di una scelta delicata che occorre far bene, ciò non toglie che illustri filologi giungano spesso e volentieri a decisioni differenti. I pre-lechmaniani si basavano sul numero assoluto dei manoscritti che riportavano una lezione presa in considerazione, senza badare se i testimoni fossero dello stesso ramo o meno; la superficialità di tale metodo è evidente, naturalmente occorre considerare i testi della stessa famiglia che riportano la stessa variante.
La legge della maggioranza per individuare le parentele viene meno in caso di lezioni difficili, meno probabili ad aversi, stilisticamente diverse, più arcaiche o con tutti i testimoni discordi.
Esaminiamo tre diverse lezioni in Meravigliosamente di Jacopo da Lentini.
Al cor m’arde una doglia,
com’ om che ten lo foco
a lo suo seno ascoso,
e quanto più lo ‘nvoglia,
allora arde più loco,
non pò star incluso:
similemente eo ardo,
quando pass’e non guardo
a voi, vis’ amoroso.
V = quanto più lo ‘nvoglia/ allora arde più loco
L = quanto più lo ‘nvoglia/ tanto prende più loco
P = quando più lo ‘nvoglia/ allora arde più in loco
Le tre lezioni concordano per la prima parte considerata e divergono nella seconda.
V presenta il latinismo loco, avente valore avverbiale e sta per,, in quel luogo.
L riporta invece loco nel senso di spazio e il significato è diverso.
P appare grammaticalmente affidabile con l’aggiunta di in rispetto a V, ma sballa la metrica.
In casi come questo di solito si scelgono le varianti comuni, semplici, in sintonia con il testo, ma in questo caso è la lectio difficilis quella giusta.
Si può agire così: è buona la prima parte + allora arde (maggioritaria), poi nonostante P sia affidabile, la lezione migliore è in V, ove loco ha il senso di (avverbio). Le altre due lezioni risultano banali con le aggiunte di prende e in.
La lectio difficilior(em) diventa scelta obbligata quando lo stemma non ci aiuta o è barchetipo2bipartito; si tratta di solito della lectio colta, arcaica, meno corrente. Troviamo un caso nel Cantico delle creature di Francesco D’Assisi.
Altissimu, onnipotente bon Signore,
Tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione.
Ad Te solo, Altissimo, se confane,
et nullu homo ène dignu te mentovare
.
Qui abbiamo la variante A confane e la B confano.
La B, si confanno, è lezione più probabile, ma anche la più banale; la A rappresenta invece la lectio difficilior, si confà, e –ne, rappresenta una sillaba paragogica, come sine, none.
Confàne è peraltro in assonanza con mentovàre, anche se solo con vocali uguali dopo l’accento tonico, è più corrente.
In caso di albero bipartito, o con varianti tutte diverse, lo stemma serve a poco e per effettuare una scelta  va considerata l’aderenza stilistica e la lectio difficilior, tenuto conto anche di forme anacronistiche che avrebbe potuto introdurre il copista. Dunque si considera anche l’impossibilità che una lezione possa essere fatta risalire all’autore.
Nella critica del testo, la diffrazione è la generale discordanza dei testimoni (tutta la tradizione di un codice) in un dato luogo del testo; dunque si è in presenza di lezioni tutte diverse l’una dall’altra. Si può avere una diffrazione in presentia o in absentia, a seconda che ci sia o meno tra le varianti quella genuina. La diffrazione può avvenire anche per accidente meccanico (taglio), cancellatura, lacuna, interferenza…
Prendiamo in esame a questo proposito diversi codici de “La vie de saint Alexis”, poema dell’XI secolo e ss., verso 155 (XXXI strofa). Si tratta del primo grande capolavoro della letteratura francese, appartenente al genere agiografico-religioso, cui la nascente letteratura volgare attinse a piene mani.
Ço di[t] la medre: ‘S’a mei te vols tenir,
Sit guardarai pur amur Alexis.
Ja n’avras mal dunt te puisse guarir.
Plainums ansemble le doel de nostre ami:
tu pur tun per jelferai por mur filz.’
La tradizione ci dà tutte lezioni diverse e poco attendibili:
L = tu del tun seinur jol frai pur mur filz
A = tu pur tun sire e pur mun chier filz
P = tu pur tun seignur jelferai por mur filz
P2= tu tun seignur jelferai por mur filz
S = l’une son fil et l’autre son amì
L e P presentano un errore metrico; A contiene un anacronismo, in quanto sire in francese antico era seignur; P2 contiene diverse criticità; L è lontana dalla tradizione ed è da scartare.
Siamo dunque in presenza di una diffrazione in absentia e occorre procedere ad ementatio; l’esame delle varianti non convince riguardo alla presenza di quella originaria.
L’emendamento riguarda sire e seignur, che si propone di sostituire con per, nel senso di pari (il rex é primus inter pares)… e il verso potrebbe essere così ricostruito: tu pur tun (maggioritario da A e P) per (emendamento) jelferai por (dai P) mur filz (maggioritaria L e P). Ma come si può facilmente notare, la critica del testo difficilmente è unanime. Basta consultare le diverse edizioni per trovare ulteriori lezioni; ne ho visto tre e sono tutte diverse da quelle già riportate:
tu del seinor, jo l’ ferai por mon fil
tu de tun seinur, jol frai pur mun filz
tu tun seinur, jol frai pur mun filz…
E’ lecito lo smarrimento se siete giunte fin qui, ma la scelta di una variante, se si pubblica un’edizione critica, va spiegata scientificamente o va almeno indicato il filologo e l’edizione che la ha precedentemente adottata… non posso spingermi oltre… il resto è gossip da sussurrare in camera charitatis… e mi son già dichiarato “prigioniero politico”… e qui sarà dura per eventuali filologi del quinto millennio, nonostante  l’era del copia/incolla, emenderanno di sicuro…
(Filologia romanza – 24.4.1996) MP

archetipo

 30 Mar 2010 @ 6:14 PM 

Lezioni condivise 40 -  Dell’archetipo

Trovarsi in presenza di un archetipo… è quasi impossibile poter essere al cospetto di un tale misterioso volume… forse in un museo o tra i testi antichi di una importante biblioteca? macché! parliamo davvero d’altro giacché l’archetipo è solo un’ipotesi cui teoricamente si risale per mezzo di copie esistenti e successive ad esso.

Sarebbe peraltro insensato, una forzatura, riferire il termine alla produzione letteraria odierna… e comunque arduo e del tutto convenzionale, volerlo individuare.

Tale rompicapo eserciterebbe il suo fascino nel suo spazio naturale, forse un vecchio convento, una situazione che possiamo evocare solo con la fantasia.

Peraltro ognuno di noi ha i suoi piccoli o grandi manoscritti – anche se oggi l’abbandono quasi totale della penna per pc e note book, rende tutto più asettico. Qualche giorno fa mi emozionavo nel rivedere alcuni testi adolescenziali e constatavo di avere difficoltà a decifrare qualche termine… ma siamo all’emulazione.

Lungi dalle banalizzazioni, la parola archetipo spalanca al nostro immaginario un mondo ancestrale, ove su leggii, scaffali o tavoli di legno, si intravedono manoscritti precedenti all’invenzione della stampa, e non si tratta di archetipi o non si può provare che lo siano, saranno solo antiche copie che incutono rispetto e soggezione e che quasi si teme sfiorare, come se altrimenti ci si caricasse tutto un passato sulle spalle.

Convenzionalmente l’archetipo è quel manoscritto da cui discendono tutte le altre copie (non è detto coincida con l’originale e quasi mai esiste fisicamente), denominate testimoni, a loro volta legate da rapporti di parentela. Tutti i testimoni devono avere almeno un errore comune, che dà la possibilità di redigere lo stemma codicum, i vari rami di fratellanza tra i codici.

Esempio di stemma codicum (o albero genealogico) (q): 

Tra diversi rami, i codici, oltre all’errore in comune, avranno un errore separativo. Nello schema c’è ad esempio almeno un errore in comune tra le copie C e D e separativo con il ramo A, ma anche C e D avranno tra loro un errore separativo.

Partendo dai testimoni si delinea l’albero genealogico – come se si operasse per delle persone in base al DNA – riconoscendo dunque le copie di una stessa famiglia, le collateralità (rapporti orizzontali) o verticali (discendenza diretta, senza errori separativi), sotto famiglie…

Altro esempio:

L 1- L2: hanno un errore in comune, fanno parte di una stessa famiglia;

P 1-3-5: sottofamiglia, errore comune con il ramo beta, comune e separativo con L.

I codici P ed M sono collaterali a L, ed M rappresenta una ulteriore sottofamiglia; né vi è rapporto verticale (diretto) tra P ed M, perché tra loro vi è un errore separativo.

E’ importante chiarire che disegnare uno stemma non serve a trovare i rapporti tra i codici, in quanto lo stemma stesso rappresenta i rapporti tra i codici.

Lo stemma codicum, per quanto e fin dove serve, è utile per la scelta delle varianti nella stesura dell’edizione critica di un testo.

Occorre precisare che la variante non è un errore, esso infatti si discosta dalla volontà dell’autore; tra le varianti invece occorre trovare quella che ne rappresenta la volontà, eliminando dunque gli errori.

La scelta tra le varianti non è immediata… ci si arriva lavorando sullo stemma, individuando gli errori (alcuni dei quali si auto eliminano evidenziando le varianti).

In questo stemma è più probabile che sia giusto monte, per il semplice fatto che è meno probabile che A e C (collaterali) abbiano coinciso nell’errore.

La preponderanza di copie recanti una stessa dizione non è un indizio che possa valere nella ricostruzione filologica di un testo, conta di più la probabilistica, la possibilità, ma non la discrezionalità.

Estiqaatsi! Fatta salva la suggestione con cui ho cercato di introdurre l’argomento, benché molto assonnato, a questo punto sentirei volentieri il parere dell’illustre grande capo Estiqaatsi…

(Filologia romanza – 19.4.1996) MP

Scritto da: indian
Ultima modifica: 18 Feb 2011 @ 01:40 PM

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 30 Nov 2009 @ 2:20 PM 

Lezioni condivise 36 -  Tecnica del testo

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Scritto da: indian
Ultima modifica: 18 Feb 2011 @ 01:44 PM

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 30 Giu 2009 @ 10:51 PM 

Lezioni condivise 32 -  L’agnizione regale

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Scritto da: indian
Ultima modifica: 03 Giu 2013 @ 09:43 AM

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 30 Apr 2008 @ 10:41 PM 

Lezioni condivise 18 -  Cist peages est assez maus…

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Ultima modifica: 03 Giu 2013 @ 09:09 AM

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 19 Gen 2008 @ 1:01 AM 


Lezioni condivise 14 – Les trois ordres nel Guillaume d’Engleterre.

Cosa non si fa per la donna angelo, per un angelo di donna… per conquistare la sua benevolenza, si passa senza indugio di palo in frasca… M’immergo nuovamente nell’evo medio, tra Re nudo, nel mondo cortese che tanto Le aggrada, lei donna, lei contessa, lei principessa, lei regina, lei Linda, lei Candida, lei Immacolata… (vedi il post: Quando i re erano comunisti… e nudi – luglio 2007).             

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Scritto da: indian
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 31 Lug 2007 @ 11:55 PM 

Lezioni condivise 9 – Guillaume d’Engleterre

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Scritto da: indian
Ultima modifica: 01 Giu 2013 @ 08:04 PM

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 30 Ott 2006 @ 5:12 PM 


lezioni condivise 3 – Lingua artificiale per stato artificiale

Riflettiamo insieme su quante cose si possono fare con la lingua, forse è la prima volta che lo faccio anch?io in modo così universale, un po? mi sorprendo e per quanto pensi, sono certo che mi sfuggirà comunque qualcosa. La lingua si può anche mordere, mostrare, serve per fischiare, gustare, leccare (e qui ci si può sbizzarrire con gli iponimi… comprenda chi vuole…)…ma soprattutto, la lingua è spesso un organo socievole nei confronti delle sue simili, piuttosto selettiva o a volte selezionata.
Un tempo le lingue le tagliavano pure, nel vero senso della parola, tant?è che l?espressione sopravvive come modo di dire (per fortuna desemantizzato) che certe madri usano come monito per i figli sproloquianti.
Anche il sardo è una lingua tagliata, ma si tratta di altra lingua e altro taglio (non siamo nel campo degli stupefacenti, né delle pratiche bestiali), parliamo di un idioma e della sua corruzione nel tempo, a causa di una lunga serie di dominazioni straniere.
Ma torniamo al nostro caro organo, senza il quale non ci sarebbe alcun idioma, ad eccezione di eventuali linguaggi strettamente gutturali o ventriloqui.
Sfuggendomi al momento la lingua di Adamo ed Eva, accontentiamoci di partire dal latino, e non è poco, visto che si incammina verso i tremila anni e sopravvive nelle nostre lingue materne.
Voglio essere banale e partire dall?analisi del sistema vocalico, nella consueta rappresentazione triangolare (per il disegno, accenti e segni diacritici, dovete arrangiarvi voi, perchè qui no pasan), basata sulla posizione della lingua (anteriore/posteriore) e della mascella (alto/basso) o della bocca (aperto/chiuso):

- i lunga — i breve —–suoni alti/chiusi—– u lunga — u breve –
suoni anteriori – e l. — e b. —– o l. — o b. – suoni posteriori

——————————– a —————————–
————————–suoni bassi/aperti——————–

– = suono lungo; U = suono breve
(la U è il massimo che questo programma consente per rendere l’idea del segno diacritico della vocale breve, pensate ad un’amaca).
Per completare diciamo che tra i ? e ed u ? o, vi è lo spazio fonetico comune.
u ed o sono i suoni più difficili da pronunciare.

Una vocale è udibile quanto più la sua fonazione è lunga ed è tanto più udibile quanto il suono è aperto/basso (a). I suoni meno udibili sono dunque i ed u brevi (suoni brevi e chiusi).
E? bene ribadire che la dicotomia alto/basso, è relativa al movimento della mascella e non ha niente a che vedere con l?altezza, quale caratteristica di una voce o di un suono (basso/acuto).
Nelle lingue moderne vi è stata la tendenza a chiudere i dittonghi antichi. Ad esempio eu ha assunto l?esito di e chiusa. Il dittongo au, ultimo a chiudersi, tende a farlo in o: ausir = udire; lauru = alloro (nel sardo); causa = cosa (nel sardo, romagnolo; si conserva invece nel rumeno).
Questo perché nelle lingue neolatine si assiste alla fusione in un?unica vocale della i breve con la e lunga , nonché della o lunga con la u breve, latine (con esiti rispettivi di e ed o, chiuse).
(vedi anche http://www.latinovivo.com/curiosita/parole.htm)
Con il passaggio dal latino ai vari volgari vi è stata anche la perdita della quantità, che caratterizzava quella lingua, distinguendo tra vocali lunghe e brevi.
A cosa è dovuta questa perdita? La probabile causa è addebitabile all?espansione del latino lontano da Roma; dunque al contatto del latino con lingue che non avevano il senso della quantità (cioè il rafforzamento espressivo) e avevano difficoltà a riprodurla. Sant?Agostino, ad esempio, sosteneva che le orecchie africane non riuscivano a distinguere tra vocali lunghe e brevi.
Il sistema fonologico latino combina quattro consecuzioni:
vocale breve ? consonante breve es. gula (u breve)
vocale breve ? consonante lunga es. gutta (u breve)
vocale lunga ? consonante breve es. solus (o lunga)
vocale lunga ? consonante lunga es. stella (e lunga) (poi nel tardo latino: stella con e breve)
La consecuzione arcaica lunga ? lunga con il passare del tempo tende a sparire, per cui si avrà in seguito l’alternanza con la breve, come *meccum diventa mecum (da md+cum); missi diventa misi (da mt+si), ma da cupa (u lunga)(nuca), attraverso vari apparentamenti con altre lingue si passa a cuppa (u breve)(coppa), l?eccezione che conferma la regola? La domanda è d?obbligo, come dirò in chiusura…
La lunghezza (ciò che noi oggi rendiamo volgarmente con l?espressione doppia) consentiva al latino di distinguere tra due parole, che oggi nel volgare, spariti quegli esisti confondiamo (faata o fata? Possiamo incontrare chi sostiene che fata derivi da fautuoe [compagna del fauno] o da fatum [destino].
Nel latino più tardo prende il sopravvento la vocale (doppia o scempia), distinta da ciò che noi oggi chiamiamo accento.
Totum (contatto rafforzativo) = tutto
Bruto = brutto
Bucca = bocca
Maccu = matto
La doppia italiana proviene dunque dalla lunghezza latina, ovvero dal valore linguistico latino di quantità.
Condiviso ciò, sperando che il vostro sonno sia lieve e vigile, adeguato ad un insegnamento ipnopedico, vorrei farvi riflettere sull?importanza delle lingue e in primo luogo della lingua materna. Considerato che il mio pubblico è prevalentemente ?italiano?, peraltro lingua nella quale mi sto esprimendo, vorrei ricordare che l?italiano (dialetto fiorentino) è rispettabile come tutti i dialetti, ovvero le tante lingue materne da tutelare, perchè conservano un inestimabile tesoro dialettologico e storico.
Ricorderei telegraficamente, che il Manzoni, su incarico savoiardo, volle estendere il fiorentino a tutto il neo stato italiano e che quel dialetto era conosciuto allora da meno del 2% della popolazione. Lingua artificiale per stato artificiale.
Lo contrastò Graziadio Isaia Ascoli, glottologo, ritenendo che fosse più giusto che si formasse una koinè in modo naturale, mantenendo le diverse parlate locali, salvo tutelare le vere e proprie lingue presenti.
La ricetta Manzoni ha funzionato grazie a tappe forzate e al grande sponsor che ne fu il fascismo. Oggi, graziadio, assistiamo al suo fallimento… mettete a parlare un veneto e un calabrese medi o un lombardo e un napoletano, per avere la controprova. Quanto alle lingue minoritarie, lo stato le ha dovute riconoscere, sebbene dopo oltre mezzo secolo dalla Costituzione, che lo imponeva.
Tornando alla domanda d?obbligo lasciata in sospeso più sopra, siccome ogni studioso può dimostrare tutto e il contrario di tutto, abbandonatevi pure a un sonno nichilista e sognate che tutto ciò non esista e siamo tutti Alice in wonderland o Pinocchio nel paese dei balocchi.

(filologia romanza ? 15.12.1995) MP
Riferimenti: poēsie = poeesie = poésie

Scritto da: indian
Ultima modifica: 23 Mag 2013 @ 02:47 PM

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