31 Gen 2015 @ 9:00 PM 

Lezioni condivise 96 – Leopardi visto da Ungaretti

Scrivere del Pensiero è sempre un grosso rischio, se poi si tratta di Pensiero controverso, è come andarsela a cercare, ma devo affrontare questo argomento, seppure non troppo direttamente. Da qualche parte avrò detto e scritto del mio rapporto con la filosofia, o per meglio dire con un certo tipo di filosofi, per questo sento la necessità di definire alcuni semplici corollari preliminari, forse banali, ma utili come premessa, come base per un discorso non troppo complesso.

Ogni animale “pensa” e tra questi l’uomo, che in più scrive, nelle sue lingue. Non tutti gli uomini che pensano scrivono i loro pensieri, ne patisce di sicuro la filosofia (che è amore per la sapienza, ma nel sentire comune anche studio del pensiero). Se a qualcuno venisse in mente di raccogliere il pensiero degli operai nelle fabbriche su varie materie, o dei lavoratori comuni, degli artigiani, dei commercianti, delle badanti e via dicendo, non so in quale branca del sapere sarebbero inseriti i loro pensieri, probabilmente in qualche branca della sociologia, peraltro è già cosa fatta. 

Un primo “sospetto” è dunque che si sia studiato fino ad ora solo il pensiero di alcuni privilegiati, questo di sicuro fino al Novecento o sbilanciandomi potrei dire fino alla Rivoluzione francese, ma non è necessario ora che sia così preciso. D’altra parte non si possono trattare tutti i Filosofi alla stessa stregua, tra loro troviamo anche chi ci piace, chi la pensa come noi in tutto o in parte… e non sarebbe neppure giusto prendersela con chi fa altre scelte. La mia è solo una riflessione, una critica, libertà legittima come quella di pensiero.

Tuttavia non posso fare a meno di dirla grossa: alcuni, forse soprattutto tra gli esistenzialisti, devono avere avuto troppo tempo libero… 

Non vorrei fare attacchi troppo diretti, alcune biografie mi spiazzano. Tutto ha una ragione ed è più giusto elaborare questa che perdersi nei pensieri, magari lontani dalla realtà. Accade infatti che nel nome di questo o quello, suo malgrado, antico, moderno o contemporaneo, si compiano olocausti, stragi o delitti bestiali. 

Atterro, in qualche modo, sulla lettura di Leopardi da parte di Ungaretti. Potrebbe sembrare qualcosa di abbastanza strano, vista la premessa, ma a volte ci sono dei motivi particolari anche per fare le cose più comuni. 

La prima impressione è che non vi siano grandi cose in comune tra i due, anzi mi si presentano alcune antitesi, ma si può scavare, si possono riferire altre opinioni. 

La prima è quella dello stesso Ungaretti, che si sente legato a Leopardi dalla teoria del Segreto. La poesia nasconderebbe il segreto del poeta, quel segreto che egli vorrebbe condividere, rivelare, ma lo fa costruendovi attorno il mistero, lo rivela in modo meraviglioso, prodigioso, servendosi di una forma che stupisca, che faccia effetto, sia spettacolare. 

Questo è abbastanza vero per diversi stili poetici, fino a un certo punto anche per la poesia di Ungaretti, mentre avrei qualche difficoltà a riconoscere in tale descrizione la poesia di Leopardi, anche se il concetto di meraviglioso può essere soggettivo, ma non se ci si riferisce al barocco come fa esplicitamente il lucchese. 

La realtà è che lui si barcamena in un bailamme stilistico tra minimalismo, frammentismo, espressionismo, simbolismo, poi ermetismo, neoclassicismo, forse anche tracce di futurismo e barocco, peraltro conditi da condizionamenti ambientali, prima l’esilio e la guerra, poi il fascismo e le vicende personali. Ne è prova anche il cambiamento di atteggiamento nei confronti del passato, della memoria, che prima gli consentiva di muoversi nel tempo a suo piacimento, fino a tornare all’innocenza del bimbo, poi viene in qualche modo rinnegata ne “Il sentimento del tempo”. 

Egli si è creato propri riferimenti tra i “cultori della segretezza”, ne ha tratto il proprio linguaggio poetico e la scelta della parola

Le comunanze sono un po’ forzate, come quella che legherebbe “L’Allegria di naufragi” e “…il naufragar m’è dolce in questo mare”. Mentre ne “Il sentimento de tempo” ad unirli c’è un pessimismo, più umano in Leopardi, portato all’estremo in Ungaretti. 

Questi ha scritto saggi, dispensato lezioni e conferenze sul poeta di Recanati, anche in Brasile. Lo scopre come poeta della decadenza, ma anche dell’innocenza, che attribuisce anche a se stesso, e ascrive il pessimismo del marchigiano alla perdita della fede cristiana. L’uomo nasce felice, ma viene corrotto dalla storia, pertanto per esserlo ancora deve mentire a se stesso: “io nel pensier mi fingo… e il naufragar m’è dolce…”, un moto ironico dalla natura circostante, conosciuta, in fusione spaziotemporale; versi accostati al senso di infinito in “M’illumino d’immenso”, che tuttavia ha un’altra storia: tutto ciò che al risveglio concede il disagio materiale tangibile e l’illogicità di una guerra. 

Ungaretti passa poi dai contenuti alla poetica, in polemica con La Ronda (apparentemente su posizioni comuni, ma più classicistiche). Egli guardava ai classici, un po’ per le direttive del regime e si inventava l’innovazione partendo da essi. 

Ciò che rendeva poetico Leopardi era la ricerca lessicale, la lingua arcaica, prima che letteraria, scolastica e colta, e se tale, non doveva apparirlo, ma essere moderna e arcaica allo stesso tempo. 

Eszter Rónaky, ungherese, docente presso l’Università di Trieste, ha rilevato quella sorta di “rivalutazione” del barocco da parte del toscano, che a suo avviso è anche del Leopardi, nella ricerca di quello che chiama il “vocabolo magico”, teso a provocare meraviglia. Ma la prof è perplessa, perché è noto che il barocco esasperava le regole fino a snaturare la poesia. E’ stato travisato il concetto per l’eccessiva importanza alla forma fine a se stessa, forse per giustificare “Il dolore”, in cui è stato visto una sorta di neobarocco. 

Quali sarebbero i vocaboli magici del Leopardi per Ungaretti non è dato sapere: forse “la donzelletta”, “i veroni del paterno ostello” o “i sempiterni calli”? Che la diacronia linguistica sia talmente mutata in così poco tempo? Che Ungaretti dominasse un italiano manzoniano, mentre ai nostri tempi, con la rivincita dei dialetti e il diritto allo studio, quei termini non appaiono così fuori dal normale? Qual è dunque questo “inesauribile segreto”: la normale mutazione di registri linguistici nel tempo o il silenzioso dimenarsi tra le imposizioni stilistiche del fascismo e il canto libero? O è appunto un mistero irrisolvibile che è memoria e rivoluzione allo stesso tempo. 

La formazione letteraria di Ungaretti contempla poeti dello spessore di Rimbaud, Mallarmé, Apollinaire, Leopardi e Petrarca e frequentazioni più diffuse con italiani come Palazzeschi, Soffici, Papini e le loro riviste (ove ha esercitato anche la funzione di critico), la considerazione di tutta la letteratura a partire dal Duecento, in cerca forse di risposte, come nella vita di una dimora, dato che si sentiva costantemente in esilio, identificandosi forse con la storia drammatica dell’amico Moammed Sceab. 

Rónaky lo spiega con l’esigenza di aderire a qualcosa, avere una patria, una letteratura, una storia, anche per la sua deriva prima militarista, poi nazionalista. Da un punto di vista più letterario, l’importanza della “parola”, della ricerca linguistica che lui trova in Leopardi, nelle sue espressioni arcaiche, è il trait d’union con il linguaggio del Petrarca, con una lingua remota, ma d’arte, dunque elegante e per questo moderna. 

Vi è dunque una linea Petrarca-Leopardi-Ungaretti? A mio avviso essa è tale solo nelle aspirazioni di quest’ultimo. Diverso è trovare in questa catena un senso di aderenza, di legame, di eredità perenne, il naturale quid della poesia. 

Un’altra affinità con Leopardi, egli sembra trovarla nel “rapporto” con  Nietzsche e precisamente nelle tesi sul nulla e sull’annientamento. Il tedesco condivide la visione di Leopardi secondo cui l’illusione dell’arte è condizione per la sopravvivenza; contro il mondo crudele è necessaria la menzogna per vivere. Per questo l’uomo è mentitore e artista per natura. Ma Nietzsche si spinge fino al superuomo, colui che sa godere della vita nel bene e nel male e concilia il piacere di vivere anche con quello dell’annientamento. Leopardi esclude questo piacere, ritenendo che chi è cosciente del nulla può avere solo il piacere della capacità di percepire il proprio destino. 

Di Leopardi Nietzsche stimava pessimismo e nichilismo. Riduceva un po’ tutto al suo pensiero negativo. Tolstoj disse che era un folle megalomane. Dal darwinismo si inventò l’idea di una selezione anche nella società umana, ove avrebbero prevalso gli individui portati alla supremazia per la loro “volontà di potenza”, criticando l’ottimismo progressista di Darwin. Teorie pericolose che sappiamo poi di chi vennero raccolte… Peccato che per dimostrare l’inconsistenza delle teorie di Nietzsche ci siano voluti Hitler, Mussolini e i loro tanti replicanti, aspiranti “superuomini”. 

(Letteratura italiana moderna e contemporanea  – 11.4.1997) MP

Scritto da: indian
Ultima modifica: 22 Feb 2015 @ 03:35 PM

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