30 Nov 2014 @ 11:58 PM 

Lezioni condivise 94 – Le ideologie del risorgimento

La propaganda dei “moderati” penetra nella gente come l’edera negli interstizi, così da sempre ci portiamo dietro dei luoghi comuni che è arduo estirpare.

L’errore della “sinistra”, da tempo, è inseguire questa categoria inesistente sul suo terreno, con il risultato che non c’è più sinistra, o almeno non c’è più come una volta. Sintetizzo il concetto.

Per questa ragione e per esperienza, diffido di chi si definisce “moderato” o anche “riformista”, perché in realtà so di avere a che fare con dei reazionari e in alcuni casi anche peggio.

Tre anni fa una parte di italiani, o forse è il caso di dire, una minoranza di italiani, ha festeggiato, anche con sfoggio di armamenti, i 150 anni di unità dello stato; unità che in realtà è sempre stata solo sulla carta sotto quasi tutti gli aspetti e che con il passare degli anni si è indebolita sempre più. Si è fatto sfoggio di retorica a più non posso, robe che non si vedevano più dai tempi del fascismo o dal neofascismo missino. Il cosiddetto “risorgimento” italiano è stato l’opposto della Rivoluzione francese ed è palese se si confrontano, ammesso che si possa, gli stati che ne sono scaturiti.

I valori della Rivoluzione non hanno mai attecchito in Italia, perché questo fantomatico “risorgimento” non è stato altro che la conquista di territori da parte della monarchia sabauda e dei suoi seguaci conservatori, anche se talvolta portavano la camicia rossa.

Certi storici si sono fatti in quattro per cercare di far passare un’anima almeno “democratica” del risorgimento, ci hanno provato in buona fede anche i partigiani, forse meno in buona fede il PCI. La mettano come vogliono: il risorgimento italiano puzza di monarchico, di vecchiume, di oscurantismo…

L’ho già detto nelle lezioni precedenti, l’argomento non mi appassiona; per quanto si cerchi di trovare qualche elemento positivo, si trova ben poco e marginale, nonostante su alcune figure si sia pompato parecchio, perché è evidente che a tanti non fa piacere avere questo “risorgimento” così culturalmente futile.

Siccome di demagogia se ne è fatta a bizzeffe, non mi unirò certo anch’io al coro; Cavour, Garibaldi e i Savoia, diventati re a spese della Sardegna, fateveli raccontare da qualcun altro. Quello del risorgimento è certo un periodo storico raccontato male; per favorire l’enfasi patriottica si è taciuto su tanti fatti che metterebbero le cose in una luce diversa e in alcuni casi si è fatta un’operazione di mistificazione, ascrivendovi fatti che con esso non hanno nulla a che vedere, relativi all’ordinaria lotta contro l’oppressore nei singoli stati, ora nelle Due Sicilie, ora in Veneto o nello stato Pontificio.

Gli “artefici” del  risorgimento, propagandato dal regime fascista e post-fascista come avanzata eroica dei garibaldini, si sono macchiati di crimini paragonabili a quelli che oggi compie il sedicente califfato islamico tra Iraq e Siria. Paesi campani, tra cui Pontelandolfo, Casalduni, Campolattaro, Auletta, sono stati rasi al suolo dal generale piemontese Enrico Cialdini, i partigiani (briganti) massacrati, le donne violentate, e del nome di questo signore e altri criminali come lui sono piene le vie di paesi e città.

Il rosso camiciato Garibaldi che incontrava baroni e notai e li riempiva di doni piemontesi, derubava la povera gente per sfamare le sue truppe. Questi e altri atti provocarono negli abitanti del sud la comprensibile reazione; i contadini si unirono ai briganti per resistere agli occupanti, una resistenza di cui i libri di storia tacciono, come del massacro dei partigiani caduti sotto le imboscate di garibaldini e piemontesi, uno per tutti il caso di Venosa in Lucania, con tre fratelli giudicati disertori, uccisi e gettati nella piazza del paese come monito. O che dire della tragica giornata del 6 agosto 1863, quando lo sciopero degli operai di Portici, costretti a lavorare 12 ore al giorno, furono soffocate nel sangue dai bersaglieri!

Lo stato ha sempre parlato di questione meridionale senza mai risolverla, ha sempre considerato le regioni a sud della linea gotica e soprattutto quelle più meridionali, come territori conquistati, li ha impoveriti, assoggettati a ruberie e privati anche della possibilità di reagire; l’ignoranza e la propaganda nelle scuole hanno fatto il resto, così che questi nemici dell’Italia, si considerano più italiani di quelli che in realtà lo sono per definizione. Un drammatico paradosso.

In questo scenario salvare qualcosa del risorgimento diventa un’operazione piuttosto complessa e quel poco che c’è non è ascrivibile ad esso, perché riguarda chi quella battaglia l’ha persa.

Le rivolte giacobine spontanee, quelle delle popolazioni affamate, le insurrezioni cittadine, tutto viene messo insieme dalla propaganda di stato in quello che viene definito risorgimento: ecco dove bisogna riscrivere la storia.

Episodi pochi, qualche uomo, ma raramente integro del tutto, forse l’unico è Carlo Cattaneo. Egli tra i pochi illuminati del tempo, era come tale molto avanti, un radicale, di sinistra, protagonista delle “cinque giornate di Milano” e fondatore della rivista “Il politecnico”; le sue teorie politiche erano originali e anticonformiste, federalista tra fitte schiere di centralisti, europeista e cosmopolita, in mezzo a nazionalisti, avvicinato agli anarchici, era attento a che la rivoluzione non diventasse distruzione, ma costruzione di uno stato giusto. Avversava dunque il conservatorismo dei ceti aristocratici e anche il moderatismo prevalente tra i liberali, in nome di un radicalismo progressista che rientrava nelle esigenze della moderna borghesia produttiva, classe autenticamente “rivoluzionaria” nell’Italia arcaica e rurale dell’epoca.

Chi altro salvare, Mazzini? Si è parlato tanto di lui in questi anni, qualcuno si è spinto a definirlo estremista, terrorista, forse perché nell’equazione con se stesso risultasse almeno qualcosa di “progressita”, ma Mazzini emerge in questo senso solo perché tutto il resto era più reazionario che si potesse. Impelagato in veti di coscienza, fondò infine una società segreta (la Giovane Italia) che ebbe solo importanza nominale. Fu arrestato, ma non costituì mai un efficace pericolo per la monarchia, tormentato da dubbi infiniti tra democrazia e populismo. Queste sue posizioni lo allontanavano dalle classi popolari e dall’azione in sé. Non riuscì mai a incidere e fu sopravvalutato anche dai suoi nemici.

Per una qualche completezza riguardo a quanto si muoveva in quel periodo cito anche il neoguelfismo, che caldeggiava uno stato sotto la guida della chiesa; l’esponente più in vista fu Gioberti (dopo varie peregrinazioni qui e là), ve lo regalo.

Santorre di Santarosa, rappresenta forse la sintesi dei personaggi del risorgimento, totalmente invischiato nella monarchia (tanto da essere ministro sotto Carlo Alberto), pensava di poter far accettare ai Savoia una monarchia costituzionale, poi perseguitato da Carlo Felice per questo,  morì in esilio partecipando alla rivoluzione greca. Né carne, né pesce.

Nel periodo cosiddetto risorgimentale in realtà accaddero cose molto più importanti, come la nascita della classe operaia e dell’ideologia socialista, la sociologia con Comte, come sviluppo del positivismo.

Con il socialismo nacque immancabilmente anche il riformismo, dovrei dunque riallacciarmi all’inizio, invece provo a succhiare due cose serie dall’ideologia riformista, che è cosa diversa dai riformisti, specie quelli odierni.
La definizione è pessima (vedi Bobbio). In realtà il riformismo nasce in ambito socialista, non come ideologia alternativa, ma unicamente come metodologia per realizzare il socialismo.
Con il tempo ci hanno messo mano in tanti, allontanando di molto l’obiettivo iniziale, ma il fatto positivo e realista, quanto utopico, è arrivare al socialismo gradualmente, secondo un processo democratico, dunque costruttivo e non distruttivo, che non sia a scapito della libertà – dunque preveda la possibilità di disobbedienza (Fromm) – e dell’uguaglianza (Jean-Jacques Rousseau).
Anche la critica, tanto osannata, della tradizione marxista, è soltanto la premessa del fare riformista, non ne è il contenuto; proprio perché il riformismo è soprattutto fare, piuttosto che contestare.
Gilles Martinet ha teorizzato il riformismo rivoluzionario, riforme politiche in stretta sintonia con l’azione di massa nelle fabbriche e nella società.

Più su ho citato l’utopia, comunemente considerata sinonimo di irrealizzabile, ma non l’ho usata in questo senso. Per Bronislaw Baczko, le utopie esprimono immagini-guida, idee-forza, talvolta verità premature, utili a mobilitare energie collettive e ad orientarne le speranze.

(Storia del risorgimento  – 7.4.1997) MP

Scritto da: indian
Ultima modifica: 25 Gen 2015 @ 10:39 PM

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