30 Apr 2014 @ 11:59 PM 

Lezioni condivise 88 – Il sentimento del tempo  

Le cose peggiori che era necessario dire su Ungaretti sono state dette, forse anche le migliori possibili, per cui esaminando la sua produzione di regime e i cambiamenti di stile netti dall’Allegria al Sentimento del tempo, inutile farsi tanti scrupoli.

Il suo appiattimento stilistico rispetto alla prima produzione e le scelte difformi dalla sua biografia precedente alla grande guerra, lasciano perplessi e non c’è modo di trovargli giustificazioni.

La nuova “poetica” era imposta dalla dittatura, ovvero dalle sue ramificazioni minculpoppiste, e Il Sentimento del tempo – sua seconda silloge del 1933/36, 70 poesie – ne è il frutto. E’ vero che non fu il solo ad aderire al regime, ma i più hanno l’attenuante della giovane età e soprattutto l’aver preso a un certo punto le distanze dal fascismo, cosa che il “nostro”, come abbiamo già detto, non ha mai fatto, anzi ne è stato per certi versi un soccorritore, ha cercato di mettere tutto e tutti sullo stesso piano, come fa ancora la destra, comprese le zone grigie del PD.

Il sentimento del tempo è molto diversa dall’Allegria, per stile e contenuti. La forma ripristina la metrica classica, punteggiatura, aggettivi, uso regolare della sintassi, ricercatezza delle parole, la retorica, l’allusione, polivalenza, ermetismo, spazi tra i versi, strofe brevi a rima libera e vari tecnicismi arcaici.

L ’Allegria invece si basa sull’assenza di metrica, di punteggiatura, di aggettivi, il verso era libero, la sintassi trascurata, le parole concrete e comuni, i versi essenziali senza figure retoriche, solo similitudini; il linguaggio scarno e intenso, i versi franti, spezzettati, versi-parola, versi aggressivi.

La guerra ha cambiato tante cose e principalmente ha portato il fascismo, ragione politica del cambiamento del lucchese, uomo ubbidiente al duce, al punto da non vedere il liberticidio che il dittatore aveva prodotto in Italia. Ungaretti era perfettamente integrato nell’ideologia fascista, la sua libertà era solo metafisica.

Le altre ragioni che vengono sollevate per un cambiamento simile, non sono a mio avviso determinanti: quelle personali – il trasferimento a Roma, il matrimonio con Jeanne Dupoix, la paternità, la morte della madre, il disagio economico; culturali – la collaborazione con La Ronda di Vincenzo Cardarelli e il ritorno all’ordine anche metrico, al nuovo classicismo, diretta conseguenza della stretta del regime, che dettava le sue leggi su tutto (quelli di “Ragioni di una poesia” del 1949 sono pretesti, tentativi di dare una motivazione “poetica” al cambiamento, in contraddizione con la passata vicinanza al simbolismo francese); religiosi – la “conversione” al cattolicesimo (convertirsi e aderire al fascismo è una bella logica!)

Semmai gli elementi non politici possono aver inciso sui contenuti: l’osservazione del paesaggio romano, d’estate, paragonato al barocco (che sbriciola e ricostruisce), un rapporto tra vita e morte; il sole, visto nella sua funzione implacabile, violenta, accostato a una “libertà” che rende prigionieri.

In questo senso egli stesso individua tre momenti della raccolta: il paesaggio come profondità storica; la civiltà minacciata di morte e dunque il destino dell’uomo in relazione con l ’eterno; l’invecchiamento, il perire della carne.

L’opera consta di sette sezioni: “Prime” (1919-1924), ancora vicina all’Allegria;  “La fine di Crono” (1925-1931), pre-ermetiche, già con elementi neoclassici: paesaggi estivi e pensieri metafisici, poesie oscure come L’isola e Fine; “Sogni e Accordi ” (1927-1929), paesaggi, ambiente, ove l’uomo è Stanca ombra nella luce polverosa; “Leggende” (1929-1935), poesie dedicate a persone care morte, ermetiche e tradizionali; “Inni” (1928-1932), riflessione sulla condizione umana, una sorta di rapporto dialettico con Dio, cui si chiede ragione dei tormenti dell’umanità, riconoscendo infine la natura malvagia degli uomini.

Questa sezione comprende La Pietà, Caino e La Preghiera, considerate le migliori della raccolta, si tratta di una trilogia con versi ermetici e polisemantici, scritti durante la conversione religiosa.

La pietà è ritenuta la migliore, esprime la disperazione dei suoi primi 40 anni. Reca epigrafi, domande retoriche. Non ci vedo livelli ieratici alti e tanto meno l’accostamento ai salmi, azzardati da alcuni critici.

No, odio il vento e la sua voce/ di bestia immemorabile./Dio, coloro che t’implorano/ Non ti conoscono più che di nome? (…) La luce che ci punge/ è un filo sempre più sottile./ Più non abbagli tu, se non uccidi?/ (…) E per pensarti, Eterno,/ non ha che le bestemmie.

Il discorso prosegue in Caino, raffigurato in senso mitico e storico:

Corre sopra le sabbie favolose/ e il suo piede è leggero./ O pastore di lupi,/ hai i denti della luce breve/ che punge i nostri giorni“. Una luce breve in cui si intravede già la notte eterna.

Sei tu fra gli alberi incantati?/ E mentre scoppio di brama,/ cambia il tempo, t’aggiri ombroso,/ col mio passo mi fuggi…”.

L’uomo non è onesto di natura, sostiene Ungaretti, si dibatte nella primordiale tendenza umana al peccato, sempre in conflitto tra l’istinto violento e il desiderio di innocenza. Ma il brano, pur nella sua rappresentazione pacata, riporta un’immagine molto pericolosa, specie se espressa da un aderente al fascismo, è l’attacco alla Memoria, sia sotto il profilo storico che intellettuale. La Memoria non sarebbe onesta perché ricorda al peccatore il suo delitto, che ha oblio solo nel sonno. Allontanando la memoria del peccato si tornerebbe innocenti. Sembra satira! E’ la ricerca di alibi per tutte le nefandezze commesse dal duce? Gli interpreti benevoli suggeriscono che Ungaretti intenda semplicemente inibire la memoria onde evitare la ripetizione di fatti efferati, ma che significa? E’ esattamente il contrario dell’insegnamento umanitario di Dostoevskij in Delitto e castigo: per espiare un delitto occorre ravvedersi, guadagnarsi così una nuova possibilità di vivere, senza rimuovere nulla. Ma quella debole giustificazione è smentita dal poeta stesso quando contrappone innocenza e Memoria, che definisce “figlia indiscreta della noia”. Il Pensiero è dunque noioso? Questo è oscurantismo intellettuale, il capovolgimento di un valore; ed è inutile che si cerchi soccorso in Leopardi, per il quale era noia la nostalgia delle occasioni perdute, in un contesto peraltro personale e non sanguinario. Qui siamo invece a predicare l’incoscienza/innocenza contro l’indiscreta scomoda Memoria che ricorda un fratricidio.

Il concetto torna ne “La terra promessa”: Memoria di Didone, IV coro “Solo ho nell’anima coperti schianti,/ equatori selvosi, su paduli/ brumali grumi di vapore dove/ delira il desiderio,/ nel sonno, di non essere mai nati”.  Ma qui si tratta di dimenticare un dolore, non un delitto, anche se la Memoria è sempre consolatrice e aiuta nei passi successivi.

La preghiera chiede perdono per i peccati degli uomini; rappresenta la raffigurazione delle anime dopo la resurrezione dei morti, che si uniranno e formeranno l’eterna Umanità e il sonno felice di Dio.

Come dolce prima dell’uomo/ doveva andare il mondo./ L’uomo ne cavò beffe di demòni,/ (…) Signore, sogno fermo,/ fa’ che torni a correre un patto./ Oh! rasserena questi figli (…)Vorrei di nuovo udirti dire/ Che in te finalmente annullate/ le anime s’uniranno/ e lassù formeranno,/ eterna umanità,/ il tuo sonno felice.

La sesta sezione della silloge è “La morte meditata” (1932), sei canti sulla morte, vista con distacco, impersonata da una donna. Stile ermetico, nominalistico, evanescente e indistinto.

La settima sezione, “L’amore” (1932-1935) comprende otto poesie aggiunte nell’edizione del 1936. L’amore ispirato da donne lontane, sempre in chiave ermetica e indefinita.

(Letteratura italiana moderna e contemporanea  – 14.3.1997) MP

Scritto da: indian
Ultima modifica: 19 Mag 2014 @ 04:25 PM

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