31 Dic 2013 @ 11:55 PM 

Lezioni condivise 84 – Il teatro della pietra

Credete in qualcosa? Almeno in lupus in fabula dovete credere!
Metto subito le carte in tavola: devo trattare di teatro, di teatro della pietra, e ciò basterebbe ai più accorti per pensare a uno scultore sardo geniale, apprezzato a livello internazionale. Il suo nome ha cominciato a risuonarmi intorno quando, ancora adolescente, attraversai per la prima volta San Sperate e potei vedere i famosi murales di cui avevo sentito tanto parlare e dei quali egli fu il principale artefice. Nel 1968, di ritorno da alcune esperienze all’estero, proponeva al paese natale la sua rivoluzione culturale. Per cominciare lanciò l´iniziativa di imbiancare tutti i muri delle case di fango (ladiri) e su quei muri furono poi dipinti i primi murales.
Da allora Pinuccio Sciola è un celebrato artista alternativo, per non dire underground. Lo incrociai nuovamente con il mio avvicinamento concreto al movimento per il bilinguismo in Sardegna e in quello stesso periodo lo incontrai per la prima volta in occasione di uno dei tanti momenti celebrativi in onore di Antonio Gramsci, quando tenne contemporaneamente una mostra e un laboratorio attivo in piazza.
Potrei continuare a raschiare il barile dei ricordi e degli echi… Il 7 marzo di qualche lustro fa, un venerdì, alle nove da poco passate, entrato nella gloriosa aula 3 della Facoltà di lettere (la mia facoltà ha tante aule gloriose) per assistere alla lezione di Storia del teatro e dello spettacolo con prof. Bullegas, trovai un ospite, appunto Sciola.
Ho speso qualche ora a cercare l’introvabile per ampliare appunti scarni, ma ieri mattina – sarà il potere delle stelle, che aleggia sempre quando si tratta di pietre, o quello che volete – l’artista si è palesato, e ho avuto a disposizione la fonte diretta delle mie ricerche per chiarire alcuni punti insoluti. Ecco l’avvenirismo 2.0, altro che google! Un po’ come fare una ricerca sulla Rivoluzione francese e ritrovarsi accanto Danton, Marat, Robespierre e Sanjust insieme. Piccole cose, ma entusiasmanti.
Scultore e pittore autodidatta in gioventù, nel 1959, grazie a una borsa di studio, poté accedere al Liceo Artistico di Cagliari. Completò gli studi presso la facoltà di Magistero a Firenze e l’Università della Moncloa in Spagna; seguì un corso di scultura all’Accademia internazionale di Salisburgo. Ebbe presto una cattedra al Liceo Artistico di Cagliari fino al 1986. Nello stesso periodo promosse la Scuola Internazionale di Scultura a San Sperate. Nel 1973 lavorò a Città del Messico con Siqueiros. Dal 1990 al 1996 ha insegnato Scultura presso l’Accademia di Belle Arti di Sassari.
La sua carriera è poi costellata di importanti presenze a mostre internazionali, tra cui Venezia, Monaco, Messico, Spagna, Cuba.
L’incontro di quel 7 marzo ebbe inizio con una curiosità che capitò allo scultore all’apice della sua fama, una sorta di incontro con la burocrazia italiota, figlia di una certa retroguardia stantia e nostalgica. Nel concorso per accedere all’insegnamento presso l’Accademia delle belle arti, per Scultura, gli fu attribuito il punteggio zero e ciò gli valse una lettera di solidarietà dell’allora presidente della regione Sardegna, Federico Palomba, che in quell’occasione ci venne letta.
Ma la vera lezione fu sulla pietra. Pietra da tempo moderatamente celebrata da poeti, letterati, profeti, maestri di muro, ma chi può trarne la sintesi tra filosofia e empirismo, tra idea e materia, è certamente lo scultore e Sciola è andato ben oltre, ha dato voce alle pietre.
La pietra è il segno per eccellenza della terra, un elemento fondamentale della vita da sempre. Scolpire è interagire con la natura e la scultura è il teatro della pietra, in un certo senso è restituire dignità al creato, un gesto sacrale per la rigenerazione planetaria. Mostrare la terra, a volte invisibile, a volte disconosciuta, è la funzione dell’artista.
Le pietre sono città sonore, opere d’arte che non si vedono, semi di pace nascosti dall’aratro. La natura è protagonista di questo teatro, per cui ha davvero senso applaudire un albero e premiare il vento.
Sciola a San Sperate ha un giardino dove le sue opere di pietra sono esposte come tanti menhir per rinnovare la profonda cultura megalitica sarda, dalle tombe dei giganti – i tanti Gemitoriu che di quelle hanno la disposizione e conformazione – ai nuraghes. Queste pietre di basalto, scolpite, laminate, suonano nei modi più vari al tocco leggero di una scaglia litica, il suono viene da dentro ed è velato di mistero.
Le pietre sonore sono sculture simili a grandi menhir che risuonano a trisiadura. Le loro proprietà sonore sono ottenute applicando delle incisioni parallele sulla roccia. Sono capaci di generare suoni articolati, con differenti qualità a seconda della densità della pietra e dell’incisione, suoni che ricordano il vetro o il metallo, strumenti di legno e perfino la voce umana.
Esse, dall’inizio degli anni novanta, sono state esposte in tutto il mondo, sono stati organizzati concerti in cui queste sculture sono diventate veri e propri strumenti musicali e fonte di ispirazione per artisti, musicisti e compositori.
Nel 1991 Sciola visitò l’Isola di Rapa Nui (Pasqua), ombelico del mondo, territorio cileno del profondo Pacifico. Ospite in casa di un nativo, osservò, fotografò e rilevò, un manufatto simile a un nuraghe. Quando proiettò le diapositive senza dire dove fossero state realizzate, non ci furono dubbi che si trattasse di nuraghes.
La fantasia cominciò a navigare, bloccata subito dalla ragione. Prima delle grandi scoperte geografiche tra la Sardegna e quell’isola sperduta del Pacifico non ci fu di sicuro alcun rapporto. Un dilemma irrisolvibile, a meno di invocare nuovamente le stelle e i misteri irrisolti delle grandi opere megalitiche del passato, da Stonehenge alle Piramidi, dai Menhir ai Nuraghes.
La scoperta di Sciola non ebbe il risalto che pareva meritare. Ne parlarono i quotidiani isolani, ma non ci fu il clamore che avrei immaginato e che forse avrebbe avuto se nell’isola di Pasqua fosse stata ritrovata una Piramide o un dolmen simil Stonehenge. Cosa non ingrana quando c’è di mezzo la Sardegna?
I Nuraghes – II millennio a.C., età del bronzo, ne restano circa 7.000 – non sono meno misteriosi delle altre opere megalitiche, forse di più, se non altro perché meno studiati, eppure non attraggono quanto quelle, né a livello turistico, né scientifico, quasi si dicesse alla Sardegna, come si permette… per non parlare di chi proponeva di spostare i nuraghes che disturbavano potenziali e illusori progetti megaedilizi e commerciali, o voleva integrarli in essi, tanto erano i frigoriferi dell’età del bronzo (sic!) – datazione nostra, chi ha espresso un concetto così altamente culturale ne è certamente ignaro.
I nuraghes di Rapa Nui restano dunque testimonianza nelle schede dei ricercatori dell’Università di Cagliari, nella memoria di prof. Lilliu e di altri studiosi, interpellati in merito da Sciola, ignorati anche da chi continua a elaborare teorie su Atlantide e su una globalizzazione preistorica realizzata dai Shardana, magari con aiuti cosmici.
Certo questa scoperta sull’isola di Pasqua è curiosa e fa il paio con il ritrovamento dei kolossoi nel Sinis contro gli oltre trecento Moai (anche se questi datano 1000 d.C) disseminati nell’isola del Pacifico, grande poco più di un terzo la Sardegna e con soli 4.500 abitanti, senza piante e animali, ma con un turismo smisurato. Per il momento noi attraiamo solo la speculazione edilizia costiera.
Avrei potuto sintetizzare il mio scritto con questi versi del maestro:
Ho vissuto ere geologiche interminabili./ Immani cataclismi hanno scosso/ la mia memoria litica./
Porto con emozione i primi segni/ della civiltà dell´uomo./ Il mio tempo non ha tempo. (Pinuccio Sciola)
(Storia del teatro e dello spettacolo – 7.3.1997) MP

Scritto da: indian
Ultima modifica: 09 Gen 2014 @ 09:21 AM

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