30 Apr 2013 @ 11:54 PM 

Lezioni condivise 76 – Stato artificiale and the masses

Un riesame della politica italiana tra ottocento e novecento mostra diverse analogie con quella odierna; non solo episodi, ma anche metodi e soprattutto corruzione, clientelismo, trasformismo. Oltre ad osservare che la storia ha insegnato poco alla maggioranza degli spregiudicati politici italiani, ne dedurrei che non si tratta di corsi e ricorsi storici, ma prevalentemente del peccato originale di una classe dirigente perennemente corrotta, salvo forse quando si tocca il fondo ed è necessario risorgere dalle rovine, come dopo la Liberazione e la nascita della Repubblica. Anche allora non servirono tanti anni per tornare alle cattive abitudini, con picchi diversi, da Tambroni all’affare Lockheed, dallo stragismo a gladio/P2, da mani pulite al berlusconismo. Il vizio della casta è più forte dell’indignazione della gente, in gran parte assuefatta o addirittura arruolata nel malaffare dei partiti azienda.

La politica onesta è sempre esistita, come i veri Cristiani, ma è in netta minoranza, ha pochi mezzi; la gente è restia al cambiamento perché pensa sia più conveniente stare col più forte, il più ricco, il più cazzone, che riesce a fare una politica antisociale quando sta al governo per poi attaccarla durante la campagna elettorale, prendendo i voti dello stesso popolo che ha appena danneggiato.

Non vi è dubbio che questo peccato, così solido e irriducibile, si sia formato e radicato con le caratteristiche dei fondatori dello stato italiano, la famiglia Savoia, e basta andare a vedere con che genere di politica questi aristocratici provinciali sono arrivati a prendere e mantenere il Regno di Sardegna, la politica delle alleanze, dei voltafaccia, di strategie, di fortuna, di colpevoli aiuti; e dopo l’unità, con la politica dei privilegi, dello sfruttamento di un popolo tenuto alla stregua delle tirannie medievali, specie in quella parte “liberata”, a sud.

Da tale origine hanno avuto luogo i mali con cui ancora ci confrontiamo: mafie, mezzogiorno, corruzione e che ciò sia attuale lo dimostra il governo che si è insediato or ora, che mantiene una tassazione generale insostenibile per le classi meno abbienti, ma si accinge a tagliare l’IMU a tutti, favorendo sostanzialmente i ricchi, è la solita minestra: leggi ad personam dall’impero all’orinale…

Il risorgimento ebbe diverse anime, in un primo tempo divise tra romantici e positivisti e quelle più rivoluzionarie, come Carlo Pisacane, rimasero inascoltate, prevalsero le posizioni più moderate, il resto fu solo scapigliatura.

La storia post unitaria, culminata con la crisi di fine secolo, fu regolata dallo Statuto albertino, Costituzione dello stato sardo, poi italiano, dal 1848 fino alla caduta del fascismo. Nonostante esso non potesse essere emendato, subì delle modifiche consuetudinarie con l’avvento al governo di Cavour, che in qualche modo lo rese elastico, ad esempio nella prassi per cui la fiducia al governo veniva data dal parlamento e non più dal re. Durante il fascismo fu accantonato anche quello, ma non abrogato, scavalcato dalle leggi liberticide della dittatura.

I primi anni post unitari lo stato italiano fu governato dalla cosiddetta destra storica legata ai proprietari terrieri settentrionali e agli interessi del mondo finanziario. I suoi esponenti appartenevano al ceto aristocratico-borghese. La loro politica conservatrice si traduceva nel contenimento della spesa pubblica (ogni fatto sociale era ritenuto privato, compresa ad esempio l’istruzione) e nella tassazione dei sudditi,  vedasi la nefanda tassa sul macinato.

Complessivamente, destra e sinistra storica erano in realtà destra liberale di classe più o meno moderata, il cui spessore può misurarsi dagli aventi diritto al voto, poche centinaia di migliaia su 30 milioni di abitanti.

Quando la sinistra, con appena maggiore senso dello stato, subentrò con continuità alla destra, non furono certo avvertiti dal popolo dei benefici, semmai dagli stessi proprietari terrieri e dalla borghesia. Con l’andar del tempo le due compagini si mescolarono. Non vi era sensibilità per i bisogni sociali delle classi povere, si badava di più a migliorare il “funzionamento” delle istituzioni. Ciò fu più evidente dopo il 1870 (prese anche Roma e Venezia) con l’affermarsi del Quarto Stato, che si organizzava politicamente e sindacalmente; le differenze tra i partiti storici si appiattirono, ciò che rimaneva di risorgimentale non era più innovativo, semmai governativo.

Venivano dirette rivolte contro i proprietari, che sfruttavano i braccianti, fenomeno che in Sardegna iniziò già nel 1820 dopo la legge delle chiudende, con il moto de Su connotu. Il governo rispondeva con programmi velleitari e inutili alle masse popolari.

La sinistra storica, ebbe stabilmente il governo dal 1876 per oltre un decennio, leader ne era Agostino Depretis, esponente della Sinistra giovane costituzionale. Era formata prevalentemente dagli eredi di Mazzini (molto più moderati del loro leader, abiurarono perfino il simbolo) e garibaldini, dal nascente ceto industriale e commerciale. Lungi dal segnare il passaggio dall’immobilismo al dinamismo politico, fu in realtà molto lenta e parziale, favorì la media borghesia. L’equità fu come oggi un miraggio, scarsi segnali, come l’allargamento del suffragio (condizionato) e dell’istruzione.

Depretis ebbe cura di escludere l’estrema sinistra, coinvolse invece la destra (Minghetti, suo predecessore), galleggiava nel centrismo moderato e trasformista, nell’inciucio che porta sempre corruzione e ricatti. La tassa sul macinato fu tolta solo nel 1884. L’industrializzazione e i progressi negli scambi commerciali (navigazione) causarono la crisi agraria e il ritorno del deficit pubblico. Depretis diede origine al trasformismo e propagandò la necessità di confondersi con la destra (PD).

Nel 1887 salì alla ribalta del governo Francesco Crispi, forte di una fama che non onorò, anzi disonorò, nonostante il suo ministro Zanardelli riuscisse ad abolire la pena di morte, a togliere il divieto di sciopero e ampliare il diritto di voto. La sua politica fu presto spiccatamente autoritaria e di polizia, invisa perfino alla destra storica.

Un po’ di tregua fu rappresentata dal primo governo Giolitti (1892), liberale, che tendeva a distinguere i problemi di ordine pubblico dalle proteste di natura sociale su salari e condizioni di lavoro. Travolto tuttavia dallo scandalo della banca di Roma, nel 1893 gli subentrò lo stesso Crispi e immediatamente si tornò alle leggi liberticide. Nel 1892 era nato il Partito dei Lavoratori Italiani che nel 1893 divenne il Partito Socialista Italiano, la data coincide significativamente con l’avvio della repressione delle classi subalterne, dei “fasci siciliani” e lo stesso partito socialista fu sciolto. Crispi affondava sul fronte colonialista, tuttavia il suo successore, Di Rudinì, nel 1898 realizzò la più feroce repressione contro i tumulti per il rincaro del pane, diventati poi insurrezione popolare; in questo contesto si consumò in maggio, a Milano, la strage del generale Bava Beccaris, che fece sparare sulla folla anche con i cannoni, lasciando a terra oltre 100 morti. Ebbe quindi seguito la repressione giudiziaria, appoggiata anche dai liberali e dalla stampa, contro socialisti, anarchici e democratici in genere, ne fece le spese tra gli altri Filippo Turati, condannato a 12 anni di carcere. Il generale ottenne invece onorificenze e premi da Umberto I, che subì la vendetta popolare il 29 luglio 1900, a Monza, per mano dell’anarchico Bresci, tornato appositamente dagli Stati Uniti.

Nel giugno successivo alla strage il governo passò in mani militari, quelle del generale Pelloux e la repressione proseguì. Nelle elezioni del giugno 1900 il successo della sinistra socialista e democratica provocò le dimissioni del governo.

Nel 1901, Giolitti, diventato ministro dell’interno nel governo Zanardelli, poi presidente del consiglio per circa un decennio, riportò un clima di tolleranza, la libertà di sciopero, di riunione, associazione e stampa. Dichiarò la neutralità del Governo nei conflitti tra capitale e lavoro, in buona sostanza se ne lavò le mani. Intanto nel PSI si impose il cosiddetto “massimalismo”.

Nel 1913 si svolse la prima elezione a suffragio universale maschile. Nel 1914 con Salandra, venuta meno la mediazione giolittiana, scoppiarono una  serie di disordini (Settimana Rossa) che interessarono tutta l’Italia.

Dopo la grande guerra del Capitale, combattuta dai proletari, le cose migliorano con Francesco Nitti (1919), che eliminò le vecchie clientele giolittiane e introdusse il prezzo politico sui generi di prima necessità, come il pane, ma era politicamente debole. Siamo ormai alla vigilia del fascismo.

Nel 1919, dalla fusione tra i Fasci Italiani di Combattimento e i Nazionalisti, nacque il Partito Fascista di Mussolini. Nitti fu costretto a dimettersi mentre infuriavano i disordini fomentati dagli squadristi. Tornò un Giolitti meno “illuminato” che nel 1921 decise la graduale abolizione del prezzo politico del pane, mentre i fasci di combattimento agivano in funzione antisocialista, con vere e proprie azioni militari contro le fabbriche occupate; Giolitti stava a guardare.

Nasceva il Partito Comunista, ma anche il PNF. Ormai era Mussolini che comandava, gli si prostrò la chiesa, poi il Partito popolare, lo stesso re, che invece di opporsi alla marcia su Roma fece dimettere Facta e nominò presidente del consiglio il duce. Iniziò un ventennio d’inferno e vergogna.

(Storia del risorgimento  – 19.2.1997) MP

Scritto da: indian
Ultima modifica: 16 Mag 2013 @ 10:17 AM

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