28 Feb 2013 @ 11:50 PM 

Lezioni condivise 74 – Alle origini della drammatizzazione

Una buona motivazione per cercare di inquadrare, oggi, le origini del teatro, è che la vita stessa, sociale o privata, si manifesta sempre di più come una clamorosa farsa, al punto che si è persa una buona dose del senso del ridicolo e a certi livelli si fa una grande confusione. Abbiamo appena assistito a una campagna elettorale nella quale sono scesi in campo guitti anche di infimo ordine, che tuttavia hanno catturato la seria attenzione di importanti percentuali di popolazione ormai priva di spirito.

Il resto del mondo, forse più serioso, ma che ha anche smesso di credere prima di noi alla Befana, ci guarda attonito vedendo, ad esempio, che siamo riusciti a trascinarci fino al 2013 la storia che “i comunisti mangiano i bambini”, cosa che ha sempre fatto ridere tutti, ma che Berlusconov, grande amico di Wolandevic, è riuscito in questa neo bassa età di mezzo a far credere vera e a far studiare a memoria in qualche scuola privata brianzola.

Se è vero dunque che il teatro è stato fin dalle origini rappresentazione della vita, è meno ragionevole che la vita si trasformi in teatro tout court.

Per tagliare la testa al toro sulla data di nascita del teatro potremmo dire che esso è nato con l’uomo, che affonda nel passato remoto, nelle radici della storia. Un semplice atteggiamento può rappresentare un comportamento teatrale, un istinto religioso o successivamente un culto, con i suoi riti e le sue scenografie, che costituiranno in seguito gli elementi basilari della drammaturgia delle origini, ma che l’antropologia culturale e più specificamente, teatrale, continua ad individuare ancora oggi.

All’origine, al di là di azioni individuali e spontanee, vi sono i riti propiziatori di ogni genere, più di tutti quelli legati al ciclo delle stagioni, dunque all’attività agricola e ai fenomeni atmosferici; in società appena più evolute subentrano anche i riti sociali legati al ciclo della vita, agli avvenimenti, i riti iniziatici. Una lenta evoluzione introduce la mimica, la danza, la musica, il trucco, il costume, le maschere. Elemento fondamentale in questa fase primitiva è la partecipazione del pubblico, ovvero il pubblico è anche attore. Circostanza recuperata dal teatro contemporaneo sperimentale e d’avanguardia, ivi comprese tante compagnie attente alla ricostruzione del passato.

Il primo salto di qualità vero avvenne nella Grecia del V secolo a.C., ove cominciò a distinguersi tra tragedia (emanazione dei culti dionisiaci) di natura appunto tragica, drammatica, e la commedia (non sacra) con contenuti comici, spesso a lieto fine.

Un’evoluzione decisiva per il teatro è rappresentata dalla Poetica di Aristotele (III sec. a.C.), dove l’arte viene analizzata in tutti i suoi aspetti, compreso il teatro. Il testo diventa una sorta di vangelo dell’arte e terrà banco fino alla nascita del teatro moderno.

In Grecia con il teatro nasce anche l’edificio ove esso viene rappresentato, che prende la forma delle sistemazioni primitive: il pubblico in circolo su un pendio e gli attori ai piedi dello stesso, in piano; in seguito su queste colline sorgeranno le gradinate, fino alla costruzione degli anfiteatri. Dalle rappresentazioni sacre con il coro narrante, piuttosto statiche, si arriva ai dialoghi con la tragedia, mentre in seguito con la diffusione del teatro popolare (nei mercati, nelle feste), nascerà la commedia.

Durante l’impero romano il teatro veniva rappresentato in edifici di legno, gli attori usavano delle maschere, efficaci anche per l’acustica. Dello spettacolo si faceva spesso un uso politico.

Con il crollo politico di Roma scomparve il teatro classico, che riuscirà a riemergere grazie al mantenimento delle sacre rappresentazioni, questa volta cristiane, che la chiesa usava anche a fini liturgici e didattici per il popolo.

Nel basso medioevo, si ripartirà dalle comunità che celebrano se stesse, dalla loro vita, dall’amore come necessità di scambio, dalla festa come necessità di socializzare, comunicare, manifestare, mostrarsi, offrire. Il teatro è dunque lo specchio della vita, è un bisogno primitivo di rappresentarsi senza necessità di codifiche o normative, che verranno molto dopo con la professionalizzazione del mestiere dell’attore.

Fatti salvi i testi teatrali degli autori classici (i greci Eschilo, Sofocle ed Euripide, il romano Seneca, tragediografi; i greci Aristofane, Menandro e i romani Livio Andronico, Plauto e Terenzio, commediografi), la scrittura di testi di teatro esordirà con semplici canovacci (annotazione delle improvvisazioni degli attori in scena), tra trecento e cinquecento, quando nasce il genio di Shakespeare e la commedia dell’arte; compaiono anche i primi anfiteatri al chiuso e autori come Goldoni, Ariosto, Machiavelli…

In Sardegna, grazie all’opera Santuario de Caller, y verdadera Historia de la invencion de los cuerpos Santos hallados en la dicha Ciudad y su Arobispado, compuesta por el R. F. Seraffin Esquirro Teologo y Predicador de la Orden de Padres Capuchinos de san Francisco de la Provincia de Serdeña y natural de Caller, 1624, abbiamo il documento di una eccezionale sacra rappresentazione, particolarmente movimentata. Il testo originale è riportato ne “L’effimero meraviglioso” di Sergio Bullegas, Cagliari 1995.

Quella raccontata da Esquirro, in piena Sardegna “spagnola”, è la processione drammatica, coreografica, fastosa e festosa delle reliquie di santi martiri rinvenute in Cagliari nel 1614 nell’antica basilica di S. Saturnino, e della traslazione di esse nel santuario fatto costruire appositamente.

Nel testo viene raccontata minuziosamente la storia della Basilica e del ritrovamento di reliquie di santi, che, secondo i cronisti, in gran parte furono inventati di sana pianta dall’Esquirro. Il racconto della festa è comunque di notevole importanza storica e culturale in senso ampio.

Il 26 novembre del 1618, vigilia della traslazione, si tenne dunque questa manifestazione in testa alla quale stavano gli aristocratici, dotti o meno, i preti, frati, seguiti da tutto il popolo, con campane a festa in tutte le chiese cittadine, concerti in Cattedrale e di sera l’encamisada (fiaccolata) per le vie di Cagliari, guidata da cavalieri e suonatori, tra i bagliori dei fuochi d’artificio.

Questo fu solo il prologo, perchè il giorno successivo i festeggiamenti iniziarono fin dal mattino con la partecipazione di corporazioni e confraternite, le autorità civili, la nobilità e i religiosi di tutta l’isola. La processione partì festosa dalla chiesa di San Lucifero colorata dai più disparati stendardi, di cui Esquirro descrive anche l’ordine occupato nel corteo. Nel bel mezzo i simulacri dei santi, di cui viene riportato il nome preciso e accanto a loro come per tenergli compagnia le statue di tanti altri… “Per ultimi venivano il corpo di San Giuliano martire e conte cagliaritano… trasportati dalla Confraternita del Monte di Pietà.”, riporta l’Esquirro (in spagnolo), “Sulla portantina su cui era il corpo di San Giuliano c’erano cinque monti, che costituiscono l’insegna di questa Confraternita, ornati meravigliosamente di moltissimi e svariati fiori di seta e d’oro. Sulla sommità del monte centrale si trovava un albero di palma, con una corona su ciascun ramo… Alcuni raggi dorati partivano dagli angoli dell’urna su cui poggiava un grande e prezioso astore tempestato di diamanti, perle e altre pietre preziose finissime, il cui valore era di tremila ducati. L’astore aveva nel becco una palma e una corona nel mezzo, in una zampa sosteneva una scritta di lettere argentate in campo incarnato che diceva: Con le vittorie della terra ho guadagnato quella eterna del Cielo. Tale astore alludeva… alla vittoria che conseguì questo santo con il Martirio, essendo l’astore simbolo di vittoria…

La descrizione continua con l’itinerario percorso fino alla Cattedrale e perfino con la descrizione del tempo atmosferico, miracolosamente generoso, pioveva solo di notte!

La festa proseguì ancora per quattro giorni, il I dicembre si svolse un torneo tradizionale e complesso descritto con estrema meticolosità.

Per completezza è necessario segnalare altri due testi di contemporanei dell’Esquirro sullo stesso argomento, uno di Giovanni Francesco Carmona, Alabanças de los Santos de Sardeña, l’altro, sebbene lacunoso, di Antonio Sortes, Relacion del 1648. Predicatori senza grande cultura, ma capaci di comunicarla.

(Storia del teatro e dello spettacolo – 19.2.1997) MP

Scritto da: indian
Ultima modifica: 31 Mar 2013 @ 04:05 PM

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