31 Gen 2011 @ 11:28 PM 

Lezioni condivise 49Res perditas, ante et post

“Il Principe” di Machiavelli si formò grazie ad anni di esperienza del Segretario fiorentino presso lo stato toscano e di partecipazione ad ambascerie in giro per l’Europa, come una sorta di compendio delle sue relazioni politiche, nel momento in cui, caduto in disgrazia, fece di tutto per essere accolto nuovamente alla corte dei Medici e spinto da questa necessità lo scrisse di getto nel 1513.

L’opera pone problemi di vario genere, morali ma anche letterari, di cui si è discusso per anni, giungendo alle soluzioni più estreme e varie: è un testo meramente politico? è provocatorio al punto di essere paradossale? è condiviso fino in fondo dall’autore? Se ne continueranno a dire tante, anche di clamorose, ma al di là della cronaca, della curiosità letteraria, delle ipotesi, resta un testo che per diversi secoli ha influenzato il cinismo di molti governanti, questo è quello che conta, perciò ribadisco il duro giudizio già espresso. E’ un testo aberrante che ha ispirato feroci dittature e poco conta se Machiavelli lo volesse o no. Nell’Inferno Dantesco avrebbe trovato posto tra i consiglieri fraudolenti e come punizione potrebbe apparire anche mite, visto che l’effetto del fine che giustifica i mezzi è stato disastroso e generalizzato, non episodico e ancora oggi tiene banco presso certi governi più o meno autoritari.

Non c’è fine che giustifichi il crimine, perché non sarebbe comunque buono, giacché la verità è che i mezzi prefigurano i fini, e se sono criminali gli uni, lo saranno anche gli altri.

Soddisfiamo però la nostra curiosità, teniamo conto dei tempi, ma non giustifichiamo tutto con essi, giacché tra quattrocento e cinquecento abbiamo avuto figure ben diverse da Cesare Borgia e suo padre, papa Alessandro VI… basti pensare a Botticelli, Brunelleschi, Michelangelo, Leonardo,  Ariosto, Shakespeare, Giordano Bruno, Tommaso Campanella, Savonarola, Galileo, Colombo…

Ante res perditas

Dalla pace di Lodi del 1454 fino alla fine del secolo gli stati italiani stettero in pace e Lorenzo de’ Medici, il Magnifico, fu considerato l’artefice di questo equilibrio. Quel periodo venne considerato il migliore dai tempi della Repubblica Romana, i principi poterono dedicarsi all’edonismo e si ebbe una fioritura culturale maggiore rispetto al resto dell’Europa.

La figura del principe italiano era quella di un bravo burocrate, intellettuale, mondano, in ozio… I governi italiani si cullarono su questo periodo di pace e quando nel 1494 Carlo VIII di Francia scese in Italia, nessuno riuscì ad opporre resistenza e lui poté fare quello che volle fino al regno di Napoli, suo obiettivo.

Dopo la morte del Magnifico fu Savonarola a dire che Firenze era corrotta e Machiavelli successivamente fu dello stesso parere. La sua analisi spaziava oltre Firenze, tutti gli stati italiani erano corrotti. Essi non avevano seguito il processo europeo di formazione dei grandi stati unitari, come Spagna e Francia, ed egli riteneva che anche l’Italia avesse dovuto seguire quella strada.

Anche Guicciardini, con il quale Machiavelli ebbe un’intensa corrispondenza parlò del tempo di Lorenzo il Magnifico in termini entusiastici, mentre fu molto pessimista e sconfortato in seguito alla discesa di Carlo VIII. Lo esplicitò con l’immagine del vecchio in un periodo di buon raccolto.

Ne L’arte della guerra (antologia) Machiavelli mise in evidenza la pusillanimità dei principi italiani (1519), dunque a suo modo di vedere il periodo di pace li aveva fiaccati, indeboliti, resi vulnerabili al primo che avesse invaso i loro territori.

Qualche tempo dopo l’uscita di scena di Savonarola iniziò l’avventura di segretario fiorentino del Machiavelli.

Nel Ritratto di cose di Francia tratta delle quattro visite che vi fece. Notò un complesso di superiorità dei fiorentini, anche sui francesi, considerati barbari. Lui non aveva questo atteggiamento. Si recò in Francia per capire quello stato.

Il primo viaggio, Luglio – Dicembre 1500, sei lunghi mesi,  verté sulla questione pisana; doveva ottenere aiuti militari da Luigi XII, benché fosse scettico sull’efficacia degli aiuti esterni. Essendo la corte francese itinerante, visitò gran parte della Francia. Cercò di cogliere diversi aspetti della vita e del carattere dei francesi.

Il secondo viaggio avvenne nel 1504 e durò tre mesi, fu la Francia allora a cercare l’appoggio politico di Firenze contro gli spagnoli, nel napoletano.

Il terzo, giugno – luglio 1510, servì per avere notizie su un eventuale attacco di Pisa, di nuovo in subbuglio contro Firenze.

L’ultimo viaggio, del settembre 1511, tendeva ad ottenere che Luigi XII non tenesse un concilio scismatico a Pisa contro Giulio II.

E’ del 1503, Parole da dirle sopra la provisione del danaio (in una situazione di deficit) rivolto alla Signoria fiorentina. Machiavelli riferisce che quando Costantinopoli fu presa dai Turchi, avendo l’imperatore previsto la sua ruina, chiamò in aiuto i cittadini per la difesa e loro che lo avevano poco stimato non vollero donare denaro e solo quando sentirono l’esercito nemico alle mura corsero piangendo dall’imperatore, potando denaro e altro, e lui li cacciò, in quanto ormai era tardi.

Ma, osserva Machiavelli notando l’indisponibilità a sacrificarsi per il bene comune, non è necessario andare in Grecia per avere tali esempi, basta stare in Firenze.

Post res perditas

Nel 1512 con la caduta di Pier Soderini e il ritorno dei Medici, Machiavelli venne rimosso dal suo incarico e confinato.

Intorno al 1513 Machiavelli iniziò a scrivere Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, dedicata ad esponenti degli Orti Oricellari di Firenze, luogo ove si riunivano giovani aristocratici per parlare di politica e cultura. Dell’opera Ab Urbe condita libri, ovvero (Storia di Roma dalla fondazione) dello storico Romano Tito Livio (59 a.C.-17 d.C.) è pervenuta a noi solo la parte su cui si cimenta il nostro, con riflessioni e note tendenti a trarre insegnamenti dalla storia di Roma antica.

I Discorsi sono divisi in tre libri: politica interna, estera, i grandi di Roma.

La sua stesura fu interrotta per la scrittura de “Il Principe” e ripresa nel 1518/21, fu dunque frutto di grande elaborazione con pubblicazione postuma, mentre il principe fu scritto di getto. Lo dice lo stesso Machiavelli nei Discorsi: trattava di stato e di religione e si pose il problema di come si potesse tenere uno stato libero nelle città corrotte o fondarvelo.

Si tratta di una domanda ardua, ma egli con il pessimismo della ragione, riteneva si dovesse comunque combattere come Ettore che morì contro Achille per difendere Troia:

E tu onore di pianti, Ettore, avrai,
ove fia santo e lagrimato il sangue
per la patria versato, e finché il Sole
risplenderà su le sciagure umane.
(Dei sepolcri, Ugo Foscolo)

…E riteneva che il tentativo si dovesse fare con uno stato regio, non verso uno stato popolare o repubblicano. Perché i popoli che non si lasciano correggere dalle leggi, a causa dell’ozio del tempo di pace, devono essere guidati dall’attività regia, anche con il “giogo intorno al collo” (sic!).

A voler essere buoni Machiavelli era meglio non tenerlo in ozio, maturava cattivi pensieri, forse beveva troppo e leggeva poeti deprimenti e recidivi, che alle elementari ci impaurivano più di Momoti

Dunque propose la dittatura del Principe, anche dura, che fosse volpe e leone… e passò a scrivere Il Principe: dovevano averlo fatto incazzare parecchio, difficile trovare attenuanti.

Il problema è che in tutti i tempi, anche oggi, qualche governante sui generis, tenta di applicare anche parzialmente le teorie di Machiavelli, se si è sfortunati ci si ritrova un Mussolini, se uno è asino, il risultato è più raffazzonato e ci si sorbisce un Berlusconi.

(Letteratura italiana – 3.5.1996) MP

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Scritto da: indian
Ultima modifica: 18 Feb 2011 @ 01:30 PM

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