31 Dic 2010 @ 8:54 PM 

Lezioni condivise 48 – Dottrina della statualità

Non so ancora se in polemica o in omaggio, il prof si impegnò in un affondo sulla sua teoria madre della “statualità” alla vigilia di una conferenza a Cagliari del crociano Peppino Galasso… Per associazione il mio pensiero volò a Napoli, dove ho conosciuto e sono stato ospite di alcuni nipoti del Croce; è curioso, ma è esistita la possibilità di appartenere a etiche relativamente diverse e militare nello stesso partito…

Diciamo subito che il comune concetto di Stato mi fa storcere il naso, come patria, tricolore e simili, come pure il fatto che una certa “sinistra”, seppur moderata, si stia impossessando di questi concetti retrivi. Tuttavia dal punto di vista storico-metodologico, la dottrina della statualità ha la sua importanza e la ha soprattutto per il caso Sardegna, una volta chiarito che il Regno di Sardegna, paradossalmente se vogliamo, fu una disdetta soprattutto per i sardi (e intendo dire i sardi dell’isola)…

Bisogna ammettere che l’unica rivalsa che ci concede questa teoria è molto aleatoria e poco concreta, tuttavia è bene che almeno si chiamino le cose con il loro nome e che la Storia abbia almeno alcune evidenti certezze e non sia tutto distorto da certa storiografia di comodo.

Se uno storico oggi dovesse trattare del territorio, che so, di Prussia o Aragona, prima della loro annessione agli stati attuali (Polonia, Russia, Germania, Spagna), si riferirebbe ad essi con il nome dello stato esistente nel periodo storico preso in esame, es. Regno di Prussia, Regno d’Aragona… Appare abbastanza inspiegabile perché, anche per alcuni storici, ciò non avvenga nel caso del Regno di Sardegna, esatta denominazione dell’attuale stato italiano per il periodo precedente al 1861. Vengono inventati inesistenti Regno di Sardegna e Piemonte, Regno di Savoia, Regno di Piemonte e via dicendo, attribuendo il titolo di Regno a ex-principati, o ducati… creando così solo confusione anche tra i discenti, che non distingueranno tra geografia fisica e politica, tra storia dei territori regionali e storia statuale (che parte dall’origine dello stato). [1]

Questa situazione ovviamente comporta l’oscuramento di una parte importante della storia, forse di una storia scomoda ed è dovuta in primo luogo alla villania dei fruitori italioti del titolo di Re di Sardegna, i Savoia (gli spagnoli in precedenza non si erano dimostrati così ignoranti) e i loro più servili seguaci piemontesi… E se per diventare Re hanno dovuto attendere di avere il Regno di Sardegna, i loro sudditi, prima del 1861, non potevano certo chiamarsi italiani, ma erano cittadini sardi (non esisteva alcuno stato italiano), anche se i veri sardi erano oppressi da chi ne usava il loro nome.

D’altra parte non si potrà mai dire che lo stato italiano nato nel 1861, fosse o sia un’unica nazione. Cosa avevano in comune gli allora cittadini del Regno di Sardegna, quelli dello Stato Pontificio e del Regno delle due Sicilie? Poco o nulla. Lo testimonia la famosa frase del D’Azeglio… e non so se fosse nelle sue intenzioni “fare gli italiani” come si era fatta l’Italia, tuttavia lo si tentò di fare coercitivamente, specie durante il fascismo, ma anche nei primi anni del secondo dopoguerra. Oggi la divaricazione è evidentemente in crescita ed è giusto che ogni popolo abbia diritto ad esistere e conservare la propria storia, lingua, folklore, tradizioni, letteratura, arte, religione, e via dicendo, anche all’interno di uno stesso stato, come è normale che sia.

L’Italia non è mai stata diversa dalla Jugoslavia, a parti inverse la loro drammatica vicenda sarebbe avvenuta qui e loro sarebbero ancora uniti, protetti dalla pax amerikana, che invece grava su di noi.

Insomma non si confonda il concetto di nazione con quello di stato: uno stato può essere composto da più nazioni, la morte di uno stato non è anche morte delle nazioni che lo compongono, lo stato si forma con una firma, una nazione in diversi secoli.

Così Mazzini era sardo, Colombo genovese, Dante toscano e così via. Così la Storia patria insegnata nello stato italiano dopo l’unità è falsa, in quanto fa passare la Storia dell’Italia (penisola) per Storia d’Italia (Stato).

La Storia falsa, insegnata per oltre un secolo nelle scuole dello stato italiano, spaccia i Balilla e i Masaniello per Italiani, come pure i vespri siciliani, Francesco Ferrucci e Muzio Scevola e chi più ne ha… guarda caso tace unicamente sull’unico territorio, la Sardegna, dal cui Regno ha tratto origine statualmente, come se l’origine non fosse gradita e si volesse occultare, almeno nei limiti del possibile.

Ho già trattato delle origini del regno di Sardegna, cui rinvio e di cui paradossalmente noi sardi non siamo certo orgogliosi, un’invenzione di Bonifax, sancita a Bonaria (Cagliari) il 19 giugno 1324 per tener buoni gli aragonesi dopo le vicende successive ai vespri siciliani.

Fino alla “perfetta fusione” del 1847 il Regno di Sardegna era una unione di stati che conservavano la propria autonomia (il regno, i principati, i ducati, le signorie), da allora divenne uno stato unitario che con legge 17 marzo 1861 n. 4671, cambiò semplicemente denominazione, tanto è vero che la firma reca “Vittorio Emanuele II Re di Sardegna…”. Non vi fu insomma alcuna costituzione ex novo di una entità politica statale.

I fondamenti della mentalità giuridica risalgono al XII secolo, sono stati elaborati con la fondazione delle prime università e sono alla base del pensiero giuridico moderno. Il diritto si pone anche come certezza e giustizia di fronte ai conflitti tra interessi e valori contrastanti, compito del diritto, infatti, è di razionalizzare i rapporti giuridici.

Lo Stato è un’entità giuridica composta da uno o più popoli stanziati in un territorio e legati fra loro da un vincolo giuridico originario. Può essere sovrano (non recognoscens superiorem) o non sovrano, se dipende istituzionalmente da un altro stato; perfetto (se ha summa potestas) o imperfetto; superindividuale (o subiettivo), in quanto appartiene al popolo o patrimoniale (nel medioevo era spesso di proprietà del sovrano).

Ogni stato ha un nome proprio che ne specifica il titolo (regno, repubblica…). Titolo e nome possono cambiare senza che cambi lo stato.
Secondo Machiavelli per esserci Stato occorrono i tre poteri statali superiori:
a) l’organismo che formuli le leggi di convivenza (cioè il Parlamento);
b) l’organismo che le attui (il Governo);
c) l’organismo giudiziario che le faccia rispettare (la Magistratura).
Le unioni fra Stati si possono schematizzare così:
- unioni semplici (ad esempio, le alleanze, le unioni di protettorato e di tutela), sono unioni istituzionali generali o particolari a seconda che siano più o meno aperte;
- unioni reali, per un trattato fra gli Stati o con carattere di originarietà, con una identica persona fisica preposta all’ufficio di capo dello stato e una serie di interessi comuni agli stati membri (come fu per la Corona d’Aragona)[2];
- confederazioni, unioni di diritto internazionale fra un gruppo di Stati confinanti che non rinunciano all’esercizio dei propri diritti sovrani;
- stato federale, composto da più stati, i quali nel loro insieme costituiscono una corporazione paritaria. Gli stati membri hanno reciproca uguaglianza, ma non la summa potestas, cosicché le relazioni con l’estero sono gestite dallo stato federale.
Se lo Stato è un concetto politico, la Nazione è un concetto culturale. Vi sono stati con all’interno più nazioni e nazioni che occupano stati diversi.

La “Dottrina della Statualità” è un metodo di lettura della storia che rivisita i fatti (res gestae) e l’interpretazione dei fatti del passato (historia rerum gestarum) diacronicamente e sincronicamente, riferendoli non alla geografia fisica (isola, penisola, continente) com’è uso corrente, ma ad uno stato, sia o non sia con diversi titoli e nomi, senza mai abbandonarlo nel racconto storico.

In base ad essa la Storia di Sardegna dovrebbe spaziare dai Fenici (IX-VIII secolo prima di Cristo) ad oggi, suddividendo la storia sarda in tre periodi:
- il periodo provinciale antico, di valore squisitamente scientifico;
- il periodo statuale giudicale, di valore soprattutto accademico;
- il periodo statuale regnicolo, di valore politico assoluto.

Bibliografia:
F.C. Casula, La terza via della storia. Il caso Italia, Ets, Pisa 1997
Giusepe Galasso, Croce, Gramsci ed altri storici, Il Saggiatore, Milano 1969
G. Balladore Pallieri, Diritto costituzionale, Giuffrè, Milano 1976

(Storia Medievale – 26.4.1996) MP 


[1] Se si vuole un’anomalia la si trova, ad esempio, nel potere temporale della chiesa nei vari secoli, tenuto conto anche dei vari scismi e antipapi, cito ad esempio il caso di Benedetto XIII (Pedro Martinez de Luna, cardinale spagnolo) & co., scisma di occidente, ad Avignone.

[2] Chiarezza bisognerebbe fare anche sull’organizzazione degli stati. Molte cariche a volte vengono indicate con appellativi molto differenti. Ad es. Locu tenes (da cui luogotenente, sostituto), equivale anche a vicerè, procuratore, alternos o governatore generale (distinto ad un certo punto in Sardegna tra Governatore del capo di sotto o di sopra, a causa dell’antica separazione dai territori tra  Arborea e Doria).
Il Maggiordomo era invece chi comandava nel palazzo e si occupava della proprietà. Figura importante perché in alcuni casi è diventato Re (Carlo Martello).

statualità

Scritto da: indian
Ultima modifica: 18 Feb 2011 @ 01:32 PM

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