31 Gen 2009 @ 10:57 PM 


Lezioni condivise 27 – …tra curiositas e frode
Vi è mai capitato che vi abbiano detto frasi del tipo "Non fare il ridicolo, non sei più un ragazzino" o "Hai quaranta anni, non è più il caso che indossi la minigonna"? Ce n’è un vasto repertorio. Significa che ci sono due modi di vivere la vita, rispettabili entrambi: chi ritiene di dover portare addosso il fardello del tempo che passa, adeguandosi alla decadenza fisica e mentale, e chi continua a vivere sempre come se avesse vent’anni.
Quest’ultimo, detto in soldoni, è il peccato di Ulisse (o almeno uno dei peccati), secondo Dante. Questi che, nel mezzo di cammin di sua vita, si pone severamente il problema etico (e ne cosparge la Comedia) di dover già "calar le vele", è tuttavia combattuto, per questo si ritrova nella selva oscura e compie quello che, al confronto, il peccato di Ulisse, seppur nella dicotomia personaggio/narratore/poeta, è una bazzecola.
Arriva a vedere Dio, pensate… quale "volo" può essere più folle, quale curiositas superiore… Dante si destreggia in questo equivoco nelle tre cantiche e, visto che è lui a scrivere, si giustifica pure: non è lui il curioso, è la Provvidenza che l’ha chiamato a tanto.
In realtà penso non si possa essere cultori dell’intelletto se si opta per la prima soluzione, dunque per la scelta vegetativa. Ho sempre notato che atei, agnostici incalliti o semplicemente non praticanti, invecchiando cominciano a frequentare la Chiesa, la Messa, come un atto dovuto, per non saper né leggere né scrivere, quasi che la Pistis giunga puntualmente insieme alla pensione.
Ciò accade anche perché si equivoca tanto sulla beatitudine dei poveri di spirito. Povero di spirito, oltre a chi lo è per condizione socio-culturale, non è certo chi ad un tratto comincia a vegetare, ma chi abbraccia il messaggio nonviolento del Vangelo. Povertà di spirito è l’abbandono, non della curiosità, dello studio, della ricerca, semmai dell’inganno e della frode.
In Ulisse, Dante, vede entrambe le colpe, come segno delle contraddizioni che vivono in lui e le condanna entrambe quasi "per contratto", ma è compiacente in qualche modo verso l’itacense e il compagno Diomede. Se c’è una condanna meritata, non è per aver ripreso il mare da vecchio, ma per le nefandezze compiute in gioventù, come quella del cavallo di Troia.
Nell’Inferno i dannati sono coscienti del loro stato, fa parte della loro pena, ma non la accettano.
Il racconto di Dante sull’ultimo viaggio di Ulisse è molto suggestivo, esso al di là dei versi, si sviluppa come una sceneggiatura cinematografica pregna di elementi e colpi di scena.
La partenza con un gruppo di compagni ormai tardi, la minaccia da parte loro di interrompere il viaggio, la necessità di un’orazion picciola che il poeta giudica ingannevole, cioè un "consiglio fraudolento", visto che lo stesso Ulisse definisce il viaggio "folle volo".
Il viaggio viene paragonato a quello di Enea in fuga da Troia, per mettere in evidenza la saggezza dell’uno e l’avventurismo dell’altro. Enea ad esempio non si ferma nell’isola di Circe; in lui è presente il richiamo della patria e della famiglia, egli, in mezzo al fuoco che distrugge Troia, porta via in spalla il padre Anchise. Ulisse invece è considerato dalla tradizione un ingannatore, specie grazie all’immagine negativa che ne dà Virgilio (la sua figura è infatti differente nell’Eneide, rispetto all’Odissea e all’Iliade).
Nel canto tuttavia Dante assume un atteggiamento, già visto con Francesca, di una qualche compassione, che in fondo è rivolta verso se stesso.
Ulisse rimane, anche nell’inferno, quello che è stato nel mondo, uno desideroso di conoscere. E Dante fatica a considerarlo peccato, sebbene dovendosi conformare alla dottrina debba farlo, ma quasi con l’espediente retorico che tende ad esagerare una situazione per farla apparire poco credibile.
Questa precisione dottrinale di Dante si registra ad esempio nel Purgatorio, quando giunto al Paradiso terrestre, licenzia Virgilio (non essendo battezzato non può procedere oltre) e come guida si avvale di Matelda (Canto XXVIII e ss.). Ella raffigura Maria nell’episodio evangelico in cui Gesù fa notare a Marta, la sorella, come (contro la facile logica umana), la parte migliore da vivere, non sia il lavoro, ma la contemplazione e la curiosità. Maria infatti resta a parlare con Lui, mentre Marta si dedica al lavoro. Si sancisce così, con una sorta di parabola, la superiorità della vita contemplativa su quella attiva.
E’ un concetto rivoluzionario che vale in assoluto, cioè per tutti, e ha un valore relativo alle situazioni. Non è da applicare in modo assolutamente paraculo come è stato fino ad oggi dal potere clerical-dominante.
[Sulla questione apro una piccola parentesi fuori tema, per chiedermi come sia possibile che un mondo conservatore e reazionario, si riunisca ancora nel nome di Cristo: mi chiedo, sanno leggere? Ci vedono? Ho già scritto da qualche parte di quel prete fascista che di fronte alla contraddizione tra le sue idee e quelle espresse nel Vangelo, sostenne che Gesù "quella volta" aveva bevuto... A dirla tutta quindi secondo lui Gesù era un ubriacone, visto che non concordavano su nulla.]
Ormai vecchi, Ulisse e i suoi compagni, superano le colonne d’Ercole (Eracle), che allegoricamente rappresenta il Cristo, colui che ci ha redento dal Peccato originale (ne ho già parlato).
Egli li esorta a farlo con il consiglio fraudolento, una sorta di montaggio del pensiero aristotelico radicale. Li sollecita a non essere "bruti" (l’animale bruto in Aristotele è colui che non è animato da sete di conoscenza). Il poeta/narratore esprime il pensiero di Ulisse per biasimarlo, ma in fondo tradisce un certo compiacimento. Uno dei suoi migliori amici era Guido Cavalcanti, seguace di Aristotele (da giovane lo era stato anche Dante), tra i fondatori dell’università di Bologna.
Nella Divina commedia ne prende invece le distanze, ma come uno che più di rinnegare il passato, in un certo senso lo rimpiange (dialogo con Cavalcante dei Cavalcanti, epicureo, padre di Guido nel canto X dell’Inferno. In diversi casi Dante anticipa condanne di persone ancora in vita (come per Bonifax) e per contrastare la scelta di Ulisse ripropone il concetto della vita del senio, già esposta nel Convivio: un vecchio non può più irrompere nel porto a vele spiegate. Ma il rimprovero è fatto con una rappresentazione esaltante, tutta la descrizione del viaggio oltre le colonne è notturna (non vogliate negar l’esperienza di retro al sol [spalle al sole], e volta nostra poppa nel mattino [prua verso il tramonto del sole], tutte le stelle già dell’altro polo vedea la notte [erano ormai nell'emisfero antartico], cinque volte racceso e tante casso lo lume era di sotto dalla luna [erano trascorse cinque lunazioni, circa cinque mesi - citazione virgiliana dall'Eneide: libro secondo "...primieramente al lume de la luna mi si scopron Rifèo, Ifito il vecchio ed Ipane e Dimante..."; libro terzo "...Già visto ho la cornuta e scema luna tornar tre volte luminosa e tonda..."]), e mette in luce un certo fascino di Dante per l’avventura dell’acheo.
Per inciso, egli cita diverse volte il maestro ed in passi famosissimi: nel purgatorio, canto XXX, "Conosco i segni de l’antica fiamma" è la citazione testuale del passo IV, 23 dell’Eneide "Adgnosco veteris vestigia flammae"; nel canto XXXIII dell’Inferno "Tu vuo’ ch’io rinovelli disperato dolor che ‘l cor mi preme" del conte Ugolino, sono le parole di Enea a Didone, regina cartaginese, "Infandum, regina, iubes renovare dolorem…" (libro II, v. 3).
Il canto XXVI è l’apoteosi dell’allegoria. Non c’è quasi verso, sebbene dal significato preciso e apparentemente semplice, che non vada oltre il mero racconto: rivolgere verso oriente la poppa della nave significa voltare le spalle a Dio; compiere un viaggio senza meta è condannabile secondo la concezione cristiana; nell’iconografia medioevale la nave che porta vecchi con se è definita la nave dei folli (foolship); lo stare dal lato mancino simboleggia l’essere in errore (Dante e Virgilio nell’inferno avanzano a sinistra); la notte rappresenta il peccato (in purgatorio di notte ci si deve fermare)…
Perciò in questo canto sono presenti delle simbologie che saranno sviluppate nel resto delle cantiche, dando una visione di insieme, ove nulla è lasciato al caso, ove il lettore può sbizzarrirsi a cercare concordanze; ma districarsi in un labirinto infinito di metafore non porterà mai alla soluzione definitiva. Come dire che conoscenza e curiositas non possono avere limiti.
(Letteratura italiana – 21.3.1996) MP

(continua…) »

Scritto da: indian
Ultima modifica: 03 Giu 2013 @ 09:33 AM

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