31 Mar 2007 @ 2:58 PM 


Lezioni condivise 6 – La Storia insegna…

La Storia contemporanea è meno lineare di quella delle epoche precedenti, per il semplice fatto che ci sono noti più particolari; essi si intersecano, si intrecciano, rendendone piuttosto difficile l?esposizione. Se devo individuare una caratteristica di queste lezioni, direi che erano un bombardamento di notizie e di date, tuttavia gradevolmente esposte dal prof, che riusciva a dar spazio a sottolineature di tono e ad accenti di sarcasmo, riconducibili tranquillamente al punto di vista dello studente.
La parentesi storica tra la prima guerra mondiale e il fascismo potrebbe apparire noiosa e caotica, ma è fondamentale per comprendere in che situazione e grazie a quali attori, il fascismo ha trovato terreno fertile per emergere dal nulla e costringere gli italiani a vent?anni di dittatura. Dovrebbe inoltre servire da monito affinché non siano ripetuti gli stessi errori e quello primario: aver dato il potere ad un uomo privo di scrupoli, coerente solo rispetto al suo tornaconto. Dunque direi che questa lezione è piuttosto attuale, che vi sono molte analogie con il presente, che vede ai vertici della politica una sorta di cavallo pazzo, in possesso di un potere economico e mediatico senza precedenti per un politico, che sragiona e tuttavia riscuote consenso, imitando in modo ridicolo, ma evidentemente non universalmente percepito, il duce.

Nel Giugno 1919, uscì di scena Vittorio Emanuele Orlando (definito liberale, quasi radicale, ma se vi vedete un qualsiasi suo profilo, potrete constatare quanto arbitraria sia questa collocazione, considerato che tra l?altro represse il movimento modernista, gestì come ministro l?entrata in guerra nel 1915, buggerato dagli alleati a Versailles; fu benevolo nei confronti di un Mussolini prossimo ad instaurare la dittatura fascista, dalla quale non prese mai nettamente le distanze) e gli successe Francesco Saverio Nitti, già ministro nei governi pre-bellici e in quello Orlando, in piena guerra mondiale; forse fu questa la sua pecca maggiore.
Nitti era un riformista sociale, liberale, esponente del Partito radicale ottocentesco, economista meridionalista. Figura certamente più candida del suo predecessore, specie per il suo futuro antifascista fin dal 1923, visse in esilio tutto il ventennio. Nel 1943 fu deportato dai tedeschi e tornò in Italia nel 1945, dove sempre su posizioni liberali, fece parte delle varie coalizioni della sinistra di quegli anni, in opposizione alla nascente DC.
Il 1919 fu un anno confuso e pieno di eventi (nasceva il nazionalsocialismo, venne assassinata Rosa Luxemburg, iniziava il proibizionismo in USA, Sturzo fondava il PPI, nascevano i fasci di combattimento [non avevano un'ideologia precisa, ma, come la definisce Bobbio, un'ideologia della negazione, anti-progressista, anti-democratica, anti-razionalista, contro l'uguaglianza ed esaltava le virtù eroiche e la violenza. Ricordiamo che Mussolini non lasciò il PSI, ma ne venne espulso nel 1914 per il suo voltafaccia interventista], la terza internazionale comunista, Gramsci fondava L’ordine nuovo, in Ungheria si instaurava un regime totalitario, D’Annunzio occupava Fiume, da posizioni di sinistra, insieme al sindacalista anarchico, poi antifascista, De Ambris).
Il governo Nitti era debole, poteva far poco contro il dissesto economico provocato dalla guerra, pertanto dovette subire un?ondata di scioperi nelle fabbriche, in nome del socialismo, che aveva portato la rivoluzione in Russia. Questa situazione portò alla compattazione della classe borghese e degli industriali, i quali dalla guerra avevano tratto profitto; essi riuscirono ad arruolare nelle proprie file gran parte dei reduci, disperati e disoccupati, costringendoli ad un conflitto tra poveri, contro i lavoratori. Il governo Nitti fu travolto da questi eventi, nei quali l’opportunista Mussolini si tuffò, cavalcando il malcontento popolare (che non analizzava le responsabilità della guerra, anzi si alleava con gli interventisti) e le paure borghesi (temevano lo spettro della dittatura del proletariato), inventandosi il fascismo, grazie anche alla miopia della destra liberale. Il suo primo atto, tanto per mandare un messaggio chiaro e inequivocabile, rispetto al suo passato, fu l’incendio della redazione de “L’Avanti”.
Le prime elezioni politiche del dopoguerra acuirono questa frattura. Si tennero a Novembre del 1919 con il nuovo sistema elettorale proporzionale. I socialisti (156 seggi), primo partito (32,4%) e i popolari (100 seggi), ebbero la maggioranza assoluta per un voto. In crisi i liberali, che si erano presentati divisi e persero la maggioranza assoluta alla camera dei deputati (il senato era di nomina regia). Tutti insieme erano poco più di 200, costretti pertanto a cercare alleanze per formare il governo. I socialisti, su posizioni rivoluzionarie, non accettavano alleanze con i borghesi. La coalizione di governo si fece perciò tra popolari e liberal-democratici (separati dai liberali di destra). Mussolini raccolse 4795 voti (contro i 170.000 socialisti).
Il nuovo governo Nitti che nasce con i popolari è ancora debole. L?obbligo ad intestare le azioni delle SPA, l’imposta straordinaria sui sovra-profitti ottenuti durante la guerra e altre iniziative governative di matrice sfumatamente liberale, fecero crescere l’intensità della reazione.
Costretto ad aumentare le tasse per far fronte ai debiti contratti per la guerra, attaccato dalla destra liberale che si opponeva alle nazionalizzazioni programmate, il governo cadde nel giugno 1920 per volontà dei popolari di Sturzo e fu sostituito da un governo Giolitti (allora ottantenne) che durò fino al Giugno 1921.
Giolitti, che durante la guerra stette ai margini della vita politica, sperimentò presto che i tempi stavano cambiando. L?Albania occupata dalla truppe Italiane si ribellò. Insediato da pochi giorni decise di mandare rinforzi, ma ad Ancona, il 26 giugno, un reggimento si ammutinò e fu appoggiato dalla popolazione, che insorse. Ne conseguì una sommossa nazionale che costrinse il governo a rinunciare all?Albania, dalla quale furono successivamente cacciati tutti gli occupanti italiani. Il trattato di Tirana riconobbe l’indipendenza albanese nel luglio 1920, con l’appoggio socialista. Giolitti ritenne che la soluzione più efficace per contrastare i socialisti, il pacifismo e la classe operaia, fosse dar spazio a Mussolini, ai fascisti, a speculatori borghesi e industriali.
La situazione si inasprì. Due posizioni radicali si fronteggiavano: la classe operaia, che chiedeva diritti e socialismo e i padroni, gli industriali, i ricchi in genere, i quali cercavano con tutti i mezzi di difendere i propri privilegi; si susseguirono scioperi e serrate e il governo si schierò con gli industriali, permettendo il ricorso ai crumiri. Ben presto Mussolini divenne il loro strumento, si pose chiaramente come uomo d’ordine. Tutti i settori reazionari dello stato, sebbene egli rappresentasse politicamente un?infima minoranza, si misero al suo servizio, compreso l’esercito e tutti i reduci e gli ufficiali rimasti senza lavoro alla fine della guerra.
Si era ormai allo scontro fisico tra le due parti, cominciavano ad agire le squadracce fasciste, riconosciute ufficialmente dallo Stato maggiore dell?esercito, i cui ufficiali presero addirittura a dirigerle. Cominciavano a contarsi i morti: 21 Novembre 1920 a Bologna, nove morti.
Giolitti commise lo stesso errore che oggi compie il centro, sia quello alleato con la destra, che quello alleato con la sinistra, cioè dar legittimità politica ad un destra reazionaria e pericolosa per la democrazia; come al solito quando tornano in auge i nostalgici, in prima linea ci sta la chiesa, quella di Benedetto XV allora, quella di Pio XII ieri, quella di Benedetto XVI oggi.
Anche il problema Fiume si risolse con un compromesso tra Italia e Jugoslavia: trattato (accordo tra stati sovrani) di Rapallo nel novembre 1920. L’Italia rinunciò alle pretese sulla Dalmazia, eccetto Zara. La Jugoslavia rinunciò a Fiume e alle zone dell?Istria con popolazioni slave. L’Italia ebbe le Isole a sud di Istria. Fiume ebbe lo status città libera con un piccolo territorio (sarà poi annessa all’Italia nel 1924 da Mussolini). D?Annunzio tuttavia non abbandonò la città. Fu cacciato il 24 dicembre dal sollevamento degli stessi abitanti italiani.
D’Annunzio agiva allora su posizioni di estrema sinistra, anarcoidi; il suo compagno era l’anarco-sindacalista De Ambris, poi antifascista.
Il 22 Gennaio 1921, giorno del suo trentesimo compleanno, chiuso il congresso del partito socialista a Livorno, Gramsci fondò con altri dissidenti, il Partito comunista d?Italia.
Le fabbriche continuavano ad essere occupate, le squadracce fasciste imperversano liberamente. Si contavano morti e feriti.
In Marzo Giolitti sciolse le camere, adducendo che intendeva far votare gli elettori dei nuovi territori annessi e che le stesse non erano più rappresentative; in realtà intendeva ridimensionare i socialisti e sperava nella vittoria dei liberali moderati, alleati alla destra fascista nel Listone.
Una settimana prima delle elezioni del 15 maggio 1921 si ebbero quindici morti.
Votò solo il 58,4 % degli aventi diritto. I blocchi si equivalevano. Il giorno dopo si ebbero scontri e morti. Trentacinque fascisti entravano alla Camera… Il 22 giugno si registrarono pugni e botte tra socialisti e fascisti a Montecitorio. Il nuovo governo Giolitti si dimise il 27 giugno.
Lo rimpiazzò un governo Bonomi, ma era ormai guerra civile.

I popolari tedeschi mi hanno detto di far cadere il governo… ha abbaiato furiosamente l?arcorense nei giorni scorsi, subito smentito. Non che i popolari tedeschi siano chissà che… ma a maggior ragione, lo sconfessano anche i suoi…
Più di queste buffonate è preoccupante il clima che si sta creando.
La demagogia di questo replicante, rischia di trascinare il popolino, talmente abituato a bere tutti i luoghi comuni e le balle che vengono urlate dal bassotto, che ha creato con il suo governo le condizioni per l?austerità finanziaria cui si è costretti oggi. Il momento per giudicare Prodi non è certo questo, ma fra qualche anno, quando si vedranno gli effetti di una politica economica appena avviata.
Attualmente se un appunto si può fare al governo e alla maggioranza, è quello di rispondere troppo blandamente agli attacchi della destra e del suo isterico capo. Certo, potrebbe cuocere nel suo brodo, ma non è così, perché gli stanno lasciando troppo campo. Ci vorrebbe un bacchettatore, qualcuno che gli ricordasse ogni momento e platealmente chi è: scampato a tangentopoli e a tutta la coda di truffe da cui è stato assolto per insufficienza di prove o per decorrenza dei termini ed è ancora inquisito con accuse imbarazzanti. Grazie all?atteggiamento conciliante dell?attuale maggioranza, riesce ancora a fare la vittima e a turlupinare la gente.
Attenzione! Non sarebbe il primo buffone capace di rovinare una nazione; comunque altri più pericolosi di lui potrebbero approfittare del suo seguito.
Il fascismo riuscì ad instaurarsi in Italia anche perché non fu contrastato con decisione al suo nascere… er Berlusca, per quanto ridicolo, è un fascista cratzau e bistiu; la sua equipe burattinaia gli confeziona situazioni prefasciste, e oggi senza nemmeno un forte movimento operaio e studentesco, avrebbero gioco facile, attenzione!

(Storia contemporanea ? 15.12.1995) MP
Riferimenti: … un’altra voce

Scritto da: indian
Ultima modifica: 01 Giu 2013 @ 07:59 PM

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 01 Mar 2007 @ 12:40 AM 


Città del Vaticano, estate 2006, visita ai musei vaticani, particolare atmosfera, tombe dei papi, moderata folla, ampio capannello in lontananza: è la tomba di Giovanni Paolo II, breve raccoglimento. Papi contemporanei, altri all’istante anonimi dietro il loro numero ordinale. Giovanni XXIII, la folla sosta davanti… poi mentre avanzo, che ti vedo? Bonifacio VIII!
Che ci fa qui Bonifax? Incredulo, mi indigno! Non è certo una cosa da far passare sotto silenzio… Medito iniziative, un po’ sconvolto. Bonifax squalifica le altre presenze, specie le migliori… non so se ci sia uomo chiamato “papa” che abbia fatto di peggio. Sappiamo che molti papi non sono stati stinchi di santo, ma c’è anche un limite all’indecenza…
A chi non lo capisse, spiegherò meglio i motivi del mio sdegno…
(torno subito…)

(non son tornato proprio subito… però! L?importante è tornare…)

Negli ultimi anni delle scuole superiori scoprii Silone, avvenne in un modo particolare; soprattutto in quegli anni non cercavo l’autore, ma argomenti, decidevo della mia formazione… basta vedere alcuni titoli di allora, ma soprattutto il loro contenuto: Storia di Gesù (Rops), Lettera ad una professoressa (don Milani), L’obiezione di coscienza (A. Coletti), Vita di Gesù (Renan), Volete andarvene anche voi? (Santucci)….. L’avventura d’un povero Cristiano di Ignazio Silone. Non conoscevo il libro, fosse stato L’avventura d’un Cristiano, probabilmente non l’avrei preso, l’attributo di povero fu determinante, ma non potevo certo immaginare quanto quel libro avrebbe contato per me, insieme ad altri del periodo ed in più, letti nonostante il tentativo di dissuasione della prof., carinamente preoccupata per il nostro “equilibrio”.
Vi è una storia del Cristianesimo popolare italiano che non coincide con quello della gerarchia… meraviglia per i miei occhi… poche settimane dopo aver assistito a teatro a Mistero buffo di Dario Fo. La sensazione fu quella di un bambino che impara a camminare… la piacevole sorpresa di veder scritto in un libro ciò che già pensavo… I ribelli alla gerarchia sono senza dubbio più vicini a Cristo e per Silone ci saranno sempre e manterranno viva la vera Fede. Egli considera il Concilio Vaticano II un passo avanti della gerarchia, ma come accadde nell’Unione Sovietica, con il XX congresso del PCUS, si riconobbero gli errori dello stalinismo, ma non ci fu il recupero del Comunismo.
Pietro Angelerio di Isernia o dintorni (trovate notizie e riferimenti anche nel link qui sotto), era un colto eremita in odor di santità, ritirato in un eremo del Morrone (Maiella), eletto Papa nel 1294, da un conclave “bloccato” da tre famiglie potenti e corrotte del periodo: Colonna, Orsini e Caetani. La scelta dell’eremita voleva essere una scelta di passaggio, per prender tempo, considerato che egli aveva superato gli ottanta anni.
Pietro dal Morrone (come è più noto) era molto legato ai Francescani spirituali (così detti per distinguerli dai conventuali, che secondo i primi avevano tradito la regola del santo, accumulando ricchezze superflue). Essi (talvolta chiamati anche fraticelli) conducevano una vita libertaria, umile, egualitaria, oggi diremmo anarchica. L’abate Gioacchino da Fiore, cui si ispiravano, parlava di Sancta Nichilitate.
Nel maggio del 1294 una grande crisi, non solo morale, travagliava la gerarchia ecclesiastica: in sostanza i veri credenti erano perseguitati da atei che si erano impossessati della chiesa; i cognomi di certe famiglie erano ricorrenti tra i cardinali, essi alternavano la porpora alla spada.
Pietro, accettò di diventare Papa Celestino V, perché pensava di poter risanare la chiesa dal suo interno, non tardò ad accorgersi che ciò non era possibile. Le continue pressioni e richieste assurde di Carlo II D’Angiò, Re di Napoli e del cardinale Benedetto Caetani (futuro Bonifax), furono determinanti perché maturasse la volontà di tornare nel suo eremo: la cancrena era troppo diffusa e non c’era più nulla da fare.
Costretto alla fuga da una situazione di sostanziale prigionia, nel Gennaio 1295 fu spiccato un ordine di cattura contro di lui. Furono arrestati tutti i francescani spirituali suoi collaboratori; Angelo Clareno venne ucciso in un carcere ecclesiastico e anche Celestino V, fu preso mentre cercava di imbarcarsi per la Grecia.
Celestino V, Papa, fu fatto prigioniero dal cardinale Caetani, che usurpò il papato con il nome di Bonifacio VIII; questi chiuse Celestino nella Rocca del Fumone, dove le celle avevano praticamente la grandezza di una bara, vi si entrava carponi, non c’erano finestre, infine fu ucciso. Era il 19 maggio 1296, aveva 81 anni. Nel suo cranio, anni dopo, fu scoperto un foro procurato da un chiodo.
Nel 1303 Bonifax fu ferito in un attentato e morì cinque giorni dopo.
Un personaggio simile che ci fa in Vaticano in mezzo agli altri papi, per quanto ve ne siano tanti altri indegni? O se è quella la loro sede, che si tolgano i pochi degni, come Giovanni XXIII?
Nel 1313 Pier dal Morrone fu proclamato Santo, giace in un luogo degnissimo, che è la basilica di Santa Maria in Collemadium (L’Aquila), lontano e al sicuro dal suo persecutore.
Riferimenti: Pietro Angelerio

Scritto da: indian
Ultima modifica: 01 Giu 2013 @ 07:58 PM

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