Quelli che possedevano il cavallo, oh yes…

30 Aprile 2012 2 commenti

Lezioni condivise 64 – Nobiltà e società spagnola postgotica

     Ancora un incontro con la nobiltà, questa volta con quella spagnola, erede di quella visigota e figlia della reconquista.
      Ci sono delle categorie di cui si diffida naturalmente per essersi fatte durante la storia passata o recente una cattiva nomea (politicanti, militari, polizia, preti, economisti, capitalisti, americani, e via dicendo) almeno tra chi è abituato da sempre a guardare il mondo senza paraocchi; ci mettiamo anche la cosiddetta nobiltà, sempre con i pochi e dovuti distinguo.
      La nobiltà spagnola, tuttavia, non è fine a se stessa, ha avuto un senso storico, il cui alone ormai leggendario limita l’iniquità della sua essenza sociale non egualitaria, ma che osserviamo necessariamente con il dovuto distacco espositivo.
      Con il regno visigoto di Spagna ormai diventato Al Andalus in seguito all’occupazione  arabo/magrebina, quel che rimaneva dell’antico popolo venuto dalle pianure danubiane, organizzava la propria riscossa con l’hidalguìa, che allora era una investitura d’onore, senza feudo, ma con l’onere di andare in guerra nel momento in cui il Re lo avesse chiesto, mantenendo il proprio cavallo e le armi, esercitandosi militarmente, con l’idea di respingere gli occupanti.
      Gli hidalgos nascono quindi come soldati della reconquista, nobili del nord, senza titolo, il loro inizialmente era uno status che solo con l’andar del tempo diventò un titolo su cui speculare.
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Ermetismo e un certo frammentismo

31 Marzo 2012 3 commenti

Lezioni condivise 62 – Il porto sepolto

     Ricordate il discorso fatto per Machiavelli, sul (quasi) mistero di occuparsi di qualcuno abbastanza estraneo ai nostri interessi peculiari? Potrei ripeterlo per Ungaretti, su cui inizio una serie di condivisioni. Ci sono evidentemente delle differenze sostanziali tra la loro tipologia di scrittura, le tematiche di cui si occupano, il tempo in cui scrivono… Ma è indubbio che il segretario fiorentino, cui va riconosciuta l’attenuante di aver scritto nel Cinquecento, mi ha aperto gli occhi (contro la sua volontà o meno non è dato sapere) nei confronti del malaffare politico, non solo dei suoi giorni, giacché il machiavellismo in certi ambienti non è mai passato di moda, e non è poco; Ungaretti invece, rispetto alle cui scelte e non scelte, nutro delle profonde riserve, credo abbia inciso con l’ermetismo e con un certo frammentismo, sullo stile di parte dei versi da me prodotti dopo il 1996. Lo annoto per me stesso e chiedo scusa se uso questo articolo come memo.
      Quanto appena esposto testimonia l’utilità dello studio a prescindere dall’oggetto, perché (quasi) ovunque c’è da cogliere, almeno per rielaborare, sicuramente per conoscere.
      In Ungaretti c’è dunque questa luce comunicativa, che stride con alcuni suoi comportamenti pubblici e privati, tra l’ambiguo, il calcolo subdolo e il menefreghismo.
      E se debolezze private, che emergono dal nutrito epistolario, alcuni errori, anche per certe disgrazie occorsegli, sono classificabili ai confini tra le leggerezze e le miserie umane; il trasformismo conservatore e reazionario, fino alla compromissione ideologica con il fascismo, sono incomprensibili in una persona con le sue vicende e la sua formazione, e tali restano.
E’ utile precisare che la sua adesione al fascismo (che ha riguardato anche intellettuali oggi apprezzati, ma che hanno fatto ampia ammenda ed erano più o meno adolescenti; non per giustificare, ma per quantificare almeno il livello di responsabilità personale), non ha avuto effetti pratici di rilievo, ma morali sì, se non altro perché da parte sua non c’è stata alcuna reazione alle nefandezze della dittatura; intrattenne invece costanti rapporti con Mussolini, che gli aprì la strada per l’Università di Roma; non si ha notizia di alcun ripensamento rispetto all’adesione al regime neppure dopo la liberazione.
      In questo contesto non certamente plausibile, stridente è la contraddizione con la natura che emerge dai suoi versi, al punto tale che il rapporto tra la sua vita pubblica e la poesia resta incompatibile e irrisolto, si pensi solo alle poesie contro la guerra.
      Giuseppe Ungaretti nacque ad Alessandria d’Egitto l’8 febbraio 1888 da genitori lucchesi, anarchici. Ebbe una formazione multiculturale, sebbene in parte occasionale. In età giovanile ebbe modo di leggere e apprezzare i poeti francesi, tra cui Baudelaire. Nel 1906 fece l’esperienza di Baracca rossa, deposito adibito a riunioni di socialisti e anarchici, sempre in Egitto.
      Nel 1912 si trasferì a Parigi per gli studi universitari. Là ebbe modo di frequentare diversi artisti, tra cui Apollinaire, Picasso, De Chirico, Modigliani.
Allo scoppio della Grande guerra, interventista, si arruolò in fanteria e combatté sul Carso. Sul fronte scrisse “Il porto sepolto”, pubblicato a Udine nel 1916. Finita la guerra si stabilì in Francia. Nel 1919 pubblicò Allegria di naufragi, contenete Il porto sepolto e La guerre.
Nel 1920 sposò Jeanne Dupoix dalla quale ebbe due figli.
Nel 1921 si traferì a Roma (Marino), dove ebbe inizio il periodo buio di commistione con il fascismo. Svolse l’attività giornalistica come inviato della Gazzetta del popolo. Nel 1928 abbracciò la religione cattolica. In questo periodo maturarono le poesie raccolte ne Il sentimento del tempo.
      Nel 1936, raggiunta la massima fama, durante un viaggio in Argentina, accettò un incarico presso l’Università di San Paolo in Brasile, dove si trasferì con la famiglia fino al 1942.
Nel 1939 morì il figlio Antonietto, 9 anni, se ne trovano tracce ne Il dolore (1947) e Un grido e paesaggi (1952).
      Al ritorno in Italia nel 1942 ebbe l’incarico presso l’Università di Roma, da cui fu sospeso al momento della Liberazione e reintegrato nel 1946 per l’intervento di Natalino Sapegno, parte della lunga schiera di ex-fascisti, poi imboscati anche nei partiti di sinistra, nonostante il passato liberale. Sono quelli che magari hanno disprezzato gli esiliati, coloro che rifiutarono ogni compromesso con il regime, penso a Silone.
La sua opera omnia è stata pubblicata ne La vita di un uomo.
Morì a Milano il 2.6.1970.
(segue…)

Ocho siglos de historia

29 Febbraio 2012 3 commenti

Lezioni condivise 62 – La reconquista spagnola

   E’ singolare l’analogia con cui il regno visigoto in Spagna e i regni giudicali in Sardegna persero l’indipendenza, l’uno a partire dal 711, gli altri dal 1323. Da entrambi partì una richiesta di aiuto militare rispettivamente nei confronti dei berberi e degli aragonesi. Inutile dire che l’aiuto si trasformò immediatamente in occupazione. La reconquista spagnola durò ben sette secoli e mezzo e anche più. In Sardegna non è mai iniziata.
    Nel 711 Tariq ibn Ziyad, berbero, governatore di Tangeri, in Ifriqiya (Marocco), attraversò le colonne d’Ercole, che presero il suo nome, Giabal al-Tariq (Monte di Tariq), Gibilterra. Doveva soccorrere il re visigoto Achila contro l’usurpatore Roderico, ma dopo la vittoria nella battaglia del Guadalete, proseguì fino a Toledo, la capitale, con ben altre intenzioni.
    In poco tempo i mori occuparono gran parte della penisola iberica. Rimasero loro inaccessibili solo la striscia nord atlantica e quella lungo i Pirenei. La debole monarchia visigota aveva contro anche gli ebrei che appoggiarono gli arabi, tolleranti nei confronti delle altre religioni.
    I musulmani chiamarono il territorio occupato Al-Andalus, che da allora avrebbe avuto diverse vicissitudini, legate sia all’instabilità berbera, sia alla reconquista spagnola.
    I visigoti superstiti organizzarono presto la resistenza raccogliendosi intorno a Pelayo di Fafila, che fondò il regno delle Asturie e vinse la battaglia di Covadonga (Cangas de Onìs) nel 722, dando inizio alla lenta Reconquista.
    Nei secoli successivi, si assistette al progressivo recupero dei territori da parte degli eredi dei visigoti, definire i quali è problematico giacché i cambiamenti in campo cristiano, come peraltro musulmano, furono molteplici.
    Il primitivo regno asturiano, allargandosi cambiò denominazione, si frazionò, si ricompose, qualche volta regredì sotto le nuove spinte berbere; nacquero diverse contee, alcune delle quali divennero altrettanti regni: Galizia, Leon, Castiglia, Portucal, Navarra, Aragona, Catalogna. I conquistatori berberi, legati alla dinastia araba Omayyade, videro dal canto loro Al-Andalus trasformarsi da governatorato, in emirato, califfato, frazionarsi in regni, fino all’ultimo sultanato di Grenada.
    A partire dal IX secolo, con il progredire della reconquista, si assistette anche al ripopolamento del territorio, organizzato in villaggi che il re avocava a se, strutturati variamente con un proprio consejo, mentre nelle contee venivano concessi titoli feudali e i naturales (nativi) erano privilegiati.
    La contea più estrema (in finis terrae, sull’oceano), la Galizia, poco importante sotto il profilo economico, fu però il simbolo della reconquista, perché là, nell’813, avvenne il miracolo del ritrovamento del sepolcro di San Giacomo, nel campus stellae. Da allora una popolazione profondamente cristiana iniziò i pellegrinaggi, ancora attivi oggi, lungo la via di Santiago; come prova portavano con se le conchiglie dell’oceano.
    Il regno di Galizia, che ha avuto una storia singolare mantenendosi formalmente fino al 1833, finì sotto l’influenza delle Asturie e del Leòn.
    Più a nord-est si era formato il regno di Navarra, occupato dai baschi latinizzati.
    Il regno di Castiglia sorse per questioni ereditarie nell’XI sec., staccandosi da quello navarrese e unendosi a quello di Leòn; divenne il regno più ricco e importante di Spagna.
    Più ad est vi era il regno di Aragona – anch’esso precedentemente contea navarrese – e sul Mediterraneo la contea di Barcellona (Catalogna), che conservò sempre propri privilegi, anche quando si unì al regno aragonese, montuoso e molto più isolato.
    In origine le insegne catalane facevano riferimento all’hogar (casa, focolare) e acquisirono un significato fondamentale durante la reconquista, in quanto rappresentavano ciò che i mori insidiavano e intendevano togliergli. Storicamente è legata, anche linguisticamente, alla ragione francese confinante, da quando Cerdaña e parte del Rossignano, sui Pirenei, erano unite.
    L’unione tra Catalogna e Aragona si verificò in seguito al matrimonio di Ramon Berenguer IV, conte di Barcellona, con Petronilla d’Aragona (1137); la Corona d’Aragona nacque dal loro figlio Alfonso II, nel 1174. Nel 1238 inglobò anche il regno di Valencia, strappato agli arabi.
    Benché la corona portasse quel nome, divenne più importante il territorio della Catalogna, vocato alla vita marinara mediante la rotta delle isole (Baleari, Corsica, Sardegna, Sicilia…). Barcellona si proiettava sul Mediterraneo e aveva caratteristiche simili a molte città italiane della Puglia, della Calabria e della Sicilia, con le quali realizzava una sorta di koinè. L’interesse della Catalogna per l’oriente la distolse dalla navigazione verso il nuovo mondo, i conquistadores delle americhe furono infatti castigliani, più forti militarmente.
    Ancora oggi Barcellona conserva l’eredità di quei vecchi privilegi; la conoscenza di due lingue fin dalla nascita (catalano e castigliano) è molto utile nel lavoro. Hogar sono ancora oggi i circoli degli abitanti provenienti da altre regioni che vogliono mantenere la propria identità.
    Altra contea particolare, poi regno, fu il Portugal (dalla città di Porto e dal primo nucleo formato da Galiziani, celti), le cui genti isolate al nord-ovest, continuarono ad esserlo anche scendendo lungo la striscia atlantica, fino all’estremo sud. Disponeva di zone poco fertili e di poche vie d’accesso. La contea fu fondata da Alfonso Enriquez nel 1139. Nel 1143 si costituì in regno, protetto dal papa che lo riconobbe nel 1179. Fu annesso ai nuovi regni iberici e alla Spagna solo per brevi periodi, anche perché i dirimpettai erano spesso occupati con le loro muñas (problemi) interne.
    Leon e Castiglia erano in lotta tra loro e poco interessati alla regione dell’Atlantico. Così Il Portogallo poté estendersi indisturbato fino all’Estremadura. Tuttavia dal 1580 subì circa ottanta anni di dominio spagnolo, in seguito alle pretese egemoniche di Filippo II, che fece valere con la forza i diritti ereditari per parte di madre. Nel 1640 scoppiò la guerra di indipendenza in Portogallo (ma anche in Olanda, Napoli, Sicilia, e a Barcellona), mentre era re Filippo IV di Spagna, la cui forza in Europa venne ridimensionata dagli esiti della guerra dei trenta anni.
    Ferdinando III, unificò Castiglia e Leon nel 1230 e fu fatto santo perché diede impulso alla guerra contro i musulmani. La Castiglia conquistando vari territori, in ultimo l’Andalusia, divenne il regno più importante della penisola, la Navarra invece si chiuse e venne conquistata da Ferdinando il Cattolico, re d’Aragona. Tuttavia la formazione dei vari regni, impedì l’unificazione tra gli stati, né alcuno riuscì a prevalere sull’altro. Infatti la Spagna è stata storicamente una Corona, cioè uno stato costituito da più regni. Cosa che non accadde con il Regno di Sardegna, ove i Savoia costiturono uno stato unitario estendendo i propri confini (la Sardegna stessa, nucleo originario dello stato, perdette la propria statualità). La Spagna ancora oggi riconosce invece maggior autonomia a diversi territori.
    Intorno al 1000 la reconquista ebbe una battuta d’arresto. L’esercito del califfato riprese parte dei territori perduti e imperversò nei territori cristiani spingendosi fino a Santiago di Compostela, Pamplona e Barcellona. Di lì a poco il califfato entrò in crisi e si formarono anche nei territori musulmani diversi regni, detti di Taifa.
    Nel 1085, Alfonso VI di León prese Toledo, l’antica capitale visigota, tappa fondamentale. Gli islamici furono costretti a chiedere aiuto agli Almoravidi, fondamentalisti berberi, che in quegli anni avevano conquistato tutto il Maghreb e anche in Spagna si sostituirono agli emiri, attuando una politica rozza, rispetto a quella culturale portata dagli arabi della prima ora.
    In quegli anni si affermò il leggendario El Cid Campeador (Rodrigo Diaz de Bivar) che nel 1094 prese Valencia. La reconquista andava avanti su due fronti non unitari: da una parte Catalogna e Aragona, unitesi nel 1137, e dall’altra Castiglia e Leòn. La svolta ci fu a La Navas de Tolosa nel 1212, con una coalizione guidata dal re di Castiglia. Ma mentre questi pensavano alla reconquista, gli aragonesi nel 1282 attuavano una politica espansionistica nel mediterraneo, occupando la Sicilia.
    Presa Cadice nel 1262 la reconquista ebbe una fase di stasi e il ritorno dei marocchini.
    L’infeudazione delle terre tolte agli arabi, agli ordini militari di Calatrava, Alcantara e Santiago e ai contadini castigliani, creò altri poteri e instabilità, dovuti anche alla coalizione feudale della Mesta, associazione di pastori, potentissima e antiebrea.
    Intorno alla metà del XIII secolo la reconquista era di fatto conclusa, permanevano tanti problemi, di tipo economico, ma anche politico e dinastico. Alla morte di Martino il vecchio, rimasto senza eredi, con il compromesso di Caspe (1412), si mise fine alla questione della successione aragonese, fu scelto con il voto Ferdinando II, che iniziò la dinastia Trastamara.     Dinastia che regnava anche in Castiglia con Enrico IV, cui successe nel 1474, la sorellastra Isabella, sposata a Ferdinando nel 1469. Questo matrimonio segnò la riunificazione spagnola. In mano agli arabi era rimasta solo Granada; Navarra e Portogallo erano indipendenti. Nel 1492 fu presa anche Granada, mentre la Navarra fu incorporata nel 1512.
    Laboriosissimo mettere insieme tanti avvenimenti così intrecciati nello spazio e nel tempo, così in breve, ma è utile per avere un quadro di insieme anche complesso, volendo approfondire particolari dei quali avremo il preciso inquadramento storico.
(Storia moderna – 17.1.1997) MP

 

Verba novissima clara!

31 Gennaio 2012 3 commenti

Lezioni condivise 61 – Quantum fortuna in rebus humanis possit
Trattando di storia, ho sempre separato i due opposti concetti di nazionalismo di cui abbiamo avuto esempio a cavallo tra ottocento e novecento.
Il più antico, positivo, di carattere popolare e libertario, nasceva dalla necessità di liberare le nazioni oppresse dagli stati invasori, coloniali e dal primo imperialismo. In questo caso il riconoscimento dei diritti delle nazioni all’autodeterminazione rappresentava un principio democratico i cui effetti dovevano essere solo positivi ed evidenti; il più recente e più noto, il nazismo, non nasce invece come bisogno di libertà, ma come tentativo di imporre la razza “ariana”, prevalentemente tedesca, sulle altre inferiori; non è neppure un’ideologia politica, ma un progetto criminale tout court, nato e sviluppato in menti malate.
L’esperienza nazista ha evidentemente dato una connotazione negativa al concetto di nazione, che solo contingenze relative al terzo e quarto mondo, ma anche ai diritti dei popoli oppressi e minoritari nel nuovo e antico mondo, hanno portato necessariamente a recuperare il significato originario, scevro da significati inquietanti.
Se il mondo andasse avanti su basi puramente etiche, non ci sarebbero problemi, sappiamo invece che anche oggi esistono vari stati gendarme che l’etica la applicano solo secondo la propria convenienza e con il supporto di tanta propaganda, rendendo il falso vero e viceversa, liberando alcuni e opprimendo altrove o in casa propria.
Come possa districarsi in questo bailamme di poteri occulti il cittadino etico, ce lo hanno insegnato in vari modi gli Huxley, i Silone, gli Orwell: mantenendo la capacità critica, non facendo contaminare il proprio pensiero da derive ideologiche discriminanti dell’uomo sull’uomo, riuscendo a concepire il pensiero logico come tale, non assimilando contorsioni mentali tendenti a far accettare l’inaccettabile. Basti pensare che la propaganda, in passato, ha fatto passare l’idea che non si può essere tutti uguali e noto che solo oggi, dopo circa trent’anni di oscurantismo culturale, si torna a parlare di uguaglianza, sebbene il potere sia in mano alla finanza, ma è già qualcosa che il Movimento (dagli Indignati a Occupy, a Internet) l’abbia individuata come il nemico da abbattere.
Detto questo, è evidente che l’essere etico, deve stare all’erta; è evidente che i fraudolenti, i ruffiani, i manipolatori, i demagoghi, sono sempre all’opera e bisogna guardarsene, combatterli e smascherarli senza pietà. Il governo Monti e chi lo appoggia, ad esempio, è gente di questa risma e spero che ci si accorga a cosa è dovuta la differenza tra quel che si dice e quel che si fa realmente, dei loro beceri metodi oscurantisti, ma non ne conoscono altri. La capacità critica è necessaria in un mondo di questo tipo, così complesso, ed è essenziale in ogni campo, in storia, in letteratura, in giustizia, in politica.
Tornando dunque al concetto iniziale, occorre distinguere, e sebbene la distinzione tra bene e male non sia più netta, all’essere critico gli si drizzeranno i capelli al momento giusto.
E’ naturale che ciò accada leggendo il Principe di Machiavelli, compresa la sua conclusione, l’exhortatio ad capessendam italiam in libertatemque a barbaris vindicandam.
A quale Italia e quali barbari si riferisse non è chiaro, e soprattutto, quale diritto avrebbero potuto avere i Medici o altri a “pigliare” cosa…! Lo avrebbero fatto i Savoia più di tre secoli dopo, con i risultati che vediamo oggi che comincia ad emergere con qualche ritardo (i tentativi passati sono sempre stati messi a tacere) la verità sull’unificazione forzata, violenta e di fatto mai avvenuta.
Gli italiani, sostiene, erano forti individualmente, ma non erano organizzati, e cita la Disfida di Barletta, tanto celebrata dal patriottismo nostalgico; in realtà Fieramosca e gli altri, rappresentavano la Spagna, erano dunque mercenari e la contesa era con la Francia per la suddivisione del regno di Napoli.
Sotto il profilo puramente storico-letterario, trae delle conclusioni da pessimo profeta, perché giudica quei tempi per l’Italia, analoghi quelli che fecero la fortuna di Mosè, di Ciro, di Teseo, ma l’Italia schiava, serva, dispersa, disordinata, spogliata, non si è mai ripresa e certamente non al tempo del nostro, che riteneva fosse tutta pronta e disposta a seguire una bandiera, pur che ci sia uno che la pigli. Esorta i Medici a farsi promotori di questo riscatto che non ci sarà, usando proprie armi e li istruisce sui difetti di spagnoli, svizzeri e tedeschi…
Non si debba adunque lasciare passare questa occasione, acciò che la Italia dopo tanto tempo vegga uno suo redentore… e sotto li sua auspizi si verifichi quel detto del Petrarca:
Virtù contro a furore/ prenderà l’arme…
Retorica deteriore e avulsa dalla realtà delle cose, teorie che prescindono dall’esistenza della gente, dei popoli, delle culture…
A parte l’esortazione finale, stimolo per invettive, l’ultimo consiglio di Machiavelli al principe è di guardarsi dalla fortuna, che per lui è il fato, il destino.
La ruina d’Italia, sostiene, è dovuta all’ignavia dei principi italiani che in cinquanta anni di benessere non hanno potuto prendere le misure per evitare la malasorte, fermi nella loro mollezza.
La fortuna è un problema chiave, un ostacolo che tuttavia può essere controllato e trova giustificazione nella religione, come provvidenza. In Dante, ad esempio, è ministra e duce di Dio, dunque da accettare come Suo disegno.
Al contrario, secondo la concezione immanentista, propria della scienza economica, l’uomo è artefice del proprio destino – concetto che può fungere da alibi per avallare le ingiustizie sociali – eppure l’uomo non può dominare tutto.
Durante l’umanesimo (Leon Battista Alberti) si pensava di poter dominare la fortuna. Quando è tutto ordinato, quando la situazione politica è forte, basterebbe un po’ di prudenza, pensare anche al futuro nel caso le cose non dovessero andare così bene, dunque prepararsi ad affrontare tempi peggiori.
Dal 1494 (discesa di Carlo VIII) il problema della fortuna diventò tema letterario sia dei grandi (come Ariosto) che dei minori.
In Machiavelli il concetto non è univoco, né lineare e coerente. Parte dalla rassegnazione nella lettera al Vettori, al discorso più ragionato ne “Il Principe”. Cita, per confutarlo, l’assunto secondo cui la fortuna governa il mondo e non vi è prudenza umana che tenga, tanto vale farsi governare dalla sorte. Egli sostiene che almeno la metà delle azioni dell’uomo dipendano dal nostro libero arbitrio e dalla virtù.
Paragona la fortuna al nubifragio che fa straripare i fiumi, producendo danni inevitabili, che l’uomo tuttavia può limitare incanalando l’acqua, costruendo argini e pulendone i letti. La fortuna imperversa dove non c’è virtù a resistergli, e quanto accade al territorio alluvionato, accade al principe inerte; la fortuna è come un manto insufficiente: scopre i piedi o il busto.
Una persona felicita o ruina a seconda di come si muove la fortuna, ma felice è quell’uomo che si confronta, che si uniforma alla qualità dei tempi.
Tuttavia per contrastare il destino non ci sono particolari ricette; l’impetuoso e il paziente a volte giungono allo stesso risultato con comportamenti diversi nel bene o nel male, e anche due che si comportano in ugual modo possono sortire effetti diversi.
Chi governa bene e con pazienza, se muta la fortuna può rovinare, perché essendoci necessità di mutare comportamento non lo sa fare, essendo la sua natura quella. Occorre essere duttili, ma la realtà è più complessa delle definizioni, è quasi impossibile mutare la propria natura e la storia ne è esempio.
Quinto Fabio Massimo ebbe fortuna perché temporeggiava, allora serviva quella qualità, ma in un altro tempo non sarebbe stato favorevole comportarsi in quel modo e avrebbe fallito.
A Giulio II, invece, riuscì ogni mossa agendo con impeto, se avesse avuto necessità di procedere con respetti si sarebbe rovinato perché non era la sua natura e infatti quando adottò la prudenza, fallì.
E a proposito di barbarie, sostiene infine, che sia meglio essere impetuoso che respettivo, perché la fortuna è donna: ed è necessario, volendola tenere sotto, batterla e urtarla…
Gramsci, da una lettura critica, positiva e generosa de “Il principe”, trasse la convinzione che si debba agire con il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà. Pertanto, giacché dovere dell’uomo è non abbandonarsi mai, nell’azione del nostro essere etico è doveroso che prevalga sempre la volontà.
(Letteratura italiana – 17.5.1996) MP

Il realismo è comunque un’idea

30 Dicembre 2011 4 commenti

Lezioni condivise 60 – Laude e vituperio del Principe.

         Quello che meraviglia nel Principe è l’eccesso di cinismo, a volte gratuito, fino a far sospettare che sia solo grottesco sarcasmo; probabilmente non è così e questa è solo una mera speranza, ma certamente lì emerge una figura molto differente da quello che è il Machiavelli delle lettere e della scrittura. Ma se anche fosse mera satira, ciò non ha esonerato, nei cinque secoli che ci separano dal segretario fiorentino, diversi dux ad ispirarsi al suo saggio.

         Ci sono esempi svariati, alcuni ridicoli, benché distruttivi, come quello del Berluscon; altri forse ancora più pericolosi come quello dell’attuale premier, che si erge a Caesar e a “ora vi faccio vedere io come si fa”, ma in realtà ha solo fatto peggio di Padoa Schioppa e Tremonti e il fatto che riesca a farlo più signorilmente, gabbando la gente, è solo più inquietante.

         Per fortuna in democrazia ci sono i rimedi, anche se spesso non colti, pressoché sconosciuti ai tempi del Nostro. Questi era fissato con gli armamenti, anche se ha certo più attenuanti degli amerikani contemporanei, di un nostalgico La Russa e di coloro che ancora oggi insistono a voler acquistare aerei militari dal nome preoccupante, Lockheed; mica si può fare a meno degli scandali anche se c’è un governo tecnico!

         L’arte, ovvero, il mestiere della guerra, per Machiavelli, deve essere l’unico pensiero del Principe, perché coloro che hanno pensato più alle delicatezze che alle armi, hanno perso lo stato. Francesco Sforza divenne duca di Milano con le armi, i figli per sfuggire ad esse tornarono ad essere dei comuni privati.

         Ciò naturalmente vale anche in tempo di pace, occorre tenersi pronti, sia con le esercitazioni, che con l’elaborazione di strategie, come faceva Filopemene, principe delli Achei, che a ciò pensava in ogni situazione.

         Il Principe deve conoscere anche la storia, onde poter fuggire gli esempi di disfatta e imitare, invece, gli uomini vittoriosi, in quanto Alessandro Magno imitava Achille; Cesare Alessandro; Scipione Ciro.

         Per questo il Principe e il Cortigiano del Castiglione, benché ci si arrampichi sugli specchi per trovare analogie, sono come gli opposti estremismi, ma mentre di solito uno di essi è positivo e l’altro negativo, come buono/cattivo, qui la dicotomia è come quella tra fascisti e monarchici, per intenderci, con in mezzo Guicciardini, per il quale la realtà è compromesso.

         Secondo il De Sanctis, il Castiglione cura la forma per esprimere un pensiero sterile, esteriore e poco reale, da mestierante, utilizzando una “forma letteraria” che allontana lo scrittore dall’uomo del suo tempo. Per altri le due opere sono solo due facce della stessa medaglia, il Rinascimento, realismo e idealismo, ma in sostanza anche il realismo è in fin dei conti “idea”.

         Per Machiavelli, il Principe deve assolutamente mettere da parte il galateo, non deve essere buono, anzi imparare ad essere cattivo con i sudditi (considerato che lui era in esilio e se ne lamentava pure, secondo il suo cinismo forse, che so, avrebbero dovuto impiccarlo); non erano certo buoni auspici per se stesso visto che dedicava ai Medici, gli stessi con cui era caduto in disgrazia.

         Nel cap. XV esamina le ragioni per cui i principi, sono laudati o vituperati. Attacca gli idealisti di forme di stato mai realizzate (Platone, lo stesso Savonarola; non so se conobbe Thomas Moore ed Erasmo, suoi contemporanei), che trascurano quello che si fa per quello che si doverrebbe fare, e vanno verso la ruina, piuttosto che verso il mantenimento dello stato. E’ necessario che si parli del vero, non dell’immaginazione (non sarebbe mai stato un sessantottino! E sappiamo quando dobbiamo al ’68… malgrado le varie cornacchie).

         I principi sono notati per le loro qualità, alcuno è tenuto liberale, alcuno misero (usando uno termine toscano, perché avaro in nostra lingua è ancora colui che per rapina desidera di avere, misero chiamiamo noi quello che si astiene troppo di usare il suo); alcuno è tenuto donatore, alcuno rapace; alcuno crudele, alcuno pietoso; l’uno fedifrago, l’altro fedele; l’uno effeminato e pusillanime, l’altro feroce et animoso; l’uno umano, l’altro superbo; l’uno lascivo, l’altro casto; l’uno intero, l’altro astuto; l’uno duro, l’altro facile; l’uno grave l’altro leggieri; l’uno relligioso, l’altro incredulo…

         Il principe deve sapersi destreggiare tra queste qualità, tenendo quelle che gli fanno mantenere lo stato e al contempo non si curi di incorrere nella infamia di quelli vizii sanza quali possa difficilmente salvare lo stato, giacché alcune virtù potrebbero rovinarlo e certi vizi salvarlo.

Vade retro!

(Letteratura italiana – 16.5.1996) MP

Un figlio di papa

30 Novembre 2011 6 commenti

Lezioni condivise 59 – Fortuna e disfatta del Principe

La figura di Cesare Borgia è davvero singolare e fa il paio con quella del padre Rodrigo, papa; ma è sbalorditivo il riguardo di Machiavelli nei suoi confronti in rapporto ai crimini commessi, stando almeno alla cruda lettura del Principe; quanto alla posizione della chiesa sui suddetti, non se ne parli! fosse solo Alessandro VI lo scheletro nell’armadio che si porta dietro… (omissis et re omissis).

Figlio del papa (espressione sufficiente a smascherare secoli di ipocrisia), seminarista in gioventù, pur non avendo mai ricevuto la consecratio, fu nominato Vescovo di Valencia e poco più tardi pure cardinale. Alcuni anni dopo uccise suo fratello Juan e depose la porpora cardinalizia, ma solo per darsi alla politica, non per indegnità.

Luigi XII di Francia, in cambio dello scioglimento del proprio matrimonio, gli concesse la mano di Carlotta d’Aragona, scorciatoia verso il Regno di Napoli, ma lei rifiutò e per accontentare il re si addivenne a un compromesso. Cesare dovette ripiegare su Charlotte d’Albret, sorella del re di Navarra, ottenendo anche il titolo di Duca del Valentinois.

Nel 1499, il Valentino, seguì il re francese nella spedizione in Italia (per molti versi analoga a quella di soli cinque anni prima del suo predecessore Carlo VIII); approfittando di ciò, Alessandro VI, papa e papà Borgia, affaccendato per sistemare il figlio, destabilizzò i suoi stati feudali dell’Italia centrale, dichiarandone i principi decaduti per mancato pagamento del censo, in modo che Cesare, visto che era di passaggio, potesse occuparli con l’esercito di Svizzeri messogli a disposizione dal re di Francia. Conquistò così la Romagna e parte delle Marche.

Ad operazioni in corso, però, il re richiamò l’armata del Valentino che, facendo buon viso a cattivo gioco, fece ingresso trionfale a Roma. Qui aggregò un esercito ancora più numeroso, aiutato dagli Orsini e altri signori (truppe ausiliarie e mercenarie). Conquistò Pesaro, Rimini e con enorme difficoltà Faenza. Gesta, ovviamente, piene di inganni e crudeltà. Volse poi le sue mire a Bologna e alla Toscana. In Emilia lo fece desistere Luigi XII stesso, in Toscana pose condizioni a Firenze, Pisa e attaccò Piombino e le isole. Solo in seguito si unì ai Francesi per la conquista del Regno di Napoli.

Nel 1500 Luigi XII e Ferdinando I di Spagna conclusero un accordo segreto per spartirsi quel regno e con relativa facilità posero fine alla dinastia aragonese. Il papa intanto si vendicò dei Colonna e dei Savelli che avevano appoggiato Federico I di Napoli.

Valentino proseguiva nelle sue conquiste: nel 1502 prese il ducato d’Urbino in modo fraudolento (chiese truppe in prestito a Guidobaldo da Montefeltro per dar battaglia a Camerino e una volta disarmatolo attaccò Urbino, di cui quello era signore). Si creò dunque una situazione di egemonia del Borgia su tutto il territorio della Chiesa, non solo in Romagna e nelle Marche, ma anche in Umbria.

L’espediente di Urbino mise in allarme gli alleati, proprio quando il Borgia intendeva attaccare nuovamente a Bologna. Essi, ed in primo luogo i nemici giurati, gli Orsini, da Siena a Perugia, da Bologna a Fermo, promossero un’impresa aventiniana, passata alla storia come congiura della Magione (dalla località omonima presso Perugia). Si accordarono per allestire un esercito che avrebbe dovuto muover guerra contro il Borgia; fomentarono rivolte a Urbino e in Romagna ottenendo che venissero restaurati i vecchi duchi. A Imola il Valentino ebbe il soccorso di Luigi XII mentre era allo sbando; tuttavia si riorganizzò e i suoi nemici, avendone paura, tentennarono. Firenze gli mandò il Machiavelli a dire che erano suoi amici. Anche gli Orsini si riconciliarono promettendogli la ripresa di Urbino e Camerino… Guidobaldo e gli altri minacciati scapparono e il Borgia ebbe gioco facile, come a Senigallia, dove la città gli fu ceduta e fu festeggiato dai vecchi alleati/nemici.

Proprio durante questi festeggiamenti, il Borgia, attuò la tecnica che Dante rimproverò a Guido da Montefeltro (promessa lunga con l’attender corto)… A tre mesi dalla Magione, due congiurati vennero strangolati immediatamente; gli Orsini, arrestati, fecero la stessa fine a Città della Pieve, solo per dare il tempo al padre di arrestare a Roma tutti gli altri componenti della famiglia, per una sorta di pulizia etnica.

Gli si arresero anche Città di Castello e Perugia, non attaccò Siena solo perché protetta dai francesi, anche se cercò di ottenere il permesso in cambio dell’aiuto contro la Spagna, che nel frattempo aveva occupato l’intero regno di Napoli. La Francia voleva parte del napoletano, ma la Spagna non gliela cedette. Luigi XII scese nuovamente in Italia, chiese aiuto al Valentino, intiepiditosi col re,  infatti di nascosto trattava con entrambi i contendenti.

Passarono solo alcuni mesi e Alessandro VI morì, la fortuna del Valentino si rovesciò. Si ammalò, forse colpito come il padre dal veleno che loro stessi avevano destinato ad altri.

Lo sfacelo del suo stato fu velocissimo, tutti i suoi nemici ripresero il loro posto e Venezia prese la Romagna. Divenne papa un suo nemico, Giuliano della Rovere (Giulio II) di cui, ormai malato, si fidò, ma venne arrestato e solo nel 1504 riuscì a scappare per Napoli, dove fu incarcerato dagli spagnoli, vincitori sui francesi, e spedito in Spagna nelle galere di Ferdinando. Riuscì a evadere, si rifugiò in Navarra dal re, suo cognato, per difendere il quale dai ribelli, morì banalmente nel 1507.

         La vicenda di Cesare Borgia, anche in un’ottica cinica come quella del Principe, avrebbe consigliato di non essere presa come esempio da proporre ai Medici, appena rientrati a Firenze. Esercizio inutile, giacché il Principe preso in considerazione commise diversi errori che il Machiavelli stesso stigmatizza, ciò che salva sono paradossalmente la crudeltà e gli inganni… per uno che stava in esilio forzato non c’è male! E’ pertanto legittimo dubitare del reale scopo dell’opera, sebbene anche optando per una lettura alternativa restino tante domande irrisolte.

         Con sullo sfondo sempre il Valentino, dopo aver discusso delle varie tipologie di stato, nel cap. XII del Principe, Machiavelli discetta di armi, ovvero della forza militare di uno stato, di come reclutarle. A questo tema dedicherà anche i capp. XIII (ove propone diversi esempi della pericolosità delle armi ausiliarie e mercenarie) e XIV (dove in sostanza suggerisce di guardare ai grandi della storia, che anche in pace pensavano alla guerra. Auguri!).

A suo avviso, i buoni fondamenti dello Stato sono due: avere buone leggi e buone armi. Non ci possono essere buone leggi dove non ci sono buone armi e dove sono buone arme conviene sieno buone legge, in quanto strumenti per applicarle.

Le milizie possono essere: mercenarie, ausiliarie, miste, proprie.

Esclude l’uso delle armi mercenarie e di quelle ausiliarie, in quanto lungi dal dar sicurezza, sono pure infedeli e pericolose per lo stato, gagliarde fra gli amici, tra e nimici vile (…) e nella pace se’ spogliato da loro, nella guerra da’ nimici, in quanto aspirano alla grandezza propria.

Il principe invece dovrebbe essere il conduttore di un proprio esercito, giacché è più facile guidare armi proprie che armi esterne. Ne sono state esempio Roma e Sparta in positivo e al contrario Cartagine, Filippo Macedone coi Tebani, Francesco Sforza coi milanesi, Sforza padre con Giovanna di Napoli.

Firenze, sostiene Niccolò, non finì in mano ai mercenari perché Giovanni Aucut (John Hawkwood, Jean de l’Aiguille, Giovanni Acuto) fu sconfitto; lo Sforza a Milano, invece, vinse e poté realizzare le sue ambizioni, mentre i veneziani a Vailà (Agnadello), il 14 maggio del 1509, guidati dalle truppe mercenarie di Bartolomeo d’Alviano, in una giornata perderono quello che in ottocento anni con tanta fatica aveva acquistato.

Secondo Machiavelli, l’origine delle armi mercenarie è italiana e fu iniziata dalla chiesa: El primo che dette reputazione a questa milizia fu Alberigo da Conio, romagnolo (…) Il risultato è stato, che quella (l’Italia) è stata corsa da Carlo, predata da Luigi, forzata da Ferrando e vituperata da’ Svizzeri (…)

Avevano, oltre a questo, usato ogni industria per levar via a sè, e a’ soldati la fatica e la paura, non s’ammazzando nelle zuffe, ma pigliandosi prigioni e senza taglia. Non traevano di notte alle terre, quelli delle terre non traevano di notte alle tende, non facevano intorno al campo né steccato né fossa, non campeggiavano il verno. E tutte queste cose erano permesse ne’ loro ordini militari, e trovate da loro per fuggire, come è detto, e la fatica ed i pericoli; tantoché essi hanno condotta Italia schiava e vituperata.

         Nella sua intenzione di teorizzare uno stato comunque forte, sicuro e funzionale, Machiavelli si barcamena in tutt’altre questioni. La sua ricetta è un minestrone dove anche i buoni ingredienti diventano indigesti: la necessità per uno stato di credere in qualcosa, di avere una propria identità, cosa che a Firenze (ma non solo) difettava, svilisce in soluzioni per niente originali – in una società in cui l’umanesimo era considerato una brigata di pericolosi estremisti -, come l’uso della religione per tenere a bada il popolo.

(Letteratura italiana – 15.5.1996) MP

Dai Borgia al giovin vecchio somaro scalciante

31 Ottobre 2011 4 commenti

Lezioni condivise 58 – le armi e fortuna di altri

Rifletto su quanto sia mero esercizio letterario, e solo in parte storico, trattare oggi di Machiavelli, almeno per chi ha il senso dello scorrere tempo e conoscenza del divenire dello spazio, conseguentemente dell’evolversi del pensiero e dell’incidenza della natura, tuttavia molti politici, analogamente a studentelli formati sui Bignami o peggio sui sommari, per cui somari, pensano di diventare grandi statisti applicando il Principe, allo stesso modo in cui utilizzerebbero le istruzioni per montare uno scaffale o le avvertenze di dosaggio di un medicinale. Non si spiega altrimenti la mediocrità con cui sono governati oggi gli stati, anche a volersi porre sul piano del capitalismo, o addirittura di regimi autoritari meno sofisticati: su tontimi si segat a fittas!

Lo stato italiano in questo primeggia, in soli 150 anni di vita si è concesso già due ventenni niente male. Esisterà qualche studio sociologico e/o psicologico sulla inclinazione degli italiani a darsi periodicamente la zappa sui piedi, ad essere autolesionisti? Le domande si sprecherebbero, ma certo non è chiaro, ad esempio, se mister berluscon sia epigono delle sue televisioni o se viceversa il livello di esse sia da ricondurre a lui. Non è neppure chiaro in quali testi abbia studiato da statista per essere così straordinariamente scarso, ma certamente è un primato il fatto che anche chi gli confeziona i discorsi sia quasi alla sua “altezza”.

Insomma, è così… L’unico modo per spazzar via questi ladruncoli di stato probabilmente è una rivoluzione, ma non è chiaro se e quando ci sarà, per il momento sono più motivati loro, continuano nel loro intento di mantenere le loro ricchezze sottratte alla società, mentre i poveracci continuano a gridare nel deserto.

Non ho riflettuto abbastanza su una casistica del De Principatibus in cui inserire l’attuale premier, ma è già abbastanza tronfio di suo, né merita un tale spasso. Mi occupo invece di Cesare Borgia, uno dei sette figli di papa Alessandro VI, la cui più nota è Lucrezia. Machiavelli lo classifica tra chi ha conquistato lo stato con le armi e fortuna di altri, e ne ha un’ammirazione esagerata, stanti evidenti ragioni oggettive e la sua ferocia (che però, pur trovando poco riscontro nella vita del fiorentino, sembra gli fosse congeniale).

Secondo il nostro, coloro che ottengono il potere con la sola fortuna, non fanno fatica ad averlo, ma tanta a mantenerlo. Essi diventano principi con il danaro o per il volere di altri e saranno sempre in balia di chi ha dato loro il potere, dunque per mantenerlo dovranno possedere proprie virtù.

Francesco Sforza fu un principe dotato di grande virtù, divenne duca di Milano con molta fatica, ma poi tenne il potere con altrettanta facilità; Cesare Borgia (il Valentino) invece, ottenne lo stato dalla fortuna del padre e quando il padre perse la fortuna, perdette lo stato, nonostante lo avesse retto con virtù.

Rodrigo Borgia, dal cognome profetico, non trovò altri principati per il figlio se non territori della chiesa, gli equilibri erano tali che mosse sbagliate avrebbero potuto rivelarsi dei boomerang. Tentò di disordinare gli stati che gli impedivano di fare grande Cesare e in qualche modo cercò di approfittare della discesa di Luigi XII di Francia del 1499, ma questi impedì al Valentino l’occupazione della Toscana… Da ciò, secondo Machiavelli, questi trasse l’insegnamento di non dover più servirsi delle armi e della fortuna altrui, ma in realtà la sua azione successiva non fece che costruire la sua fine, visto che si tenne i nemici e si fece tali anche i supposti amici, con una serie di voltafaccia e crudeltà.

Secondo Machiavelli il Valentino fallì perché le sue nuove conquiste nell’Italia centrale non erano ancora consolidate quando il padre morì e per di più anche lui era malato.

Ma, se nella morte di Alessandro fussi stato sano, ogni cosa li era facile. E lui mi disse, ne’ dí che fu creato Iulio II, che aveva pensato a ciò che potessi nascere, morendo el padre, et a tutto aveva trovato remedio, eccetto che non pensò mai, in su la sua morte, di stare ancora lui per morire.”

Per essere un buon esempio quello del Borgia, nella sua proposta immorale (anche se allora in quegli ambienti, come suol dirsi, il più sano aveva la rogna), sembra alquanto paradossale e quasi iettatorio nei confronti dei Medici. E ancor più lo è perché alla fine lo accusa di non essere stato abbastanza crudele da eliminare Giuliano della Rovere (Giulio II), suo nemico, prima che diventasse papa, invece di credere di esserselo fatto “amico”.

E chi crede che ne’ personaggi grandi è benefizii nuovi faccino dimenticare le iniurie vecchie, s’inganna. Errò, adunque, el duca in questa elezione; e fu cagione dell’ultima ruina sua.”

Bell’esempio da seguire!!! Per questo dico: o il segretario fiorentino era del tutto rincoglionito o la sua era una sottilissima provocazione.

(Letteratura italiana – 10.5.1996) MP

 

Achtung! Gioco pericoloso

30 Settembre 2011 4 commenti

Lezioni condivise 57 – De principatibus novis qui armis propriis et virtute acquiruntur

Non ripeterò le riserve già espresse sui saggi politici di Machiavelli, ma per confermarne la pericolosità giova ricordare che uno degli estimatori de “Il principe” è, pensate un po’, l’italico premier, che nel 1992 si è cimentato addirittura in una prefazione al libro, con per illustri predecessori nientemeno che Craxi e Mussolini. E’ anche emerso che egli caldeggiasse l’avvento di un uomo forte al governo dell’Italia… dunque giudicate voi se l’esperimento belusconian-machiavellico è riuscito. Da parte mia vorrei umilmente invitare i politici, veri o presunti, a non giocare mai al “principe”… i precedenti non sono incoraggianti.

Nel post su Ritratto delle cose di Francia, abbiamo visto come Machiavelli ammirasse tanto quello stato, anche sotto aspetti perlomeno discutibili. Egli osservava che vi era una grande produzione agricola e che il popolo non aveva un gran bisogno di denaro, quasi tutto in mano al re e ai nobili, che erano molto ricchi; il re (non fa mai il nome di Luigi XII) aveva un potere sconfinato e questo secondo il segretario fiorentino dava stabilità e potenza allo stato.

Questa situazione, a suo avviso, impediva lo sviluppo del “consumismo” e infatti i francesi vivevano sobriamente, non avendo vizi e tentazioni edonistiche; in questo modo anche la religione si sviluppava misticamente, senza la corruzione dei costumi italiani.

Machiavelli desiderava una tale situazione per lo stato fiorentino, facendo suo il desiderio quasi utopico dell’esule Dante, che rimpiangeva la città al tempo del trisavolo, quando essa viveva in pace e moralità, mentre quella del suo tempo era dilaniata e corrotta. Cacciaguida nel Paradiso ricorda i sani costumi dei Fiorentini antichi, la loro serena vita familiare, il culto delle memorie del passato. Una città non traviata dal denaro e dalla politica.

Fiorenza dentro da la cerchia antica,
ond’ ella toglie ancora e terza e nona,
si stava in pace, sobria e pudica.
Non avea catenella, non corona,
non gonne contigiate, non cintura
che fosse a veder più che la persona.
Non faceva, nascendo, ancor paura
la figlia al padre, ché ‘l tempo e la dote
non fuggien quinci e quindi la misura.
Non avea case di famiglia vòte;
non v’era giunto ancor Sardanapalo
a mostrar ciò che ‘n camera si puote.
Non era vinto ancora Montemalo
dal vostro Uccellatoio, che, com’ è vinto
nel montar sù, così sarà nel calo.
Bellincion Berti vid’ io andar cinto
di cuoio e d’osso, e venir da lo specchio
la donna sua sanza ‘l viso dipinto;
e vidi quel d’i Nerli e quel del Vecchio
esser contenti a la pelle scoperta,
e le sue donne al fuso e al pennecchio.
Oh fortunate! ciascuna era certa
de la sua sepultura, e ancor nulla
era per Francia nel letto diserta.
L’una vegghiava a studio de la culla,
e, consolando, usava l’idïoma
che prima i padri e le madri trastulla;
l’altra, traendo a la rocca la chioma,
favoleggiava con la sua famiglia
d’i Troiani, di Fiesole e di Roma.
Saria tenuta allor tal maraviglia
una Cianghella, un Lapo Salterello,
qual or saria Cincinnato e Corniglia.
A così riposato, a così bello
viver di cittadini, a così fida
cittadinanza, a così dolce ostello,
Maria mi diè, chiamata in alte grida;
e ne l’antico vostro Batisteo
insieme fui cristiano e Cacciaguida.
(Paradiso XV, 97 – 135)

Machiavelli accosta questo discorso a quello di Savonarola, cui riconosce l’opporsi alla corruzione di Firenze. Conosciuti i nuovi tempi evidentemente fece ammenda, infatti nella lettera a Ricciardo Becchi (scrittore apostolico presso la santa sede, che ebbe per qualche tempo degli incarichi dai Dieci di Balìa – sorta di ministero degli esteri fiorentino – per curare i rapporti con il papa) del 9 marzo 1498, si scagliò apertamente contro l’attività del frate.

Anche il discorso sulla Francia funge da premessa al vero scopo de “Il principe”, cioè consigliare (con tutta una serie di condizionamenti dovuti alla sua situazione di esilio) ai Medici rientrati a Firenze, i modi per fare proprio il principato e soprattutto come mantenerlo.

Ma proprio la sua condizione, a mio avviso, distolse Machiavelli dal suo vero scopo e lascia anche aperto uno spiraglio per poter sperare che in fondo non la pensasse proprio così come scriveva.

Le argomentazioni che propone nel cap. VI del Principe (De’ Principati nuovi che s’acquistano con l’arme proprie e virtuosamente), hanno più il sapore della letteratura che della politica.

Egli sostiene che i nuovi principati debbano prendere a modello i grandi esempi della storia, perché camminano li uomini quasi sempre per le vie battute da altri, specie dei grandi, appunto.

Il successo di un nuovo principato dipende tutto dalle capacità del principe che lo prende in mano e le difficoltà a reggerlo saranno minori quanta più virtù e fortuna esso avrà. E sarà meglio se vi risiede e non ha altri stati a cui pensare.

Ma c’è un altro elemento fondamentale che occorre avere e ci sono esempi eccellenti nella storia di principi che non hanno avuto né virtù, né fortuna, ma ebbero solo l’occasione, come fu per Mosè, Ciro, Romolo e Teseo. E le occasioni furono trovare il popolo di Israele schiavo in Egitto affinché si predisponesse a seguire Mosè; che Romolo fosse stato abbandonato alla nascita e così fondasse Roma; che Ciro trovasse i Persiani malcontenti dell’impero dei Medi, e i Medi fiacchi per la lunga pace; che Teseo trovasse gli ateniesi dispersi per poterli unificare.

Chi ottiene un principato per virtù proprie inizialmente avrà difficoltà a introdurre nuovi ordinamenti, a causa dei conservatori e dei pregiudizi, ma poi saprà mantenerli bene se potrà imporli con la forza. Perché se si impongono con le preghiere cascano. Tutti i profeti armati vincono, e i disarmati rovinano, come Savonarola. La natura de’ populi è varia; et è facile a persuadere loro una cosa, ma è difficile fermarli in quella persuasione.

Un altro esempio di occasione è quello di Ierone (Gerone II, 308 a.C. – 215 a.C), tiranno siracusano: la città essendo oppressa lo nominò capitano, lui cambiò la milizia e le amicizie, ebbe difficoltà a prendere il potere ma poi governò senza difficoltà per molto tempo. Ebbe occasione, virtù e fortuna, di lui Giustino (scrittore latino del II sec. d.C.): quod nihil illi deerat ad regnandum praeter regnum / nulla gli mancava per essere re fuorché il regno.

Sappiamo che il Machiavelli come esempio da imitare aveva in mente il Valentino, Cesare Borgia, suo contemporaneo, ucciso nel 1507 in un’imboscata, già cardinale e assassino del fratello, rivale nella scalata al potere. Esempio alquanto inquietante sia come figura, sia per l’azione e anche per i risultati. I Medici si saranno di certo toccati… ma in esso l’ex segretario vedeva il principe nuovo per un principato nuovo, che condensava in se, virtù (capacità d’azione e di comprensione), fortuna (tenerla da conto) e occasione (situazione storica che permette l’esercizio delle altre virtù).

Lo scopo di essere reintegrato nella corte medicea fallì, e per quanto anche i Medici non mi siano tanto simpatici, diciamo che se l’era proprio cercata.

(Letteratura italiana – 9.5.1996) MP

principe VI

Qualche importante link: Indipendenza per le nazioni degli Indiani d’America American indian nations AID Cosa è successo a Wounded Knee Global pacific revolution Rivoluzionari in sottana Il sito italiano dei nativi americani Sentiero rosso – cultura nazioni native americane

Officium in festis

27 Agosto 2011 3 commenti

Ille autem dixit eis: «Reges gentium dominantur eorum; et, qui potestatem habent super eos, benefici vocantur.
Vos autem non sic, sed qui maior est in vobis, fiat sicut iunior; et, qui praecessor est, sicut ministrator. Quis enim maior est: qui recumbit, an qui ministrat? Nonne qui recumbit? Ego autem in medio vestrum sum, sicut qui ministrat.

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Servira’ un’altra piazzale Loreto…

31 Luglio 2011 3 commenti

Lezioni condivise 55 – La Resistenza al fascismo

     A parlare oggi di Resistenza si prova tutta una serie di sensazioni contrastanti, tra le quali poi prevale la rabbia. Ci sono stati anni in cui il solo pensiero della Resistenza ha rappresentato una sicurezza per i democratici e un monito per i neofascisti e il loro universo, lo stesso (universo) che permise al fascismo di nascere e di prendere il potere. Ha ragione Gianni Simoni, e lo sanno tutti, ma è necessario che qualcuno ogni tanto ce lo ricordi: oggi il capo del governo italiano è un esponente della P2 di Licio Gelli, oggi le logge massoniche deviate si moltiplicano, i loro esponenti fanno parte del principale partito di governo; sono coinvolti ministri, lo stesso premier, e la si butta sul ridere; non succede nulla e tutta questa organizzazione che agisce ancora quasi alla luce del sole – P4, struttura delta, mafia, agganci impensabili (complice la RAI occupata e mediaset), con i loro giornaletti (la sera ed è grottesco, cartaccia come “Chi?” e similare, passa nella rassegna stampa del TG5 e compari) – vorrebbe farci credere che la magistratura stia facendo chissà che cosa, mentre se la facesse davvero sarebbero tutti già in galera.

     E mentre nel dopoguerra, fino ai controversi anni ottanta, la mobilitazione popolare, sebbene a caro prezzo, difendeva i diritti e le libertà faticosamente conquistati, la presa del potere da parte degli scampati a mani pulite, passo dopo passo, sta demolendo la Repubblica nata dalla Resistenza e la sua Costituzione, tant’è che a poco più di un mese dalla loro sconfitta elettorale e sui referendum, si permettono di approvare una legge che gli garantisce l’impunità, senza che l’indignazione popolare li travolga una volta per tutte.

     L’indignazione che si è levata non è davvero proporzionale alla gravità di quanto sta accadendo, sia a livello economico, sia a livello di democrazia. Si fa un gran parlare di Magistratura attiva, di Napolitano attento, di condanne in parlamento, e intanto l’ometto se ne frega, trama nell’ombra e continua a fare i suoi interessi, mentre la gente comune è alla fame e continua a pagare al posto della casta.

     Tanta rabbia per questa stasi, questa impotenza, nonostante il vaso trabocchi da tempo. Cosa deve accadere perché la gente dica basta davvero e li cacci via a pedate? Probabilmente si aspetta che la situazione diventi di non ritorno. Che si debba tornare davvero a Piazzale Loreto, ma quando?

     Questa sorta di regime anomalo in cui viviamo, per cui dentro un sistema costituzionale democratico si è instaurata una sorta di dittatura mediatica, per quanto a tratti surreale e ridicola, sta purtroppo producendo danni enormi anche sotto il profilo culturale: istruzione,  università, cultura, informazione sono da tempo sotto attacco e da tempo se ne avvertono le conseguenze; non è un caso che costantemente venga presa di mira con particolare veemenza la Storia contemporanea, si vorrebbe togliere dai libri di scuola la parola Resistenza e anche Liberazione. I nostalgici borghesi vorrebbero farci credere che la guerra di Liberazione, dunque anche Partigiana, sia stata una “guerra civile”, cercando di imporre un colossale falso storico: in realtà i fascisti erano ormai un numero esiguo, Mussolini era tenuto su dai tedeschi e la guerra fu sostanzialmente contro l’occupante, appunto di liberazione.

         La Resistenza al fascismo si sviluppò nell’Italia del nord, al di là degli Appennini. La creazione della repubblica di Salò, dopo la fuga di Mussolini dagli arresti di Campo imperatore (L’Aquila), comportò l’inasprimento della guerra contro l’occupazione nazista e i residui del fascismo.

La Resistenza coinvolse oltre 200.000 combattenti partigiani, di tutte le classi sociali, ma appartenenti soprattutto agli strati proletari; lo scopo era di raggiungere un ampio rinnovamento sociale e politico. A nord i partigiani godevano di un vasto appoggio popolare. La lotta non si sviluppò esclusivamente con attacchi armati, ma vi era anche la componente resistenziale passiva (la rete degli informatori, dell’accoglienza: chi ospitava e nascondeva i partigiani, chi gli forniva il cibo).

     E’ vero che una buona parte della popolazione fu attendista, non si schierò per paura degli uni e degli altri. Molti avevano sostenuto il fascismo e non volevano esporsi prima che si capisse chi sarebbe stato il vincitore. Questi non parteggiavano per la resistenza, ma non si esprimevano nemmeno in favore del regime. In questo clima poterono avvenire l’eccidio di Boves (Cuneo) del 19 settembre 1943, la strage di Marzabotto e Monte Sole (Bologna) dell’autunno del 1944, e tante altre rappresaglie nazi-fasciste.

         Lo sciopero generale di otto giorni del Marzo del 1944, che dal nord ovest si estese in tutto il territorio ancora occupato dai nazisti, fu il segno dell’appoggio crescente alla lotta partigiana da parte della classe operaia e rappresentò un colpo decisivo per il regime.

         Subito dopo la caduta di Mussolini, l’8 settembre 1943, i rappresentanti di tutti i partiti fino ad allora clandestini, si costituirono in Comitato di liberazione nazionale, pochi mesi dopo si sentì l’esigenza di un coordinamento dell’attività partigiana anche al nord e nacque il CLNAI (CLN Alta Italia) che funzionò come governo provvisorio in accordo con il CNL, con il riconoscimento degli alleati e del governo centrale (Bonomi).

I partigiani, in sostanza, vennero coordinati come il resto dell’esercito e chiamati Volontari di libertà, sotto il controllo e il comando del generale Cadorna, ma in sostanza le formazioni partigiane più organizzate continuarono ad agire in modo autonomo o sotto il comando di Luigi Longo e Ferruccio Parri, sulla carta vice comandanti.

L’operazione garantì ai partigiani il riconoscimento ufficiale, dovendo solo in teoria limitare le azioni e subordinarsi alle decisioni degli alleati.

         La guerra di liberazione si protrasse fino all’Aprile del 1945, l’epilogo fu rappresentato dallo sfondamento della Linea gotica (retta ideale e irregolare che va da La Spezia a Rimini – o da Massa a Pesaro – che costituiva la linea difensiva dei tedeschi) da parte degli alleati sul lato orientale, sull’Adriatico. Fu di fatto un segnale per i partigiani, che precedendoli occuparono le principali città del nord, scendendo dalle montagne. Il 25 aprile vennero liberate Milano, Torino e Genova e questo giorno è stato scelto per rappresentare la Liberazione dal nazifascismo.

         Mussolini alcuni giorni prima aveva abbandonato Salò e si trovava a Milano; lo stesso giorno con una colonna di mezzi e la presenza di tedeschi, ripiegò per Como, dove cercò di concentrare le forze fasciste residue, ma ormai sentendosi braccato fuggì a nord costeggiando il lago fino a Menaggio. L’idea di espatriare in Svizzera fu scartata perché era certo non sarebbe stato accolto, tanto è vero che alla frontiera fu respinta anche la moglie; vi è notizia tuttavia di un suo tentativo di espatrio clandestino con Claretta Petacci non andato a buon fine. La mattina del 27 si accodò a una colonna tedesca diretta a Merano, travestito da soldato; il convoglio venne intercettato dai partigiani e scortato fino a Dongo, dove durante la perquisizione, il dittatore venne riconosciuto dai partigiani e arrestato con gli altri gerarchi.

La notte del 28 aprile Mussolini venne trasferito con la Petacci a Mezzegra (allora Tremezzina), poco più a sud, e là fucilato; in circostanze non ancora chiarite del tutto restò uccisa anche la Petacci, sulla quale non pendeva condanna.

Quasi contemporaneamente a Dongo vennero fucilati anche gli altri gerarchi fascisti arrestati, trasportati poi a Milano con il duce e la Petacci ed esposti a piazzale Loreto per vendicare la strage fascista del 10 agosto 1944, quando nella stessa piazza vennero trucidati quindici partigiani.

         Il persistente dubbio sull’esatto svolgersi dei fatti è dovuto alla testimonianza più tardiva della presenza sul posto di almeno un agente servizi segreti inglesi, che avevano interesse a far sparire un carteggio evidentemente compromettente detenuto da Mussolini, tra lui e Churchill. Da qualche anno viene infatti accreditata una versione dei fatti che vorrebbe Mussolini eliminato dai servizi segreti inglesi, e alla conoscenza di ciò sarebbe da ricondurre l’uccisione di decine di partigiani nelle settimane successive.

         In tempi recenti, l’avvento al potere della destra e i tentativi di revisione e oscuramento della Resistenza, hanno prodotto diversi interventi sull’argomento da parte di diversi storici.  Ne cito alcuni significativi.

Pietro Scoppola, cattolico, nel suo libro 25 aprile. Liberazione (Einaudi, Torino 1995), sostiene che ha senso celebrare il 25 aprile, sia perché è la giornata simbolo della resistenza, sia perché segna la fine del fascismo, ma soprattutto perché è da lì che è nata la Repubblica. Alcuni storici contemporanei, revisionisti, a volte ex fascisti, criticano il concetto di guerra partigiana e vorrebbero contrapporgli quello di guerra civile, ma sabbiamo bene che il popolo era tutto da una parte.

ll 25 aprile è dunque una data fondamentale per lo stato, che da lì è nato con la sua Costituzione, frutto dell’accordo tra le forze politiche antifasciste, che facevano parte del CNL. Come festa nazionale è dunque spoglia da faccende di parte; in questo senso, sempre secondo Scoppola, non è giustificabile l’utilizzazione politica della resistenza, anche se è comprensibile che chi l’ha vissuta abbia mitizzato quel giorno, perché non bisogna dimenticare che la gente ha subito il fascismo e se ne è liberata grazie alla guerra partigiana.

L’intento di Scoppola è dunque recuperare gli elementi unitari, contro una consuetudine storiografica che spesso mette in luce maggiormente gli aspetti di divisione.

         Gian Enrico Rusconi, storico e intellettuale laico, in Resistenza e postfascismo (Einaudi, Torino 1998), sostiene che una democrazia vitale mantiene viva la memoria della propria origine. Non importa quanto dolorosa e controversa sia, purché alla fine tramite essa si generi tra i cittadini un sentimento di reciproca appartenenza.

Gran parte degli italiani vedono la Resistenza come un episodio genericamente positivo, ma remoto, qualcosa di rituale, che non è diventato solida memoria collettiva dei suoi cittadini. Il persistere di reticenze e cautele, impediscono che la Resistenza sia riconosciuta come l’evento fondante della democrazia italiana, come un momento importante di una storia comune.

         Renzo De Felice, ex comunista, le cui tesi sul fascismo sono state contestatissime e accusate di revisionismo, benché con pareri contrastanti anche a sinistra, ritiene che il consenso al fascismo non mancò neanche all’inizio del conflitto mondiale. La popolazione voleva soprattutto uscire dalla guerra, prima sperando in una vittoria del fascismo, poi comunque anche in una vittoria degli alleati: purché si uscisse dalla guerra.

Egli ritiene che l’antifascismo non incise in maniera sostanziale sulla visione della vita inculcata dal fascismo. Infatti ci fu subito una sorta di riciclaggio e peggio, la nascita di partiti sostanzialmente neofascisti. Si parlò quasi subito di restaurazione.

         Molte cose che scrive De Felice sono vere e verificabili, tranne alcune ambiguità che hanno dato spazio alla strumentalizzazione della stessa destra. In realtà il primo trentennio post fascista ha visto uno stato in libertà vigilata ed esposto a pericoli golpisti, nonostante il sessantotto e gli anni settanta, grazie ai quali la democrazia si è salvata, benché non siano mai stati sconfitti del tutto i settori deviati dello stato, che anzi continuano a tramare.

I partiti dell’arco costituzionale furono soggetti a infiltrazioni di stampo reazionario e lo stesso PCI mutuava la realpolitik di un PCUS che non era certo più quello della rivoluzione di ottobre.

I duri e puri della resistenza sparirono, sotto la voce “indipendenti di sinistra” e si dovette aspettare il 68 per avere sulla scena una sinistra, ma extraparlamentare, degna di essere chiamata tale. Il partito d’azione denunciò il venir meno dello spirito della resistenza da parte del PCI, che per salvaguardare il governo e l’unità antifascista, tradì appunto lo spirito partigiano, le riforme economiche promesse.

         La partecipazione al governo del PCI durò poco, solo fino al 1957. A ciò il PCI addebitò il dissolversi dell’antifascismo. In buona sostanza vi furono errori strategici da parte della sinistra, che si divise, ma anche di condizionamenti reazionari dettati dagli pseudo marxisti stalinisti o neostalinisti del PCUS.

Le sinistre si dissero allora le uniche rappresentanti della resistenza. Ciò provocò un atteggiamento di ridimensionamento della Resistenza da parte dei cattolici moderati, i quali misero più l’accento sulla lotta contro l’invasore tedesco e che sulla lotta antifascista, mettendo sullo stesso piano nazisti e stalinisti (che al di là della figura di Stalin, furono decisivi per sconfiggere il nazismo). In questo giudizio senza distinguo includevano anche il PCI, ed era già guerra fredda.

         Alcuni storici attribuiscono a questi contrasti la mancata nascita di una chiara identità nazionale. Resta per fortuna il baluardo della Costituzione, attaccata dai postfascisti e difesa dagli eredi della resistenza.

         E’ doveroso chiosare questa lezione osservando che sono passati quindici anni, volati, e il baluardo anzidetto resiste ad assedi sempre più pesanti portati da gente che parla con ignoranza – per citare una spassosa battuta di qualche tempo fa –  e anche gli storici sono parecchio disorientati da variabili impazzite… proprio ieri uno cantava “Berlusconi no, non lo avevo considerato…”.

(Storia contemporanea – 8.5.1996) MP