30 Nov 2016 @ 10:58 PM 

Lezioni condivise 117 – La dimora rurale

Trattare di Geografia nel XX secolo dava alla mente, al ragionamento, alla concentrazione sull’oggetto, come l’impressione di uno sballottamento in mare su una zattera o su una barchetta che tiene a stento l’onda, come se i geografi fossero ancora suggestionati dalla poesia di Braudel – da loro conteso agli storici -,  e avessero un approccio meta poetico alla disciplina. Disciplina in cerca di spazio da oltre un secolo, disciplina che trova identità nella frammentazione e più che assestarsi, galleggia, tra movimento, divenire e il rischio di essere assorbita dal altre materie più forti, come la filosofia, la storia e le scienze naturali, che a mala pena gli lascerebbero la topografia e poco altro.

Nel 1947, Lorenzi, al congresso di Bologna sancisce l’esistenza di linguaggi diversi tra geografi e distingue la disciplina in fisica, economica e antropica.

Ma la disunità si divide anche per scuole: la francese (deterministica) con Paul Vidal de La Blache e gli Annales, la tedesca (paesaggistica) con Friedrich Ratzel, italiana (regionalistica). Si tratta di approssimazioni tra incontri, derivazioni e tagli netti, in cui si inserisce anche il nazismo.

Dagli allievi di Vidal e dagli Annales nascerà la Geografia storica (1924-1926).

Jean Demangeot in Francia e Renato Biasutti in Italia, propongono studi sulla dimora rurale, riconoscendo ai villaggi e alle proprie dimore importanza antropologica per la relazione tra società e abitazione. Si studia in particolare la differenziazione tra le dimore rurali in Sardegna, tra casa campidanese (in làdiri) e barbaricina (in pietra), nonché l’estensione orizzontale o verticale.

Anche il contadino può avere l’esigenza di un abbellimento, di una distinzione.

(bozza da completare)

(Geografia storica – 14.01.1998) MP

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Ultima modifica: 30 Nov 2016 @ 11:09 PM

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 31 Ott 2016 @ 11:48 PM 

Lezioni condivise 116 – Il canto popolare

Due ambiti di ricerca: fatti folklorici come fatti culturali, ripudio degli esclusivismi culturali. Non esistono culture assolute ed eterne, qualunque cultura è un sistema in movimento. Ciò che appartiene alla propria cultura, non per questo è fuori dalla cultura.

L’esaltazione romantica sta alla base del folklorismo deteriore… Nasce accanto al folklore il folklorismo, edulcorazione di una serie di manifestazioni che hanno comunque una base “storica”.

I canti popolari, sono parte della letteratura tradizionale, anche trasmessa per via orale. 

Le musiche anticamente venivano scartate nelle raccolte dei canti popolari (non essendovi competenza e non essendoci il registratore), trattando i testi alla stregua dell’altra poesia.

Nella poesia popolare le rime, ovvero la metrica, non vengono solitamente rispettate.

I fatti folklorici sono frutto di una vicenda storica, di lotte, di contrasti. La cultura contadina è vista come una cultura nata e cresciuta, distaccata dalla cultura egemonica: non è così! o meglio, è anche così perché ci sono state culture dominanti in opposizione con essa: antifeudalesimo, invasioni barbariche, brigantaggio, questione meridionale…

Le classi oggi sono più sfumate perché è cambiata la realtà. Per qualche tempo c’è stata l’identificazione della cultura popolare con la cultura rurale (nei piccoli paesi e non nella cultura popolare urbana), oggi è cambiata la situazione perché la dicotomia città-campagna non è più così netta.

(bozza da completare)

(Storia delle tradizioni popolari – 11.12.1997) MP

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Ultima modifica: 31 Ott 2016 @ 11:48 PM

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 30 Set 2016 @ 11:58 PM 

Lezioni condivise 116 – I fatti folklorici

Due ambiti di ricerca: fatti folklorici come fatti culturali, ovvero ripudio degli esclusivismi culturali. Non esistono culture assolute ed eterne, qualunque cultura è un sistema in movimento. Ciò che appartiene alla propria cultura, non per questo è fuori dalla cultura.

Il movimento romantico fu un momento di stravolgimento… L’esaltazione romantica sta alla base del folklorismo deteriore… Nasce accanto al folklore il folklorismo, edulcorazione di una serie di manifestazioni che hanno comunque una base “storica”.

I fatti folklorici sono frutto di una vicenda storica, di lotte, di contrasti. La cultura contadina è vista come una cultura nata e cresciuta, distaccata dalla cultura egemone: non è così! Ma è anche così perché ci sono state culture dominanti in opposizione con esse (es. meridione italiano). Antifeudalesimo, barbari, brigantaggio, questione meridionale…

(bozza da sviluppare)

(Storia delle tradizioni popolari – 11.12.1997) MP

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Ultima modifica: 01 Ott 2016 @ 01:07 AM

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 31 Ago 2016 @ 8:00 AM 

Lezioni condivise 115 – La traduzione

Tutti più o meno sono venuti a contatto con una traduzione mal tradita e hanno avuto la possibilità di sbalordirsi di fronte ad essa.

Dobbiamo tuttavia considerare un percorso medio in quest’ambito. Dai primi approcci ad una comprensione accettabile.

Vi sarà capitato di venire a contatto con la traduzione di un testo inglese, per citare il caso più comune, magari delle parole di un brano musicale e di capirci ben poco o stupirvi delle banalità o dell’incongruità o ancora di un ermetismo surreale… Non che un testo inglese non possa essere banale, incongruo ed ermetico, ma il più delle volte ci troviamo di fronte ad una traduzione che non è tale, sbagliata, nella migliore delle ipotesi letterale, ma le lingue non sono tutte uguali e sarebbe comodo, ma anche molto piatto, se tutto fosse così semplice.

Per tradurre un testo da una lingua a un’altra, nelle traduzioni importanti e serie (cioè salvo non si voglia avere solo una lontana idea di un messaggio), occorre avere buona padronanza di entrambe le lingue, ma anche conoscenza della cultura in cui quelle lingue inferiscono, non semplicemente conoscere il vocabolario e qualche nozione di grammatica, un testo tradotto/tradito in un’altra lingua non sarà mai quello che si potrebbe leggere nella lingua originale, ma per poterne rendere in modo accettabile la comprensione, occorre un passaggio semantico, semiotico, storico… un’operazione non facile.

Il mercato è pieno di libri tradotti male, molti di essi forse già complessi in sé, diventano di proibitiva comprensione…

La traduzione, in poche parole, non è un mestiere facile, specie quella letteraria, ma non è proibito parlarne.

George Steiner ci ha dato un elenco esauriente di strumenti esterni, anche dizionari, che consentono di lavorare alla traduzione, collocazione, comprensione di un testo nel suo momento storico.

Intanto ha stabilito una differenza tra il tradurre e l’ interpretare (in “Dopo Babele” – Aspetti del linguaggio e della traduzione, scritto con Walter Benjamin).

Si parte da Babele, un simbolo, ma significativo. Rappresenta la genesi della pluralità linguistica.

Per aprire un confronto tra lingue occorre fissarne le reazioni interattive con la retorica, la storia, la critica della letteratura, la linguistica e la filosofia linguistica.

La traduzione è insita in ciascun atto comunicativo, ovvero rappresenta un crescendo di difficoltà, ma che ha inizio nella semplice comunicazione apparentemente tra individui che parlano o scrivono la stessa lingua, comunicano con gli stessi segni, ognuno ha il suo idioletto, ogni uomo ha un suo linguaggio, questa è la base.

Pensiamo alle lunghe discussioni che a volte si creano anche per una comunicazione semplice; significa che si hanno gli strumenti per comunicare, dibattere, ma che si hanno difficoltà a capire, decifrare, tradurre, anche se si dialoga nella stessa lingua convenzionale.

Conosciamo già (filologia romanza, linguistica sarda) i concetti di diacronico, diatopico, diastratico, diamesico, e via dicendo.

Occorre introdurre il concetto di ermeneutica (esegesi, spiegazione), che offre un metodo empirico in quattro tempi: spinta iniziale – aggressione – incorporazione – reciprocità o restituzione.

Nel tempo, dunque nella lettura di un testo antico, occorre tener conto del dinamismo della lingua che muta continuamente nel tempo e nello spazio.

(segue…)

(Lingua e letteratura inglese – 11.12.1997) MP

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Ultima modifica: 31 Ago 2016 @ 12:33 AM

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 31 Lug 2016 @ 11:54 PM 

Lezioni condivise 114 – Geo alla cerca di uno spazio

Lo studio della geografia, già di per se complesso, è reso stupefacente, non da oggi, ma anche oggi, dall’essere scienza alla ricerca di spazi, già di per se paradossale per la disciplina dello spazio, della terra.

Riesce perfino difficile credere che discipline così popolari, per quanto digeste o indigeste, a seconda dei gusti, possano trovarsi nelle condizioni di trovare nuovi spazi, non li hanno? La scienza è in continuo movimento, il suo cammino smembra, crea nuove discipline che finiscono per prendere il sopravvento su altre, ti tolgono lo spazio, lo fanno proprio, ti svuotano…

Pare anche a me un discorso piuttosto inverosimile, lo è per noi gente comune, non lo è dove si consumano le “battaglie” scientifiche o pseudo tali… E ci sarà una ragione se qualche anno fa divenne quasi di pubblico dominio che l’insegnamento della geografia sarebbe dovuto sparire dalle scuole di grado inferiore, per essere accorpato probabilmente in qualche altra materia o smembrato in più di una.

Mi rendo conto che tra storia, economia, geologia, scienze umane e fisiche, antropologia, linguistica e via dicendo, gli spazi si siano ristretti, ma direi in riferimento a studi superiori, non alla scuola dell’obbligo.

Che fa allora la geografia, o meglio i geografi, se ancora così li possiamo chiamare, invadono a loro volta spazi e non è che così si possa fare chiarezza. Già possiamo osservare che in differenti insegnamenti universitari si studiano argomenti simili, questo non è di per se negativo, anzi, studiare uno stesso argomento da diversi punti di vista, con approfondimenti differenti, può essere altamente formativo e specializzante.

E fin qui parliamo della scienza in se, nella politica delle scienze la situazione diventa cronaca, gli atenei esibiscono neppure troppo velatamente guerre tra dipartimenti e interdipartimentali, fino allo scontro personale, fino a contendersi gli studenti e adottare politiche che potremmo immaginarci tra bancari o in una redazione giornalistica, piuttosto che in una università.

Eppure pensare di eliminare la geografia sempre impensabile, la scienza della terra, dello spazio in cui viviamo, se proprio fosse necessario ci sarebbero studi molto più vaghi e generici, non riesco a pensare che sia la geografia a dover cercare spazi.

La scienza deve inseguire un po’ di logica: storia e geografia, tempo e spazio, che spesso si intersecano, ma sono l’elementare primitiva distinzione.

La Storia come totalità della vita umana, la geografia come sede in cui essa si svolge. Non è tutto così semplice in realtà, né si può tornare all’errore della divisione netta tra le scienze, la scienza moderna “predica” l’interazione, l’epistemologia, la cui applicazione distorta porta poi agli effetti anzidetti.

Non so se sia così semplice, ma il sorgere di un problema non dovrebbe mai essere risolto moltiplicando i problemi, così all’infinito fino al caos.

Così una curiosità, una visione anche eccezionale dello spazio e del tempo, quasi inimitabile, come quella di Fernand Braudel, riaccende la polemica, storico o geografo? Entrambe le cose, perché solo storico e non anche poeta… Siamo alla banalizzazione dolosa delle discipline di studio.

Poi quando arriveremo a discernere di Geografia storica (tra complessità, interesse e assestamenti sottili), potremo anche scoprire che è più importante l’oggetto di studio del nome in cui viene racchiuso.

In realtà in questi anni c’è stato perfino qualcuno che ha tentato di mettere sotto attacco la Storia, gente inconsistente per fortuna, quelli dei tunnel infiniti ove passano gli elettroni o roba simile, specie di micro-gasodotti scavati all’insaputa di chiunque.

La Storia, non è nemica di nessuno riporta i fatti del tempo vissuto dall’uomo, ma la Storia a volte è percepita come il tuo avversario, scienza che ti opprime e che autorevolmente si poneva in una posizione di disturbo rispetto alle scienze umane e anche rispetto a quelle fisico naturalistiche. E questo non è detto da gente qualsiasi, si mettono in moto i filosofi per giudicare le scienze e chi le muove, il confine tra soggettività e oggettività è sempre vago, come il giudizio su tesi interessanti e non.

L’ambito di ricerca della storia è stato lo stesso di altre scienze (filosofia e altre scienze dello spirito), questo sotto certi aspetti è naturale, tuttavia gli storicisti si posero il problema, della necessità di differenziarsi, di centrare un particolare, anzi essere la scienza del particolare, lasciando alle altre scienze umane un ruolo più generale, delle ripetitività.

Questa dicotomia è passata nel mondo scientifico: Storia come particolarità, totalità della vita umana, dell’azione e del pensiero, le altre scienze umane e fisiche, relative alla generalità.

L’evento storico allora viene definito da tre caratteri peculiari: unicità (irrepeatability): ogni evento storico è definito nello spazio e nel tempo perciò è irripetibile; correlazione: ogni evento storico è correlato con un altro fatto o evento storico, dunque i fatti storici sono correlati tra loro; significato: capacità di apportare modificazioni, dunque senso dell’evento.

Gli storicisti devono distinguere anche per opportunità pratica, per la contrapposizione che c’è tra scienze umane e scienze fisiche per avere maggiore potere contrattuale da parte dei docenti, borse di studio e via dicendo, dunque necessità anche pratiche.

Wilhelm Windelband (1848-1915) e Wilhelm Dilthey (1833-1911), filosofi, sono tra i maggiori esponenti della scuola storicista di Heidelberg (detta anche scuola del Baden). I due storicisti fanno la migliore teorizzazione della differenza tra i due tipi di scienze naturali e dello spirito.

Nelle scienze naturali, il soggetto della conoscenza è esterno (diverso) dall’oggetto della conoscenza. L’uomo si pone in relazione con qualcosa di diverso da lui che apprende per conoscenza casuale: metodo induttivo o empirico.

Nelle scienze storiche il rapporto con la storia da parte dell’uomo e nello stesso tempo anche oggetto della conoscenza, è compreso l’uomo nella realtà storica, che deve essere studiata dall’uomo.

La comprensione della realtà storica per Dilthey avveniva attraverso un’analisi dell’uomo come individuo (psicologia). Prima occorre partire da una base psicologica, conoscenza dell’uomo, poi dal suo ruolo di animale sociale.

Windelband è più preciso di Dilthey. Egli pone una differenza tra scienze nomotetiche (nomos e regola, legge), generalizzanti che tendono a scoprire il funzionamento del mondo fisico, casualmente (causa). Le scienze idiografiche invece (idios, individuo, individualizzanti) puntano a cogliere il particolare, l’irripetibile, unico, originale, circoscritto nello spazio e nel tempo, che deve essere compreso e non spiegato casualmente.

Le idee dei due entrano nella riflessione geografica grazie a Alfred Hettner. Egli ha una visione moderna della geografia che condivide in pieno le tesi storiciste, ma non ha trovato seguito. Per Hettner la geografia è un modo per osservare la realtà. Tutta la storia produce variazioni nello spazio e nel territorio (Hettner). E’ la storia che produce spazio (Kant: non esiste nè spazio nè tempo, se non quello che noi viviamo nella nostra mente).

(post in corso di revisione…)

(Geografia – 21.1.1998) MP

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Ultima modifica: 31 Lug 2016 @ 11:54 PM

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 27 Giu 2016 @ 10:05 AM 

Lezioni condivise 113 – Last but not least

At last, siamo giunti alla conclusione delle lezioni su Ungaretti, o meglio saremmo giunti se le avessi concluse, ma non è così… Il più è dato, a rileggerci presto! Visto che le cose vanno così, vi lascio almeno un capolavoro di poesia…

(Letteratura italiana moderna e contemporanea – 15.5.1997) MP

 

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Ultima modifica: 03 Lug 2016 @ 09:07 PM

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 31 Mag 2016 @ 11:20 PM 

Lezioni condivise 112 – Formazione della filosofia moderna

Credo di aver già filosofeggiato sulla filosofia, non so se qui o altrove, materia ostica quando si tratta di comprendere quella degli altri, probabilmente me la caverei meglio a spiegare la mia, benché sia zeppa di complessi distinguo, di ardue teorie e medaglie d’oro in tripli salti carpiati… già bisognerebbe inserire la filosofia nei giochi olimpici, che idea geniale!
Non aggiungo altro per ora, ringraziate il tempo tiranno… vi aspetta una lezione pallosissima, mi sono già addormentato più volte approcciando Vico, di lui prediligo le sintesi note a tutti e sulle quali c’è comunque già troppo da discutere… A si biri luegu!
(Storia del risorgimento – 12.5.1997) MP

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Ultima modifica: 31 Mag 2016 @ 11:24 PM

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 30 Apr 2016 @ 11:55 PM 

Lezioni condivise 111 –  Antoni Maria de Stersili

Il ripensamento sulla Storia della letteratura è iniziato solo negli anni Cinquanta del secolo scorso e non si è ancora compiuto del tutto. Prevale sempre una concezione statale e accentratrice che privilegia la lingua ufficiale e lega troppo spesso la letteratura alla ragion di stato, che ha origine in quell’unità non sentita e voluta da pochi del 1861, che ha portato avanti negli anni una lunga serie di norme e atti impopolari, approfittando un po’ della forza, un po’ del lassismo generalizzato. Il resto è stato sovversione che a volte ha vinto, altre si è imposta, ma mai in maniera stabile e duratura, essendogli stata opposta la forza delle armi, delle bombe e delle stragi, anche per indirizzare il modo di pensare e la cultura. Sappiamo, perché ne siamo testimoni, come lo stato ha  sempre trattato le lingue locali, come ne ha sempre proibito l’ingresso nella scuola perpetrando l’ignoranza di stato e impedendo la conoscenza linguistica corretta almeno come bagaglio culturale di ciascuno.

(segue…)

(Storia del teatro e dello spettacolo – 12.5.1997) MP

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Ultima modifica: 30 Apr 2016 @ 11:55 PM

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 31 Mar 2016 @ 11:58 PM 

Lezioni condivise 110 – La priorità della Lingua

Degli atlanti linguistici ho già parlato molto, al termine della trattazione diretta dell’argomento dirò ancora alcune cose, spero non troppo sul filo della ripetizione di quelle già scritte, ma prima vorrei approfittarne per fare il punto della situazione della lingua sarda sul campo.

Uno dei dispiaceri di molti intellettuali sardi è il luogo comune che ci dipinge ancora come , che ci portiamo dietro dal tempo della dominazione spagnola. E vorrei vedere il sardo che non si risentisse. Tuttavia ora mi interessa discutere sul giudizio di mal unidos, è naturale che ci dia fastidio, eppure se non fossimo davvero poco solidali tra noi, meno attenti ai campanili o anche alle cattedrali e più al bene della Sardegna, forse staremo un po’ meglio. Non mi avventuro ora in analisi storiche peraltro già in parte affrontate, voglio riferirmi al presente, appunto alla questione della lingua. In questo campo noi sardi stiamo dando il peggio di noi stessi, come quei politici che ogni volta buttano giù anche quel poco di buono fatto dai propri predecessori, vecchia usanza latina, una sorta di damnatio memoriae.

Sembrerebbe che lo stato della lingua sarda sia nuovamente a un bivio, o a un trivio. Il nuovo secolo era iniziato bene. Nel 1999 la legge sulle minoranze linguistiche, riconosceva finalmente anche se molto parzialmente, un nostro diritto costituzionale e qualche anno prima una legge regionale, esecutiva, riconosceva pari dignità a sardo e italiano. Da allora si sono fatti molti passi avanti in positivo, forse molti di meno di quelli che si sarebbero potuti fare, quasi sempre per i freni dei politici nostrani e per questo non si è colto l’attimo per fare quelli fondamentali – tra questi il regolamento di attuazione della legge 482/1999 -, tuttavia quasi tutti i Comuni della Sardegna hanno attivato uno sportello linguistico, l’insegnamento del sardo sta facendo breccia nella scuola e nella società civile, si sono realizzati alcuni progetti, purtroppo in parte un po’ abbandonati… bontà del renzismo!

Da alcuni anni, forse anche troppi, si assiste a uno stallo se non a un regresso; spiace constatare che ciò coincida con il ritorno in regione di una giunta che si definisce di “sinistra”, o forse per prudenza di “centrosinistra”. La gente di sinistra spera sempre che i governi di sinistra facciano cose di sinistra, invece si deve regolarmente constatare che anche i governi “di sinistra” continuano a fare cose di destra. E la favola che le categorie destra e sinistra sono superate non si può sentire, giacché c’è un abisso tra chi subisce le politiche di destra e chi invece ne usufruisce. La realtà è che non c’è più sinistra…

L’azione del movimento linguistico segna il passo anche per l’eccessivo calo dei finanziamenti, che pur tenendo conto della crisi, sono un attentato alla valorizzazione della lingua sarda ed è peraltro quanto ci si può aspettare da una politica retriva, che ragiona ancora contando gli elettori che accontenta per carpirne il voto.

Ciò che ci si aspetterebbe di meno è, tuttavia, che persista una sorta di “guerra”, o più di una, tra i partigiani della lingua sarda… Nella migliore delle ipotesi si tratta di contrasti di campanile, il mio sardo è migliore del tuo e roba simile, ma si tratta anche di guerre di “potere”, gelosie, le peggiori faziosità e disobiettività, cavilli assurdi, testardaggini, pinnicas. Situazioni che frazionano il movimento linguistico e favoriscono i passi indietro e l’avanzata dei detrattori della lingua sarda.

Le posizioni micidialmente nocive sono quelle degli integralisti del logudorese e del campidanese, testardi quasi quanto Likud e Hamas. Posizioni che stanno minando una situazione di equilibrio e apertura della LSC. Vi erano cose da rivedere e lentamente si stavano rivedendo, non a favore delle fazioni, ma della lingua sarda.

Chi blocca il progresso della lingua con queste questioni ha certamente altri interessi che non sono il bene del sardo, ma usa il sardo per affermare la propria persona ed è questo il motivo per cui non si fanno passi avanti e si tira continuamente il freno.

Parlavo di guerre, perché sono diverse: Campidano vs Logudoro, tutti contro tutti, difensori della lingua contro accademici, studiosi contro studiosi, giovani contro maestri e via dicendo.

Questa paradossale dimostrazione di disunità è da stigmatizzare, da denunciare, fa incazzare seriamente chi nel movimento linguistico vuole esclusivamente il bene della lingua sarda e non posizioni di potere, ed è chiaro che servono i denari per chi lavora, ed è chiaro che chi lavora deve essere retribuito.

Quanto agli studi, alla ricerca, credo essa dia un importante contributo alla lingua, gli atlanti stessi lo danno sicuramente al lessico e non solo, le parole non sono mai fini a se stesse, ma hanno una storia, un’etimologia, e nessuno ha il diritto di cassarle. Sarebbero auspicabili invece collaborazioni e idee e soprattutto lavorare tenendo in piedi una base concreta, che è la LSC e non muoversi nel caos.

Dalla LSC lingua di scrittura, lingua ufficiale, si parte verso la formazione della koinè, senza imposizioni di stile manzoniano, che abbiamo visto cosa hanno prodotto per reazione nell’italiano, la guerra dei “dialetti”, la necessità dei “dialetti” di farsi spazio con la forza, contro gli apparati, primi fra tutti i ministri della P.I., che spesso ha agito contro gli stessi loro compiti, come ministri dell’ignoranza.

Non penso che queste parole possano cambiare le cose, ma le dico, in mezzo a chi si fa la guerra, è bene che quelli che vogliono lavorare si contino, si conoscano e portino avanti la lingua sarda nella sua totale ricchezza.

(segue…)

(Linguistica sarda – 9.5.1997) MP

Scritto da: indian
Ultima modifica: 01 Apr 2016 @ 10:59 PM

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 29 Feb 2016 @ 11:54 PM 

Lezioni condivise 109 – Ungaretti e Bergson

Nonostante Bergson non si sia mai occupato di estetica…

L’analisi della coscienza dell’uomo è importante in Bergson. Il tempo per Bergson, è un tempo specializzato, raffigurato graficamente. Ogni istante ne ha che lo precedono e che lo seguono. Non esiste sostanzialmente un presente, perché lo rende possibile l’istante precedente, ma lo annulla il successivo.

Queste e altre amenità, a suo tempo…
(Letteratura moderna e contemporanea – 9.5.1997) MP

Scritto da: indian
Ultima modifica: 01 Mar 2016 @ 12:04 AM

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