30 Apr 2017 @ 8:22 PM 

Lezioni condivise 123 – Radicalizzazione del dibattito.

Altra puntata del dibattito scientifico interno alla disciplina Geografica, con importanti sconfinamenti. Non se ne è accorto quasi nessuno tra la gente comune, quella che peraltro la Geografia intende rappresentare, ma l’ultimo secolo ha visto una radicalizzazione del dibattito, interno ed esterno.

Dalle opinioni di Quaini e Ferro, emerge un rigetto del sincronismo geografico assoluto, se non in ambiti spaziali limitati, ad esempio quelli regionali, ove già gli elementi delle strutture funzionali variano più o meno rapidamente, imponendo dunque un’attenzione diacronica, in evoluzione.

Nel rapporto su Storia e Geografia di Quaini risalta il fatto che la scuola di Oxford ha usato “indifferentemente” i due metodi.

Ferro ha elaborato una scala temporale e spaziale che è operativa. Ad esempio nel Campidano (in Sardegna) negli anni Cinquanta vi è stato un incremento demografico importante, che si è poi ritratto. Il dato sincronico tuttavia non basta, servono altri dati, specie economici, relativi a interventi CEE e altre variabili che interferiscono nel rapporto con la Storia.

Henry Clifford Darby nel 1953 sostenne che il rapporto tra Storia e Geografia non era risolto a causa dei contrasti tra autonomisti e collaborazionisti e sosteneva che le due materie fossero complementari. Cosa che Paul Vidal de La Blache sosteneva già nel 1913. Egli diceva che le materie sono sorelle, ma autonome, la storia studiava il tempo e la geografia lo spazio.

Vi erano quattro posizioni che schematizzavano questo rapporto controverso e le rispettive posizioni: la geografia al servizio della storia; mantenimento della  geografia del passato (sezioni orizzontali del processo storico); la storia al servizio della geografia (variazione del paesaggio geografico); la geografia del passato al servizio della geografia del presente.

Sostenere che la Storia dovesse occuparsi esclusivamente del passato era un attacco a una scienza ben strutturata e come tale soggetta a continua evoluzione e ricerca. Ormai la Storia non era più solo storia dei fatti (evenemenziale), ma anche dello spazio su cui gli uomini agiscono, sulla terra, i luoghi, la storia generale degli Annales. D’altra parte anche la Geografia non può occuparsi più solo di spazi, ma degli uomini in rapporto agli spazi. Materia comune con la storia, quindi interdisciplinare.

La scoperta dell’America non fu solo un avvenimento storico fine a se stesso, nel momento in cui in seguito ad esso viene modificato lo spazio conosciuto, introdotte nuove colture, si assiste allo spostamento di popoli e via dicendo.

(segue…)

(Geografia storica – 28.01.1998) MP

 

 

Scritto da: indian
Ultima modifica: 30 Apr 2017 @ 08:22 PM

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 31 Mar 2017 @ 11:48 PM 
Lezioni condivise 122 – Paul Vidal de La Blache e co.
Torniamo al lungo romanzo relativo alla ricerca della Geografia di una sua dimensione scientifica autonoma. La vicenda – che potrebbe apparire pleonastica a chi, grazie ai primi gradi di istruzione scolastica, ha sempre considerato la materia autonoma e ben definita – si “complica” in realtà per i diversi punti di vista dei geografi e in parte degli storici, alcuni dei quali avocano a se la materia.
Mi occupo del pensiero di alcuni geografi autorevoli, che direi non hanno esattamente la stessa opinione. Si tenga conto peraltro che in un ambito disciplinare vastissimo e nello stesso tempo conteso dagli ambiti più variegati, dalla filosofia alla geologia, si argomenta nonostante tutto in spazi ristretti, dove ogni geografo parrebbe avere la sua geografia, quasi fosse politica, in un quadro difficilmente schematizzabile, dalla cartografia alla multidisciplinarietà, fino all’egemonia della Geografia umana e neppure ci si può sbilanciare tanto perché è un ambito in cui ci si muove quasi come il tempo atmosferico.
Paul Vidal de La Blache (1845-1918), francese, si è occupato dell’evoluzione della disciplina geografica con una notevole produzione editoriale.
Fondatore nel 1891 della rivista Annali di geografia, con la collaborazione del suo discepolo Lucien Gallois, autore di Erode Attico (1872), tesi di storia antica e studio critico sulla sua ricerca in movimento verso la geografia. Durante la sua attività ha ricoperto diversi incarichi accademici di prim’ordine, tra cui l’università di Nancy (1875) dove sancì il distacco della geografia dalla storia. Nell’occuparsi della materia, anche per ragioni storico-politiche, ha dovuto contrastare i più affermati modelli tedeschi Alexander von Humboldt, Ritter, Ratzel, ma anche storici (Michelet, Longnon) e geologi (Elie de Beaumont, Dufrenoy). La sua idea era quella di una disciplina che mostrasse il rapporto tra gli uomini e il loro ambiente. Alla fine del secolo XIX e con la pubblicazione dell’ Atlante di storia e geografia, divenne editore di carte geografiche.
Nel tempo della I guerra mondiale, per ragioni contingenti, si occupò di Alsazia e Lorena e della valorizzazione del ruolo dinamico di città come Nancy e Strasburgo, in sintonia con i valori rivoluzionari originari.
Vidal si opponeva al positivismo di Comte e alle teorie di Friedrich Ratzel (tradizionalista, concetto di spazio vitale). Egli inizialmente distingueva tra scienze fisiche e umane, cioè da quanto e dato dalla natura e quanto è mosso dall’attività dell’uomo, nelle dimensioni di spazio e tempo. In seguito formula un pensiero innovativo: il possibilismo geografico, dove l’uomo diventa fattore geografico che modifica il territorio, ed è contradditorio negli approcci relativi ai confini francesi e in quelli riferiti al colonialismo.
In questa fase i vidaliani evitano il concetto di paesaggio, ma in realtà lo ampliano, introducendo le forme di insediamento, l’uso del suolo da parte dell’uomo, concludendo che natura e presenza umana danno origine a diversi tipi di paesaggio, con particolare riferimento alla campagna. Ecco l’attenzione di Vidal per il paesaggio rurale e la geografia regionale, per i fattori endogeni (clima, suolo) ed esogeni (tecniche agricole). La natura che influenza dunque l’attività umana e viceversa, in modo differente da luogo a luogo, dunque quale scienza idiografica dei luoghi più che degli uomini, solo strumenti nella trasformazione di essi, ognuno con le sue particolarità che insieme danno luogo a quel paesaggio, a quella regione.
Il paesaggio rurale è cambiato, vi è un nuovo rapporto tra città e campagna, una sorta di continuità, di città diffusa, come diversi livelli di ruralità e urbanità, generati in parte anche dai cittadini che si trasferiscono in campagna e vi vivono come fossero in città.
Questo fenomeno è ovviamente più marcato nelle aree periurbane, non siamo ancora alla totale estinzione della campagna, almeno dove l’industrializzazione è meno diffusa.
(bozza in itinere…)
(Geografia – 28.1.1998) MP

Scritto da: indian
Ultima modifica: 01 Apr 2017 @ 12:34 AM

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 28 Feb 2017 @ 11:59 PM 

Lezioni condivise 121 – Zanzotto and friends

In questa Historia vi è il personaggio Amletus. Historia ripubblicata nel 1514. La fonte più diretta può essere una versione francese (riveduta e corretta) di François Foret nel III racconto della V serie della sua Historie tragique (Amlotti, Amletus, Amlet, Amlit… Ur-Amlet) – UR significa un’opera andata perduta della quale esistono prove documentali -.

Nel 1596 Thomas Lodge, romanziere e saggista, parla di un personaggio teorico, Amleto (Amleto vendetta canta una voce).

Altri attestati anche alla fine del 1601 “My name is Amleto vendetta”.

(stralcio casuale)

(Lingua e letteratura inglese – 21.1.1998) MP

Scritto da: indian
Ultima modifica: 01 Mar 2017 @ 07:41 PM

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 31 Gen 2017 @ 11:59 PM 
Lezioni condivise 120 – Il paesaggio rurale
Ho già fatto cenno al dibattersi – se così si può dire – delle discipline geografiche in cerca di spazio scientifico. Da una parte la rappresentazione di qualcosa di surreale, che sfugge alla razionalità e si trasforma in immagini, in paesaggi, in concetti dal sublime al pittoresco, nella valorizzazione del rurale, di quello che viene definito paesaggio banale e trova invece un nuovo riscatto. Dall’altra il dibattersi dei geografi, scenario più teatrale kafkian-pirandelliano, che nel loro argomentare travolgono un po’ tutto, dalle discipline concorrenti e solide, come la storia e perfino la filosofia, e le stesse branche geografiche, come dire una guerra civile in ambito geografico…
(…segue)
(Geografia storica – 21.1.1998) MP
 
Scritto da: indian
Ultima modifica: 03 Feb 2017 @ 02:49 PM

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 31 Dic 2016 @ 9:45 PM 

Lezioni condivise 119 – Geo alla cerca di uno spazio

Lo studio della geografia, già di per se complesso, è reso stupefacente, non da oggi, ma anche oggi, dall’essere scienza alla ricerca di spazi, già di per se paradossale per la disciplina dello spazio, della terra.

Riesce perfino difficile credere che discipline così popolari, per quanto digeste o indigeste, a seconda dei gusti, possano trovarsi nelle condizioni di trovare nuovi spazi, non li hanno? La scienza è in continuo movimento, il suo cammino smembra, crea nuove discipline che finiscono per prendere il sopravvento su altre, ti tolgono lo spazio, lo fanno proprio, ti svuotano…

Pare anche a me un discorso piuttosto inverosimile, lo è per noi gente comune, non lo è dove si consumano le “battaglie” scientifiche o pseudo tali… E ci sarà una ragione se qualche anno fa divenne quasi di pubblico dominio che l’insegnamento della geografia sarebbe dovuto sparire dalle scuole di grado inferiore, per essere accorpato probabilmente in qualche altra materia o smembrato in più di una.

Mi rendo conto che tra storia, economia, geologia, scienze umane e fisiche, antropologia, linguistica e via dicendo, gli spazi si siano ristretti, ma direi in riferimento a studi superiori, non alla scuola dell’obbligo.

Che fa allora la geografia, o meglio i geografi, se ancora così li possiamo chiamare, invadono a loro volta spazi e non è che così si possa fare chiarezza. Già possiamo osservare che in differenti insegnamenti universitari si studiano argomenti simili, questo non è di per se negativo, anzi, studiare uno stesso argomento da diversi punti di vista, con approfondimenti differenti, può essere altamente formativo e specializzante.

E fin qui parliamo della scienza in se, nella politica delle scienze la situazione diventa cronaca, gli atenei esibiscono neppure troppo velatamente guerre tra dipartimenti e interdipartimentali, fino allo scontro personale, fino a contendersi gli studenti e adottare politiche che potremmo immaginarci tra bancari o in una redazione giornalistica, piuttosto che in una università.

Eppure pensare di eliminare la geografia sempre impensabile, la scienza della terra, dello spazio in cui viviamo, se proprio fosse necessario ci sarebbero studi molto più vaghi e generici, non riesco a pensare che sia la geografia a dover cercare spazi.

La scienza deve inseguire un po’ di logica: storia e geografia, tempo e spazio, che spesso si intersecano, ma sono l’elementare primitiva distinzione.

La Storia come totalità della vita umana, la geografia come sede in cui essa si svolge. Non è tutto così semplice in realtà, né si può tornare all’errore della divisione netta tra le scienze, la scienza moderna “predica” l’interazione, l’epistemologia, la cui applicazione distorta porta poi agli effetti anzidetti.

Non so se sia così semplice, ma il sorgere di un problema non dovrebbe mai essere risolto moltiplicando i problemi, così all’infinito fino al caos.

Così una curiosità, una visione anche eccezionale dello spazio e del tempo, quasi inimitabile, come quella di Fernand Braudel, riaccende la polemica, storico o geografo? Entrambe le cose, perché solo storico e non anche poeta… Siamo alla banalizzazione dolosa delle discipline di studio.

Poi quando arriveremo a discernere di Geografia storica (tra complessità, interesse e assestamenti sottili), potremo anche scoprire che è più importante l’oggetto di studio del nome in cui viene racchiuso.

In realtà in questi anni c’è stato perfino qualcuno che ha tentato di mettere sotto attacco la Storia, gente inconsistente per fortuna, quelli dei tunnel infiniti ove passano gli elettroni o roba simile, specie di micro-gasodotti scavati all’insaputa di chiunque.

La Storia, non è nemica di nessuno riporta i fatti del tempo vissuto dall’uomo, ma la Storia a volte è percepita come il tuo avversario, scienza che ti opprime e che autorevolmente si poneva in una posizione di disturbo rispetto alle scienze umane e anche rispetto a quelle fisico naturalistiche. E questo non è detto da gente qualsiasi, si mettono in moto i filosofi per giudicare le scienze e chi le muove, il confine tra soggettività e oggettività è sempre vago, come il giudizio su tesi interessanti e non.

L’ambito di ricerca della storia è stato lo stesso di altre scienze (filosofia e altre scienze dello spirito), questo sotto certi aspetti è naturale, tuttavia gli storicisti si posero il problema, della necessità di differenziarsi, di centrare un particolare, anzi essere la scienza del particolare, lasciando alle altre scienze umane un ruolo più generale, delle ripetitività.

Questa dicotomia è passata nel mondo scientifico: Storia come particolarità, totalità della vita umana, dell’azione e del pensiero, le altre scienze umane e fisiche, relative alla generalità.

L’evento storico allora viene definito da tre caratteri peculiari: unicità (irrepeatability): ogni evento storico è definito nello spazio e nel tempo perciò è irripetibile; correlazione: ogni evento storico è correlato con un altro fatto o evento storico, dunque i fatti storici sono correlati tra loro; significato: capacità di apportare modificazioni, dunque senso dell’evento.

Gli storicisti devono distinguere anche per opportunità pratica, per la contrapposizione che c’è tra scienze umane e scienze fisiche per avere maggiore potere contrattuale da parte dei docenti, borse di studio e via dicendo, dunque necessità anche pratiche.

Wilhelm Windelband (1848-1915) e Wilhelm Dilthey (1833-1911), filosofi, sono tra i maggiori esponenti della scuola storicista di Heidelberg (detta anche scuola del Baden). I due storicisti fanno la migliore teorizzazione della differenza tra i due tipi di scienze naturali e dello spirito.

Nelle scienze naturali, il soggetto della conoscenza è esterno (diverso) dall’oggetto della conoscenza. L’uomo si pone in relazione con qualcosa di diverso da lui che apprende per conoscenza casuale: metodo induttivo o empirico.

Nelle scienze storiche il rapporto con la storia da parte dell’uomo e nello stesso tempo anche oggetto della conoscenza, è compreso l’uomo nella realtà storica, che deve essere studiata dall’uomo.

La comprensione della realtà storica per Dilthey avveniva attraverso un’analisi dell’uomo come individuo (psicologia). Prima occorre partire da una base psicologica, conoscenza dell’uomo, poi dal suo ruolo di animale sociale.

Windelband è più preciso di Dilthey. Egli pone una differenza tra scienze nomotetiche (nomos e regola, legge), generalizzanti che tendono a scoprire il funzionamento del mondo fisico, casualmente (causa). Le scienze idiografiche invece (idios, individuo, individualizzanti) puntano a cogliere il particolare, l’irripetibile, unico, originale, circoscritto nello spazio e nel tempo, che deve essere compreso e non spiegato casualmente.

Le idee dei due entrano nella riflessione geografica grazie a Alfred Hettner. Egli ha una visione moderna della geografia che condivide in pieno le tesi storiciste, ma non ha trovato seguito. Per Hettner la geografia è un modo per osservare la realtà. Tutta la storia produce variazioni nello spazio e nel territorio (Hettner). E’ la storia che produce spazio (Kant: non esiste nè spazio nè tempo, se non quello che noi viviamo nella nostra mente).

(post in corso di revisione…)

(Geografia – 21.1.1998) MP

Scritto da: indian
Ultima modifica: 05 Feb 2017 @ 04:38 PM

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 30 Nov 2016 @ 10:58 PM 

Lezioni condivise 118 – Fernand Braudel 

Fin dai primi anni in facoltà di Lettere questo nome cominciò a risuonarmi nelle orecchie, Braudel, Fernand Braudel, e chi sarà mai? Il suo nome veniva declamato in diverse lezioni di differenti discipline, incuteva rispetto, curiosità… chini at a bèniri a èssiri?!

Dopo averlo letto posso dire che Braudel, storico francese del Novecento, esponente della École des Annales, in realtà è un poeta, un letterato, chi ama la letteratura potrà leggere con piacere i suoi libri che parlano di storia, ma parlano di tutto, in un modo che non pesa e che anzi attrae, conquista alla lettura.

Poeta del Mediterraneo, della vita quotidiana in epoca moderna sotto il dominio spagnolo in Europa, nel tempo di Filippo II e non solo, del territorio, dei commerci, dell’ambiente, dei popoli, del rapporto tra essi, cristiani e musulmani, africani, europei e mediorientali, del tempo della pirateria, delle torri di difesa dalle incursioni della pirateria barbaresca di cui è ancora circondata la Sardegna, delle guerre di corsa, della Spagna che si espande in Africa… ma ora è tardi…

(… segue)

(Storia moderna II – 21.01.1998) MP

Scritto da: indian
Ultima modifica: 05 Feb 2017 @ 04:29 PM

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 31 Ott 2016 @ 11:48 PM 

Lezioni condivise 117 – La dimora rurale

Trattare di Geografia nel XX secolo dava alla mente, al ragionamento, alla concentrazione sull’oggetto, come l’impressione di uno sballottamento in mare su una zattera o su una barchetta che tiene a stento l’onda, come se i geografi fossero ancora suggestionati dalla poesia di Braudel – da loro conteso agli storici -,  e avessero un approccio meta poetico alla disciplina. Disciplina in cerca di spazio da oltre un secolo, disciplina che trova identità nella frammentazione e più che assestarsi, galleggia, tra movimento, divenire e il rischio di essere assorbita dal altre materie più forti, come la filosofia, la storia e le scienze naturali, che a mala pena gli lascerebbero la topografia e poco altro.

 Nel 1947, Lorenzi, al congresso di Bologna sancisce l’esistenza di linguaggi diversi tra geografi e distingue la disciplina in fisica, economica e antropica.

 Ma la disunità si divide anche per scuole: la francese (deterministica) con Paul Vidal de La Blache e gli Annales, la tedesca (paesaggistica) con Friedrich Ratzel, italiana (regionalistica). Si tratta di approssimazioni tra incontri, derivazioni e tagli netti, in cui si inserisce anche il nazismo.

Dagli allievi di Vidal e dagli Annales nascerà la Geografia storica (1924-1926).

Jean Demangeot in Francia e Renato Biasutti in Italia, propongono studi sulla dimora rurale, riconoscendo ai villaggi e alle proprie dimore importanza antropologica per la relazione tra società e abitazione. Si studia in particolare la differenziazione tra le dimore rurali in Sardegna, tra casa campidanese (in làdiri) e barbaricina (in pietra), nonché l’estensione orizzontale o verticale.

 Anche il contadino può avere l’esigenza di un abbellimento, di una distinzione.

(bozza da completare)

(Geografia storica – 14.01.1998) MP

 

Scritto da: indian
Ultima modifica: 05 Feb 2017 @ 04:18 PM

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 30 Set 2016 @ 11:58 PM 

Lezioni condivise 116 – Le Cortes  

Le Cortes erano istituzioni rappresentative della Spagna (Corts in catalano, stati generali in Francia, parlamento in Inghilterra, curia in latino). Erano organi di raccordo tra popolo e sovrano. Il Parlamento verrà ripreso dopo la rivoluzione Francese. Questi organismi erano formati in genere da tre classi sociali, o bracci o stamenti (a seconda della lingua – spagnola o catalana).

Le classi si dividevano in: ecclesiastici (I voce) [vescovi, abati], feudatari e nobili (i feudatari avevano i titoli di conte, marchese ecc., nobiltà legata al possesso di terre su cui esercitavano i loro privilegi: imposte, potere giudiziario, vassalli, legati a loro dalla servitù della gleba – termine derivante appunto da zolla – . I nobili erano invece del ramo cadetto, parenti dei feudatari, ma senza feudo. Gli unici eletti erano i rappresentanti del terzo stato, delle città, tuttavia i rappresentanti scelti erano ricchi, borghesi, esperti (titolati, giuristi).

In genere le discussioni dei parlamenti vertevano sulle richieste da avanzare al sovrano in cambio della “donazione”. Le richieste avanzate dalle Cortes nascevano da esigenze dei parlamenti, erano dette “capitoli di corte” e in seguito legge pazionata (da pactio), modificabili sono da un nuovo patto e non unilateralmente. Queste donazioni erano particolari (un do ut des) e non esimevano il sovrano di chiederne delle altre di sua autonoma iniziativa. Spesso il sovrano imponeva tasse, senza convocare il parlamento, sapendo che esso poteva chiedere cose che non intendeva concedere.

Manco a dirlo, i feudatari per pagare il donativo tassavano il popolo, i vassalli. Attraverso queste angherie nei confronti delle popolazioni, oggi le scienze nuove, come la demografia, ricostruiscono il numero degli abitanti di allora, visto che i sudditi erano precisi nel far pagare la povera gente. Tali dati permettono anche di valutare il boom demografico e altri aspetti riferiti alle epoche successive. Le classi più agiate erano esenti dalla tassazione. Sebbene con altre modalità, non è cambiato molto.

Altri strumenti oggi utili agli storici sono i libri religiosi: i quinque libri (nascita-battesimo, confessione-comunione, cresima, matrimonio, morte), compilati regolarmente dalla chiesa a partire almeno dal Seicento, mentre lo stato civile ha avuto origine solo dopo l’Unità (in genere 1866).

(da completare)

(Storia moderna II – 14.01.1998) MP

 

Scritto da: indian
Ultima modifica: 05 Feb 2017 @ 03:56 PM

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 31 Ago 2016 @ 8:00 AM 

Lezioni condivise 115 – I fatti folklorici

Due ambiti di ricerca: fatti folklorici come fatti culturali, ovvero ripudio degli esclusivismi culturali. Non esistono culture assolute ed eterne, qualunque cultura è un sistema in movimento. Ciò che appartiene alla propria cultura, non per questo è fuori dalla cultura.

Il movimento romantico fu un momento di stravolgimento… L’esaltazione romantica sta alla base del folklorismo deteriore… Nasce accanto al folklore il folklorismo, edulcorazione di una serie di manifestazioni che hanno comunque una base “storica”.

I fatti folklorici sono frutto di una vicenda storica, di lotte, di contrasti. La cultura contadina è vista come una cultura nata e cresciuta, distaccata dalla cultura egemone: non è così! Ma è anche così perché ci sono state culture dominanti in opposizione con esse (es. meridione italiano). Antifeudalesimo, barbari, brigantaggio, questione meridionale…

(bozza da sviluppare)

(Storia delle tradizioni popolari – 11.12.1997) MP

Scritto da: indian
Ultima modifica: 05 Feb 2017 @ 02:36 PM

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 31 Lug 2016 @ 11:54 PM 

Lezioni condivise 114 – Hamlet e la traduzione 

Avventurarsi nell’universo della traduzione è un po’ come entrare in un campo minato, come sfidare l’Idra di Lerna o per un altro verso rischiare, filosofeggiando all’estremo, di far cadere illusioni: “Ho letto tutto Dostoevskij”. Ma quale Dostoevskij? in che lingua? tradotto da chi? Per leggere Dostoevskij occorre davvero conoscere il russo? Non basterebbe comunque! …Continuando di questo passo ci si aggroviglierebbe in una Babele di concetti senza via d’uscita.  

Questo non significa che l’argomento non abbia un peculiare interesse e non debba essere trattato. Siamo, come sosteneva Walter Benjamin tra filosofia e letteratura. Il termine Babele rende l’idea in un’accezione positiva e affascinante.

Qualsiasi lettore sarà venuto certamente a contatto con una pubblicazione mal tradita e avrà avuto la possibilità di sbalordirsi perché non rispecchiava affatto quanto appreso dalla critica sia sul testo sia sull’autore.

Da adolescente fui notevolmente impressionato da traduzioni dall’inglese di parole di brani musicali, alcune banali, altre improbabili o di un ermetismo surreale… Non che un testo inglese non possa essere banale, incongruo o ermetico, ma il più delle volte si tratta di una traduzione errata, perché eccessivamente letterale e siccome ogni lingua fa parte a sé e ha la sua ricchezza, non è tutto così piatto.

Per trasporre un testo da una lingua a un’altra, almeno nelle traduzioni importanti e serie, occorre avere buona padronanza di entrambe le lingue, ma anche conoscenza della cultura in cui quelle lingue inferiscono, non semplicemente conoscere il vocabolario e qualche nozione di grammatica e tuttavia, un testo tradotto/tradito in un’altra lingua non sarà mai quello che si potrebbe leggere nella lingua originale; per poterne rendere in modo accettabile la comprensione, o come dire, per effettuale un fedele tradimento, occorre un passaggio semantico, semiotico, storico… un’operazione non facile e comunque mai assoluta.

Il mercato è pieno di libri tradotti male, molti di essi già complessi in sé, diventano di proibitiva comprensione…

La traduzione non è un’arte facile. George Steiner (1929) in Dopo Babele – Aspetti del linguaggio e della traduzione, scritto con Walter Benjamin (1892-1940), ha dato importanti indicazioni in merito. Intanto ha stabilito la differenza tra il tradurre e l’interpretare. Babele è il simbolo della genesi della pluralità linguistica. Un confronto tra lingue deve partire dall’individuazione delle reazioni interattive rispetto a retorica, storia, critica della letteratura, linguistica e filosofia linguistica.

La traduzione è insita in ciascun atto comunicativo, essa rappresenta un crescendo di difficoltà, che ha inizio nella semplice comunicazione tra individui che parlano o scrivono la stessa lingua, comunicano con gli stessi segni, ognuno di essi ha il suo idioletto, ogni uomo, di base, ha un suo linguaggio.

Pensiamo alle lunghe discussioni che a volte si verificano anche in seguito a una comunicazione semplice; significa che si hanno gli strumenti per comunicare e dibattere, ma che si hanno difficoltà a capire, decifrare, tradurre, anche se si dialoga nella stessa lingua convenzionale.

Questo genere di difficoltà si risolvono con l’ermeneutica (esegesi, spiegazione), un metodo empirico in quattro tempi: spinta iniziale – aggressione – incorporazione – reciprocità o restituzione. La comprensione di un testo deve tener conto di tutta una serie di variabili linguistiche (in parte già viste nelle lezioni di Filologia romanza e Linguistica sarda), quelle spazio-temporali (diatopiche e diacroniche), ma anche relative alla condizione (distratiche), al mezzo (diamesiche), alla situazione (diafasiche)…

Potremmo paragonare la linguistica, al carattere delle persone: mutevoli, dinamiche, altre statiche, contratte, sintetiche o prolisse, ornate…

Per l’interpretazione di un testo è molto importante l’apporto dell’autore, questo non sempre è possibile, allora è necessario uno studio storico-biografico, ma a volte non è possibile neppure questo.

Il pensiero che un testo sia anche di chi lo legge, può essere suggestivo, condivisibile, ma ci porta in un ambito più psicologico/filosofico che linguistico/letterario. É fondamentale sapere perché uno scrive, se lo fa affinché ci si impossessi, ciascuno a modo suo, della sua creazione o se intende dire cose precise e solo quelle. Peraltro questo discorso può essere applicato a determinate forme d’arte e non certo generalizzato. Se così non fosse a cosa servirebbe la filologia, il rigore di una scienza che discute anche sulle virgole… Ciò vale anche per la poesia, benché da tempo circolino altre tendenze… generalizzanti. Che senso può avere – al di là di quella sperimentale di precise avanguardie – l’interpretazione di un testo difforme dalla volontà dell’autore. Ha poco senso, sempre che non si intenda fare una rielaborazione, ma allora si diventa autori, interpreti di qualcosa d’altro rispetto al testo originale. In questo senso anche il critico, il lettore, l’attore, sono traduttori di linguaggio, interpreti, ma non è detto che siano fedeli.

La polisemia è un’altra variabile da tenere in considerazione, uno stesso termine che muta il suo significato con il variare della professione, del genere, categoria sociale (es. bambini), età, fino all’estremo idioletto (es. la libertà per il fascismo e le dittature, è ben altra cosa in democrazia).

L’importanza della traduzione trascende assolutamente la percezione comune sull’argomento, se si pensa che per Benjamin (drammatica la sua fine, ndr) è un genere dotato di piena autonomia, la ricerca del giusto senso di un’edizione critica o di un testo tradotto, ma anche la consapevolezza della diversità che possono avere stessi testi originali tradotti in qualunque forma da persone differenti. In poesia ciò è ancora più difficoltoso, entra in gioco tutto il mondo di un autore, il suo universo semantico irripetibile, per questo, se la poesia non è puro suono o suggestione, è risolutivo che il poeta si esprima sul senso dei suoi testi, aiuterà a tradirli più fedelmente, non risolverà tutto, ma qualcosa di più.

Come approcciare allora la lettura dei mostri sacri, ad esempio Hamlet di Shakespeare, in originale, ma essendo di madre lingua diversa o direttamente in un altro idioma?

La comprensione del testo può avvenire attraverso l’ostinazione (sic!), con la determinazione a voler leggere un testo e un autore, predisporsi a farlo acquisendo gli strumenti per farlo. Occorrerà una corretta percezione letteraria e una familiarità di spirito con l’autore, da copertina a copertina, from… to…

Quando si interpreta un testo nel modo più accurato possibile, quando ci si appropria dell’oggetto tutelandolo e vivificandolo, si attua un processo di ripetizione originale. Nei limiti delle proprie capacità un lettore riproduce la creazione dell’artista, il suo pensiero, in una consapevolezza secondaria, ma educata, fa rivivere un autore nella sua coscienza pur con limiti interpretativi insuperabili. Una sorta di mimesis parziale, di imitazione finita.

Questa operazione avviene soprattutto nella musica che non può esistere se non la si esegue, e ogni volta è diversa. Il suo rapporto ontologico con la partitura originale è duplice, perché si legge un testo, ma si innova anche.

In che rapporto si pone l’interprete nei confronti di un’opera. Secondo la prof “Il rapporto dell’esecutore deve essere femminile” (leggibile come sottomissione volontaria all’intensità della presenza creativa dell’opera, disponibilità a ricevere).

Dall’accoglienza dell’altro l’io diventa più se stesso: critici, curatori, attori, lettori, interpreti, si trovano su un terreno comune tra loro.

Ogni volta che si rappresenta Hamlet si può decidere di adottare diversi registri interpretativi: neutro, moderno, elisabettiano (pronuncia, accento) o modificare i costumi. Si sa che Hamlet non è un personaggio contemporaneo, però si può far finta che lo sia o che non lo sia, creando continui effetti (doppio effetto di straniamento). Nel rappresentare, leggere, interpretare, bisogna essere capaci di non farci sfuggire il testo di mano. A Londra si riproduce il testo elisabettiano; nonostante ciò la rappresentazione è come bloccata, perché c’è nell’osservatore la consapevolezza di un mondo esterno diverso (estraniamento temporale). Si può decidere di dare all’opera abiti contemporanei o di un’altra epoca.

Alla fine si può leggere come si vuole, ma non è male farlo con cognizione di quanto si stia compiendo, usare lo strumento testo, ma andare anche oltre esso con un bagaglio culturale a monte, per una maggiore comprensione, per una più grande soddisfazione.

(Lingua e letteratura inglese – 11.12.1997) MP

Scritto da: indian
Ultima modifica: 13 Feb 2017 @ 10:19 PM

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